Si conclude oggi l’evento Toscana tech

La Toscana punta sull’Industria 4.0: una rivoluzione da governare

Università di Pisa: «Il crescente consumo di risorse ambientali non ha portato benefici reali in termini di reddito alla popolazione dei paesi con le economie più avanzate»

[28 febbraio 2017]

Toscana tech non è solo il nome della due giorni che si conclude oggi al Palacongressi di Firenze, per dibattere – sotto la regia della Regione – sul futuro dell’Industria 4.0 e della trasformazione digitale sempre più spinta dei processi produttivi. L’economia toscana è già espressione rilevante dell’hig-tech, dalla manifattura fino all’agricoltura: sul territorio regionale si contano infatti 1600 aziende ad alta valenza tecnologica di cui 75 spin off delle ricerca pubblica, con 46 mila addetti, 180 laboratori di ricerca e poi le università, spin-off e start up all’avanguardia e un trend in crescita di circa il 6%, senza dimenticare un fatturato che ha superato i 18 milioni di euro. I dati sono quelli del 2014 e oggi – assicurano in Regione – va anche meglio.

Perché dunque tanta attenzione a convogliare le energie sull’Industria 4.0? La digitalizzazione della manifattura toscana rappresenta in realtà un processo ancora totalmente in divenire, dai risultati affatto scontati. Innanzitutto, buona parte della Regione osserva da vicino le potenzialità di sviluppo portate dall’high-tech, ma senza neppure riuscire a sfiorarle. Come ricordano Cgil e Ires Toscana presentando il Focus Economia Toscana 01-2017, la situazione economica regionale è lontana da potersi dire florida: nonostante stia resistendo ai colpi della crisi meglio dell’Italia nel suo complesso,  «la debolezza economica della nostra regione si riversa sul mercato del lavoro che continua nell’andamento decisamente debole, per non dire depressivo», sottolinea il direttore di Ires Toscana Fabio Giovagnoli Ristagna l’occupazione che si attesta al 66% e cresce il tasso di disoccupazione, ora all’8,8%; a peggiorare il quadro si aggiunge il «dato relativo all’utilizzo della Cassa Integrazione Guadagni che aumenta soprattutto nel settore metalmeccanico e nella provincia di Livorno».  Non tutta la manifattura corre sul treno dell’Industria 4.0, evidentemente.

La Regione punta ad accelerare la transizione coadiuvando il trasferimento tecnologico, come mostra il Protocollo d’intesa (valido fino al 2020, rinnovabile) firmato insieme alle università e agli istituti di ricerca presenti in Toscana: «Siamo grandi inventori – spiega il presidente Rossi – ma abbiamo bisogno di chi investa poi su quelle idee perché abbiano uno sbocco sui processi industriali». Il primo passo rimane dunque quello di far incontrare domanda ed offerta di innovazione, passaggio ovunque critico. La Regione ci prova, riconoscendo inoltre che non tutta la forza lavoro sarà tra i “salvati” dall’Industria 4.0, ma che non è possibile sopportare altri “sommersi”: «Le politiche europee di coesione per rimediare agli squilibri territoriali e ai disagi sociali prodotti dal mercato devono raggiungere, dall’attuale 0,9, almeno il due percento del Pil europeo, come chiedeva il grande europeista socialista Jacques Delors», ha ricordato ancora Rossi nella giornata in cui Firenze ospita la commissaria Ue Corina Cretu.

Ma una domanda di fondo pare rimanere inevasa, anche nell’aria inebriante e carica di fiducia che si respira nella Toscana tech. Industria 4.0 per fare cosa?

Il quesito se lo sono già posti all’Università di Pisa, che proprio insieme alla Regione ha recentemente pubblicato il pregevole volume Industria 4.0 senza slogan, finendo per adottare una necessaria, più ampia prospettiva: «Il crescente consumo di risorse am­bientali e la conseguente erosione sempre più rapida delle risorse di­sponibili – osservano dall’Ateneo toscano – non hanno portato dei be­nefici reali in termini di reddito alla popolazione dei paesi con le econo­mie più avanzate, come evidenziato dal rapporto di McKinsey Global Institute “ Poorer than their parents? A new perspective on income inequa­lity”. Infatti il reddito pro-capite della popolazione si è ridotto al punto che una percentuale compresa fra il 65% e il 70% della popolazione si ritrova al termine del decennio che va dal 2005 al 2014 con redditi fermi o addirittura in calo rispetto al livello di partenza, a causa della prolungata crisi econo­mica e dell’aumento delle disugua­glianze. Non era mai accaduto nulla di simile nei sessanta anni precedenti, cioè dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. In questo contesto, l’adozione di una logica orientata alla sostenibilità e all’economia circolare attuata attraverso la riduzione e l’ottimizzazione dei consumi di risorse naturali può essere uno dei driver che contribui­sce a frenare tale processo di impo­verimento».

L’Industria 4.0 può condurre ad un uso più efficiente delle risorse naturali, diminuendo gli sprechi e controllando scrupolosamente ogni anfratto della filiera produttiva, ma – al contrario – potrebbe riproporre l’ennesima versione del paradosso di Jevons, per cui un aumento di efficienza porta a un incremento (e non a una riduzione) dei consumi. Dal sogno all’incubo, il passo è breve: l’Industria 4.0 va governata finché siamo in tempo.