La Toscana punta forte sull’economia circolare. Ma in concreto cosa vuol dire?

Il Pd avanza due proposte di legge per orientare lo sviluppo regionale verso più alti criteri di sostenibilità. Eppure si teme che a incepparsi sia l’intera filiera del riciclo

[17 maggio 2018]

Il Partito democratico toscano ha presentato nella prima commissione del Consiglio regionale due proposte di legge (la Pdl 9 e la Pdl 272) in materia di economia circolare, entrambe a prima firma della vicecapogruppo Monia Monni.

La prima, spiega la stessa Monni, prevede «l’introduzione dello “sviluppo sostenibile” tra i principi fondamentali della Regione Toscana e la “promozione dell’economia circolare” tra le sue finalità principali. Questo tipo di previsione costituirà un fondamento importante per la costruzione di una normativa regionale che faciliti l’attuazione della transizione verso l’economia circolare e rafforzi le politiche in materia». A ben vedere si tratta di una proposta in linea con quella avanzata a livello nazionale dall’ASviS, l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, che chiede a questa legislatura di inserire un richiamo allo sviluppo sostenibile nella Costituzione.

La seconda pdl firmata da Monni, invece, intervenendo «sugli strumenti della programmazione, mira ad orientare le politiche regionali, attraverso un intervento sul Programma regionale di sviluppo (Prs) e sulla programmazione settoriale, verso il modello dell’economia circolare, al fine di valorizzare gli scarti di consumo, estendere il ciclo vita dei prodotti, condividere le risorse, promuovere l’impiego di materie prime seconde e l’uso di energia da fonti rinnovabili». Anche in questo caso, in linea di principio, si tratta di una proposta largamente condivisibile.

Eppure a livello mediatico come politico, nel clima di campagna elettorale permanente che stiamo vivendo, le due pdl hanno finito per sollevare un gran polverone perché lambiscono un tema considerato sempre più un tabù nel rapporto con l’elettorato: il recupero di energia da rifiuti, soprattutto tramite termovalorizzazione (e in particolare tramite l’impianto previsto da decenni a Firenze, Case Passerini).

Le due pdl non toccano direttamente la questione, tanto che anche Leonardo Marras (firmatario di entrambe) precisa oggi su La Repubblica Firenze: «Se arriviamo al 70% di raccolta differenziata, se dichiariamo guerra alle discariche, non si esportano altrove i nostri rifiuti e si può fare a meno dell’inceneritore allora lo faremo. Sono personalmente scettico, ma se possiamo farne a meno – aggiunge però il capogruppo del Pd regionale – perché no». La stessa Monni, affidando a Facebook la sua «personale posizione» sul tema rifiuti, afferma che «in primis è necessario investire sulle più alte scale della gerarchia dei rifiuti: riduzione, riuso e riciclo». Comprensibilmente, insospettisce il fatto che la citata gerarchia venga proposta monca, in quanto mancano il recupero energetico (anche tramite termovalorizzatori, pratica largamente diffusa in tutto il nord Europa) e i conferimenti in discarica per quei materiali dai quali non è possibile ricavare né materia né energia.

Il problema è che l’economia circolare si inceppa se anche uno soltanto degli anelli nella catena non funziona. Se le aziende che riciclano non hanno a disposizione impianti dove conferire gli scarti del riciclo stesso (che ammontano in Italia ad almeno 2,5 milioni di tonnellate/anno solo guardando al recupero di carta, plastica, vetro, legno e organico), senza contare quella consistente parte di raccolta differenziata conferita in modo non corretto dai cittadini stessi, anche in Toscana, in questo caso finiscono per guardare altrove, come accaduto ad esempio con la lucchese Lucart che ha investito 20 milioni di euro in Spagna anziché in Toscana.

