L’anno che verrà, secondo Rossella Muroni

«Non abbiamo paura della tempesta in mare aperto e possiamo evitare le secche lungo la costa!»

[31 gennaio 2017]

Ci aspetta un anno complicato, è inutile girarci intorno. Un Paese diviso sulle riforme costituzionali – sul proprio assetto democratico dunque – fiaccato dalla crisi economica, guidato da una classe politica che – a partire dalle stanze del Ministero dello sviluppo economico – sembra incapace di promuovere innovazione di merito che sappiano posizionare l’Italia sui nuovi mercati globalizzati. Un Paese “in bilico sulle elezioni” ma senza una legge elettorale definita e che da quasi sei mesi si trova ad affrontare la più grande emergenza ambientale e naturale – per estensione e durata – della sua storia: il terremoto nel Centro Italia ed ora la neve hanno messo a fuoco in tutta la loro drammaticità quello che parzialmente e in maniera discontinua registravamo da alcuni anni. Il territorio italiano – quello definito di volta in volta “Italia minore”, dei “piccoli comuni”, “marginale”, delle “aree interne” – è sempre più sguarnito di presidi, di punti di riferimento, di funzioni amministrative: la soppressione (mancata) delle province, lo scioglimento delle comunità montane, i comuni stretti nella morsa del patto di stabilità, il ridimensionamento delle funzioni e del ruolo della Protezione Civile, la riorganizzazione in corso dovuta all’accorpamento tra Carabinieri e Corpo Forestale dello Stato, nonché l’incapacità governativa della maggior parte delle Regioni italiane stanno dimostrando non tanto che non fosse giusto fare delle riforme – a partire da quella del Titolo V – quanto che si è stati totalmente incapaci di immaginare e costruire un assetto ed un’ossatura alternativa, reale, efficace ed efficiente della presenza dello Stato sul territorio, in mezzo ai cittadini.

Le immagini dei Vigili del Fuoco che tirano fuori il bambino superstite da sotto la neve e le macerie dell’albergo Rigopiano ci hanno commosso e inorgoglito ma noi sappiamo che – a netto della condanna di crudeli strumentalizzazioni e polemiche – nello stesso momento decine di famiglie rimanevano isolate nei comuni e nelle frazioni che costellano il nostro Appennino centrale, i terremotati erano esposti ai disagi della neve senza aver ricevuto, dopo quasi 6 mesi, adeguata sistemazione, che migliaia di animali stavano morendo di freddo e di stenti. La burocrazia che non vuole responsabilità e i ritardi sono oggettivi e sbaglia chi chiede di tacere: non si tace, si denuncia con le mani sporche di polvere delle macerie. Quello che hanno fatto le decine di volontari  specializzati nel recupero dei Beni Culturali messi a disposizione da Legambiente per affrontare l’emergenza e che l’incapacità organizzativa del nuovo sistema, guidato dal Mibact e non più dalla protezione civile, non ha saputo sfruttare e valorizzare fino in fondo.

Hanno invece e fortunatamente saputo sfruttare fino in fondo il nostro aiuto e contributo gli agricoltori che abbiamo aiutato con la campagna “La Rinascita ha il cuore giovane”: quasi 100.000 euro che abbiamo utilizzato per acquistare cose concrete che subito servissero ai giovani agricoltori terremotati per riprendere a vivere: dal cagliatore di latte alla stalla, da 2 vacche gravide ad un’autopompa che sostituisse le sorgenti scomparse con il sisma. Cose concrete e risolutive come piacciono a noi! Così come stiamo lavorando sul fronte della ricostruzione con la costituzione di un “Osservatorio Cratere” in collaborazione con Fillea-Cgil che sappia fare da collettore per imprese ed amministrazioni e contemporaneamente attivando anche con i costruttori di Ance un cantiere guida che coniughi la ricostruzione con l’innovazione edilizia e la sostenibilità. Di un problema cerchiamo di fare un’opportunità, come sempre. Infine la riscoperta del territorio colpito attraverso l’attivazione nei due parchi nazionali colpiti di campi di volontariato estivi per il ripristino dei sentieri: un progetto in rete con i Parchi, con Ispra, con l’associazione delle guide Aigae, con il Ministero dell’Ambiente. Naturalmente la nostra campagna sui piccoli comuni, nell’anno dei borghi, parlerà di Appennino e ricostruzione e lo farà rafforzando la rete delle relazioni che in questi anni siamo riusciti a costruire.

