La tecnologia da sola non basta per ridurre il consumo di risorse naturali

Al Mit di Boston hanno studiato il trend in decine di materiali, beni e servizi: non hanno trovato alcuna prova di dematerializzazione

[1 febbraio 2017]

Al principio dell’era in cui la tecnologia ha cambiato le sorti del mondo, un economista britannico divenuto poi celebre per il paradosso che porta il suo nome – William Stanley Jevons – studiò nel 1865 le caratteristiche dei motori a vapore alimentati a carbone, la materia prima della Rivoluzione industriale. Si realizzarono importanti miglioramenti nell’efficienza delle macchine, alle quali occorreva sempre meno carbone a parità di risultati; il prezzo del combustibile fossile di conseguenza diminuì, ma non il suo consumo, che continuò a crescere. Gli inglesi non cercavano parità di risultati, volevano di più.

Un secolo e mezzo dopo come vanno le cose? La materia prima della rivoluzione digitale è senza dubbio il silicio, che trova oggi applicazione nel vastissimo mondo dell’elettronica. Oggi, rispetto all’alba dell’informatica, le nostre conoscenze ingegneristiche permettono di creare transistor microscopici, con infinitesimali impieghi di silicio. Eppure, questa risorsa naturale è sempre più richiesta: «Il consumo mondiale di silicio – spiegano dal Massachusetts Institute of Technology (Mit) – è cresciuto del 345% negli ultimi quattro decenni», tanto che oggi nel mondo esistono più transistor che caratteri di testo stampati su carta.

Nella ricerca appena pubblicata su Technological Forecasting and Social Change, i ricercatori guidati da Christopher Magee, docente al Mit, hanno scoperto un simile trend per quanto riguarda altri 56 tra materiali, beni e servizi: dalla formaldeide all’alluminio alle tecnologie fotovoltaiche o eoliche. Nonostante i miglioramenti tecnologici che hanno permesso una crescita delle prestazioni «non hanno trovato alcuna prova di dematerializzazione».

«Secondo la posizione dei tecno-ottimisti – osserva Magee – i cambiamenti tecnologici aggiusteranno l’ambiente. Questo probabilmente non accadrà». Il paradosso di Jevons è ancora vivo e vegeto, e l’ammontare delle risorse naturali estratte negli ultimo decennia non fa che confermare l’intuizione dei ricercatori: come documentato dall’ultimo studio condotto sotto l’egida Onu in materia, dal 1970 al 2010 l’estrazione e il consumo globale di materie prime nel mondo è passato da 22 a 70 miliardi di tonnellate. E crescerà ancora, spinta soprattutto dal crescente appetito nei Paesi in via d’industrializzazione. Un’ambizione comprensibile se osservata attraverso il prisma dei consumi di risorse naturali procapite, ancora incredibilmente più elevati nei Paesi sviluppati come l’Italia.

Siamo dunque di fronte a un vicolo cieco? No, secondo J. Doyne Farmer, docente di matematica presso l’Università di Oxford interpellato dal Mit: «La tecnologia ci condurrà verso un mondo più sostenibile, deve farlo. E non solo perché ne abbiamo bisogno, ma perché è rimasto ancora poco da poter estrarre dalla Terra e saremo infine costretti a vivere in modo sostenibile, in un modo o nell’altro. La questione è se saremo in grado di farlo senza grandi dolori. La ricerca di Magee dimostra che dovremo aspettarci più dolore di quanto alcuni di noi pensino».

Per ridurre il consumo di risorse naturali e vivere in modo davvero sostenibile, conclude l’autore della ricerca, abbiamo bisogno di qualcosa di molto più che il solo cambiamento tecnologico. Occorrono «cambiamenti sociali e culturali. Persone che parlano tra di loro, che collaborano. Non è il modo in cui stanno andando le cose in questo momento, ma non significa che non ne siamo in grado». Non possiamo insomma fare a meno della tecnologia per sperare in un mondo più sostenibile, ma non possiamo pretendere che sia una macchina a rimediare ai nostri problemi.