Il nuovo pacchetto normativo sull’economia circolare appena approvato dall’Ue continua a prevedere il recupero energetico da rifiuti; il primo documento presentato ieri dal governo nazionale sugli “indicatori per la misurazione dell’economia circolare” inserisce tra questi anche il “recupero di energia da rifiuti”, ricordando che in Italia da una parte «il 19% dei rifiuti urbani prodotti è incenerito, mentre circa il 2% viene inviato ad impianti produttivi, quali i cementifici, centrali termoelettriche, ecc., per essere utilizzato all’interno del ciclo produttivo e per produrre energia», mentre «per quanto riguarda i rifiuti speciali, nel 2014 il 1,6% del totale è stato avviato a operazioni di recupero di energia», aggiungendo che come indicatore «si potrebbe in alternativa utilizzare il gap di incenerimento (che quindi deve azzerarsi) rispetto al fabbisogno di incenerimento del paese che è stato stimato dal Ministero con il decreto DPCM 10 agosto 2016 (sono circa 2 milioni di tonnellate)»; infine, anche il vigente Prb – il Piano regionale rifiuti e bonifiche – prevede di incrementare il recupero energetico su suolo regionale da qui al 2020.

Invertire la rotta rispetto a tutte queste prescrizioni normative è teoricamente possibile, ma occorre procedere nelle sedi adeguate e soprattutto indicare un’alternativa credibile per gestire i crescenti scarti dei nostri consumi: 2,3 milioni di tonnellate/anno di rifiuti urbani (senza contare le oltre 10 milioni di tonnellate/anno di rifiuti speciali), che ad oggi vengono avviate a riciclo per il 47%, termovalorizzate per il 12% e conferite in discarica per il 31%.

Più in generale, qualsiasi sia l’idea di “sviluppo sostenibile” o di “economia circolare” che si voglia perseguire, è impensabile percorrerla senza quegli impianti industriali che ne costituiscono gli ingranaggi-base. In questo contesto, la Toscana cammina su un ciglio pericoloso. Da una parte possiede già vere e proprie eccellenze nel campo dell’economia circolare, che le permettono di nutrire l’ambizione di diventare una delle regioni europee più avanzate in quest’ambito.

Dall’altra rischia concretamente di veder cadere l’intero sistema che alimenta queste eccellenze, sotto un fuoco incrociato di normative confuse che alimentano inchieste – come quella che ha condotto a esportare il 100% dei fanghi da depurazione civile fuori dai confini regionali, o quella che ha chiuso per oltre un anno la discarica del Cassero, poi riaperta – e di deliberate chiusure di impianti per la gestione dei rifiuti. Proprio i termovalorizzatori spiccano in prima fila nel computo: erano 8 in Toscana nel 2012 mentre oggi sono 5, con Pisa e Livorno che stanno adesso pensando di avviarne a chiusura altri due.

Senza una concreta e rapida inversione di rotta, o l’individuazione di solide alternative a breve termine, la virtuosa Toscana potrebbe paradossalmente auto-condannarsi a incrementare considerevolmente la quota di rifiuti esportati al di fuori della regione, con ampi impatti ambientali ed economici (che ricadranno giocoforza sulla Tari pagata da imprese e cittadini). Non a caso la Regione nella figura del presidente Rossi si è già detta disponibile ad aprire un confronto con i gestori attivi lungo la filiera del ciclo integrato dei rifiuti per verificare le criticità «impianto per impianto», dialogo che certo aiuterebbe nell’affrontare gli ampi problemi in corso.

Del resto è difficile pensare che la crisi dell’economia circolare regionale possa realmente essere considerato da qualcuno un prezzo onesto da pagare in cambio di consensi politici di breve durata, tanto più che le montanti bufale diffuse sul tema a livello nazionale si stanno rivelando una tigre ferocissima da cavalcare: i sondaggi mostrano già cittadini che si considerano sempre più attenti a praticare la raccolta differenziata (spesso senza possedere davvero le semplici ma necessarie conoscenze per suddividere bene i propri rifiuti nelle varie frazioni merceologiche), ma al contempo ritengono in massa di poter fare a meno non solo del recupero di energia da rifiuti, ma anche di tutti gli altri processi industriali indispensabili per riciclare quegli stessi rifiuti amorevolmente differenziati. Il paradosso è servito.