Siamo convinti che questa capacità tutta nostra, tutta legambientina, di dire come dovrebbe essere mentre concretamente contribuiamo alla costruzione dell’alternativa sia quella che, contro molti, continua a darci diritto insindacabile di parola. Le mani nella polvere delle macerie, a salvar santi e madonne, ci hanno dato il diritto alla critica, ad indicare la strada, a costruire l’alternativa e di questo ringraziamo i nostri volontari, i regionali e circoli coinvolti: Francesca, Antonella, Milko, Francesca, Rita, Giuseppe, Alessandra, Maurizio, Brigida, Roberto, Matteo e Gabriele. Grazie.

E però Chicco, il bimbo salvato per primo a Farindola, ci parla della speranza nel nostro futuro. Dobbiamo tornare ad un nostro vecchio adagio e scegliere ancora l’ottimismo della volontà contro il pessimismo della ragione. Non è buonismo il nostro, ma un’azione concreta per contribuire a tirare fuori questo Paese da sotto le macerie e il gelo in cui la malapolitica e la malamministrazione lo tengono da alcuni decenni.

Dobbiamo fare di più: siamo nell’epoca della Brexit e di Trump e noi legambientini sappiamo quanto in questi anni il fronte internazionale ha per noi rappresentato un orizzonte di sviluppo possibile. Le scelte pro rinnovabili di Obama, il ruolo dell’Europa su Economia circolare e normativa ambientale. Un orizzonte di azione e culturale che ci è sempre servito a segnalare l’arretratezza del Paese e contemporaneamente a dimostrare che sì, un altro mondo era proprio possibile.

Sbaglieremmo a ripiegare il nostro ragionamento in una dimensione asfittica e nazionale, in una lettura politicista che rimbalza tra risultati elettorali e crisi di Governo. Questo Paese ha disperatamente bisogno di una visione e per averla deve alzare gli occhi verso l’orizzonte e noi – che siamo movimento politico di cittadini – dobbiamo saperlo fare prima degli altri.

Si ma come? Chiedendo – a 60 anni dalla sua fondazione – più Europa, più cooperazione tra i popoli, più solidarietà tra le nazioni. Di più! noi dobbiamo contribuire a costruire e rafforzare una nuova generazione europea fatta di donne e di uomini che vivano i confini nazionali con consapevolezza e rispetto ma senza che questi ne rappresentino i soli tratti identitari e culturali. Dobbiamo crescere ed educare un popolo europeo che sappia accogliere e riconosca che il fenomeno dei migranti non è un’emergenza ma un dato storico che forse salverà questo continente contribuendo a contrastarne l’invecchiamento, portando nuove sensibilità, competenze e culture, ossigenando le menti e i cuori. Una giovane generazione che per ora ha votato la Brexit e che continua a votare – tranne in Austria – contro le innovazioni e le riforme politiche. Evidentemente le innovazioni e le riforme fin qui giunte – a partire da quella sulla riforma costituzionale italiana – non parlano di futuro e non hanno saputo dimostrare ai giovani la loro utilità. Una politica che non parla di futuro a chi in futuro ci sarà ha, crediamo, fallito il proprio obiettivo principale!

Ancora: l’Europa che vogliamo è un’Europa che sa cogliere la sfida globale dei mutamenti climatici e sa sfruttare la “svolta fossile” dell’America come un’occasione per prendere la leadership del movimento economico, politico e sociale contro il global warming. L’Europa che vogliamo non è schiacciata dalla paura della minaccia terroristica e sa costruire reti come quella dell’Alliance in cui siamo e di cui esprimiamo la presidenza internazionale. A marzo del 2017 festeggeremo a Roma i 60 anni dell’Unione Europea e stiamo seguendo la costruzione di un percorso di iniziative ed eventi organizzati da un vasto cartello di sigle a partire dal Movimento Federativo Europeo. Un percorso di mobilitazione verso un’altra Europa che ci vedrà protagonisti con iniziative territoriali di avvicinamento – pensiamo a due eventi territoriali che parlino uno di città e l’altro di migranti – fino all’appuntamento del 25 marzo quando a Roma i grandi capi di Stato si riuniranno per le celebrazioni. Le modalità della mobilitazione in questi giorni sono ancora in via di definizione ma il nostro obiettivo è stare sia nel percorso di riflessione politico culturale espresso dal Movimento Federativo europeo, sia nel processo di movimento espresso dall’associazionismo che va dalle Acli all’Arci come negli ultimi appuntamenti internazionali. Ma, su questo vorremmo essere molto chiari, noi pensiamo che il solco europeo non passi tanto dalle manifestazioni di piazza a Roma. Noi pensiamo che per chiedere e costruire più Europa la nostra mobilitazione debba essere sui territori: è necessario che le vertenze territoriali abbiano un segno europeo, sappiano raccontare che avere più Europa, un’Europa diversa – dei popoli, dei cittadini, come abbiamo scritto nella nostra tessera – aiuterà anche i territori ad avere risposte: dal terremoto alle bonifiche, dall’abusivismo edilizio alle città inquinate, dalle discariche alla creazione di nuova economia è l’Europa che può aiutarci ad avere un quadro normativo, culturale e politico di cambiamento.

