Cinque pilastri per realizzare «la rivoluzione industriale del XXI secolo»

La via italiana all’Industria 4.0 incrocia l’economia circolare

Molte le opportunità, ma è indispensabile gestire la transizione per evitare danni ambientali e occupazionali

[7 luglio 2016]

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È stato presentato ieri alla Camera il documento conclusivo (disponibile qui, ndr) di un’indagine, assai partecipata, che mira alla definizione di una «strategia italiana di Industria 4.0, attraverso una migliore definizione del quadro normativo necessario a promuoverne la realizzazione». L’indagine, condotta dalla commissione Attività produttive di Montecitorio, rappresenta il primo tentativo istituzionale di mettere a fuoco quella che è «la rivoluzione industriale del XXI secolo, la quarta in più di duecento anni di storia occidentale» e «paragonabile a quelle che si sono succedute negli ultimi tre secoli». È forse la prima che seguiamo e analizziamo in diretta con un elevato livello di dettaglio.

In questo caso non c’è una singola tecnologia abilitante (come il vapore o l’elettricità), ma un insieme – l’Internet of Things, il cloud e cloud computing, additive manufacturing/3D printing, cyber security, big data e data analytics, robotica avanzata, realtà aumentata, wearable technologies, sistemi cognitivi – che viene ad aggregarsi «in modo sistemico in nuovi paradigmi produttivi». Una rivoluzione in divenire dunque, che è necessario governare per valorizzarne gli aspetti positivi e frenarne quegli distruttivi. «Le persone – si legge – continueranno a svolgere i lavori in cui il valore sarà la creatività e l’esecuzione di attività non di routine».

«Diminuiranno le richieste di lavoro manuale poco qualificato mentre aumenteranno le richieste di figure professionali qualificate – si osserva nell’indagine – ci sarà quindi da affrontare il delicato problema della riconversione di molte figure professionali». La Cgil ha evidenziato che oggi il settore manifatturiero italiano «conta circa 375 mila imprese, una produzione di 800 miliardi di euro, 3,5 milioni di occupati». Se non si interviene in tempo, molti rimarranno travolti dall’arrivo dell’Industria 4.0. Interventi in ambito formativo e di riqualificazione professionali saranno determinanti, ma basteranno? Molti interlocutori, tra i quali la Banca mondiale, suggeriscono la necessità di introdurre in qualche forma un reddito universale. L’indagine della Camera non affronta però direttamente il tema.

Individua invece «cinque pilastri sui quali costruire una strategia Industria 4.0». Il primo «riguarda la creazione di una governance per il sistema Paese», con la necessità di costituire «una Cabina di regia governativa». Il secondo pilastro prevede «la realizzazione delle infrastrutture abilitanti», ad esempio  attraverso la realizzazione del piano banda ultralarga e di una P.A. digitale. Il terzo «prevede la progettazione di una formazione mirata alle competenze digitali», distinguendo «tra una formazione professionale di breve periodo rivolta prioritariamente a soggetti che non studiano e non lavorano, i cosiddetti Neet, o a personale impiegato in lavori in via di obsolescenza», una nel medio periodo, che «potrà invece essere rivolta alle imprese», e infine una formazione nel lungo periodo, con una «formazione scolastica e post scolastica che punti alla formazione di competenze digitali diffuse anche in tutti gli ambiti, compresi quelli delle scienze umane». Il quarto pilastro è rappresentato «dal rafforzamento della ricerca». Il quinto e ultimo è infine l’open innovation, come «standard aperti e interoperabilità e su un sistema che favorisca il Made in Italy».

Risulta particolarmente interessante l’intreccio evidenziato nell’indagine tra Industria 4.0 ed economia circolare. Già altre indagini internazionali hanno affrontato il tema, mettendo in evidenza opportunità da migliaia di miliardi di dollari. Al contempo – anche sotto il profilo ambientale – non mancano le criticità da gestire.

«La nuova industria manifatturiera – riporta l’indagine – caratterizzata da una produzione in piccoli lotti, con bassi o zero scarti, realizzata in impianti di non grandi dimensioni localizzati vicino al consumatore, dovrebbe comportare riduzione di inquinamento, fabbisogno energetico, costi di trasporto merci e scarti da imballaggio». Al contempo, però, la digitalizzazione della manifattura porta a una maggiore flessibilità della produzione, e ciò consente sia «un miglioramento della velocità di produzione», sia «un aumento della produttività». Difficile pensare che senza uno governo dei flussi di materia ed energia tutto questo possa condurre a un minore utilizzo di risorse naturali.

Ecco che l’Industria 4.0 deve avanzare a braccetto con un’altra rivoluzione industriale, quella dell’economia circolare. «La necessità di un graduale ma inevitabile passaggio da un’economia lineare – sottolinea la Camera – alla cosiddetta circular economy comporta un cambio di paradigma nella definizione dei prodotti e dei processi manifatturieri che devono essere gestiti e monitorati lungo tutto il loro ciclo di vita», facendo sì che i materiali e l’energia utilizzati mantengano «il loro valore il più a lungo possibile».

Il tempo, in questo contesto, non è una variabile qualsiasi. È bene ricordarlo. L’indagine italiana per “costruire una strategia Industria 4.0” arriva dopo molti altri progetti simili sono stati conclusi in altri Paesi: tra questi, Australia, Canada, Cina, Corea del Sud, Giappone, India e Stati Uniti, Belgio, Danimarca, Francia,  Germania, Paesi Bassi, Regno Unito, Svezia. È ora di muoversi.