L’Africa tra tradizione e land grabbing. «La terra è il nostro petrolio»

[15 maggio 2015]

Domani si conclude a Dakar, in Senegal il Forum foncier mondial  che si è aperto il 12 maggio con una giornata dedicata all’Africa dove, a causa del peso delle tradizioni, della cattiva ripartizione fondiaria, e di leggi obsolete, i conflitti per la terra sono ricorrenti e rappresentano una delle cause che itarda lo svilyuppo del continente.

Al settimo  Forum foncier mondial di Dakar – Une gouvernance foncière inclusive et juste pour un développement durable: le temps dell’action – organizzato dall’International Land Coalition  (Ilc) alla quale aderiscono organizzazioni della società civile come  Oxfam, Icodev Africa, Enda, partecipano più di 700 delegati che hanno discusso di come la terra possa svolgere un ruolo essenziale nello sviluppo dell’Africa.

Secondo la Banque africaine de développement, «39 milioni di ettari di terre agricole si prestano all’irrigazione, mentre la percentuale delle terre arabili irrigate sul continente è solo del  7% (appena il 3,7% nell’Africa subsahariana)». Un potenziale non sfruttato che attira gli investitori stranieri – con un aumento dei casi di accaparramento di grandi estensioni di territorio, il land grabbing –  ma che è indispensabile per la sopravvivenza delle comunità locali e per sfamare una popolazione in rapidissima crescita.  Quindi occorre trovare al più presto un equilibrio tra i diversi interessi, altrimenti, come sempre, prevarranno quelli dei più forti e dei più ricchi.

Il ministro senegalese dell’agricoltura, Pape Abdoulaye Seck, intervenendo al forum ha detto: «La terra è il nostro petrolio», ma molti delegati hanno fatto notare che non ha spiegato come vuole ripartirla, visto che in Senegal non mancano certo i casi di land grabbing, come quello di Tampieri Financial Group, une società italiana che contriolla più di 20.000 ettari nel nord del Paese  attraverso la sua controllata Senhuile.

Aïda Djigo Wane, vicedirettrice dell’Agence pour la Promotion des Investissements et des grands travaux (Apix), ha fatto notare che «In Senegal, per esempio, il  95% delle terre non appartiene formalmente né allo Stato nné agli individui» ed è qui che si infila la speculazione e l’accaparramento di terre comunitarie ma che non sono “registrate”.

Per Soyata Maiga, della Commission africaine des droits de l’homme et des peuples (Cadhp), «La questione del diritto alla terra è davvero cruciale. Le donne detengono meno dell’1% delle terre africane, però assicurano il 60% dei raccolti alimentari».

In alcuni Paesi, come il Camerun, il  Madagascar e lo stesso Senegal, sono state avviate delle riforme, ma si scontrano con una sorda resistenza locale ed un capo tradizionale del Ghana ha sottolineato al summit di Dakar: «Possiamo fare delle riforme per facilitare l’accesso delle donne o di altri gruppi alla terra, ma è difficile abbandonare quel che mi hanno lasciato i miei antenati».

Una miscela di tradizioni e credenze e di modernissimo accaparramento capitalistico di multinazionali con pochi scrupoli che sta creando un vero e proprio disastro fondiario in un’Africa in bilico tra un passato tradizionalista ed un futuro nel quale bisognerà rapidamente scegliere tra il  land grabbing e uno sviluppo economico e sociale sostenibile.