Ed è a livello europeo che stiamo combattendo una delle battaglie più importanti e che nelle prossime settimane ci vedrà impegnati con sempre maggiore sforzo: parlo della lotta al consumo di suolo e alla raccolta firme per l’emanazione di una direttiva europea sul suolo che sappia rispondere a molti dei problemi che schiacciano i nostri territori: dal rischio idrogeologico, alla speculazione edilizia, dall’abbandono delle campagne all’impoverimento del suolo, dall’inquinamento della terra all’erosione costiera. Dalla campagna People4soil e dal raggiungimento di un milione di firme raccolte passa l’unica difesa del suolo europeo che ci interessa e che parla di futuro, di un modello economico e delle relazioni sociali nuovo e più giusto.

C’è vita sotto la neve, e anche sotto la cappa bianca che sembra aver tramortito il nostro Paese negli ultimi anni: c’è e lo dimostreremo valorizzando come sempre le prospettive, le realtà già esistenti, le nuove esperienze di economia civile, il bello del nostro territorio. Stiamo preparando un’edizione tutta nuova di Ambiente Italia che racconti la Green Society così come stiamo proseguendo spediti sul fronte dell’Economia Civile ragionando di B corporation con l’ambizione di dimostrare che un modello economico solido ed alternativo al capitalismo ci può essere e passa anche per l’Ostello del Monte Barro che Legambiente ha preso in gestione e che nel mese di febbraio chiederà agli ospiti di pagare quanto ritengono giusto per il servizio avuto. Un fronte, quello economico e della relazione con le aziende, per noi davvero centrale visto che nella classe imprenditoriale sana ed onesta di questo paese risiede in questo momento la parte di potere sociale più disponibile al cambiamento, con una proiezione forzatamente internazionale, che misura sulla propria pelle l’insipienza della politica ma anche e soprattutto sa cogliere l’importanza di avere una relazione aperta e rispettosa con la società cosiddetta civile, con noi, con i cittadini insomma. Penso in particolare al mondo agricolo e del food dove a fianco al mondo del biologico – nostro orizzonte privilegiato sia dal punto di vista del modello che della cultura – molte aziende si stanno muovendo verso la sostenibilità. Sarà fondamentale continuare a tenere una strategia trasversale e multicentrica, che sappia fare sintesi, che sappia puntare al cambiamento: che sappia insomma combattere l’utilizzo dei pesticidi su cui il 31 gennaio presenteremo il dossier annuale e contemporaneamente lavorare con la grande distribuzione e la rete produttiva per un progetto economico di riconversione verso la sostenibilità.

Lavorare con le aziende sarà per noi una sfida importante e delicata ben consapevoli che anche il fronte dell’illegalità ambientale e dell’inquinamento passa dal sistema economico e che non sempre è semplice distinguere e capire le situazioni. Ma è una sfida che ci sentiamo di affrontare soprattutto per il rinnovato slancio con cui porteremo avanti il nostro impegno nella lotta alle ecomafie e alla criminalità organizzata anche grazie al protocollo d’intesa recentemente firmato con il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri (un protocollo che prevede anche una parte di lavoro comune sul fronte del recupero e della messa in sicurezza dei Beni Culturali in caso di calamità naturali e che ci ha consentito di essere utili nelle Marche in questi ultimi mesi).

Ci vuole ingegno, ci vuole coraggio, ci vuole visione e ci vuole cura: delle relazioni, dell’associazione, del Paese. Per questo, per riuscire a prenderci cura dell’Italia, noi abbiamo bisogno di continuare a lavorare sul rafforzamento della nostra associazione. Legambiente è forte e ineludibile solo e soltanto perché esiste sul territorio e perché sa sempre dimostrare la propria utilità sociale. Anche quando questo ci espone a dei rischi concreti come è successo a Legambiente Sicilia condannata al pagamento delle spese legali (18.000 euro) per avere  difeso in tribunale le Mura Dionigiane e su cui lanceremo una campagna di solidarietà associativa.  Per lavorare in maniera diversa e più efficace sarà fondamentale lavorare su noi stessi e sul nostro modo di agire, a partire dal seminario del prossimo 24 e 25 febbraio che coinvolgerà i gruppi dirigenti nazionale e dei regionali e che partirà proprio dal programma di lavoro e dal metodo che vorremmo applicare nei prossimi mesi.

Facciamo due esempi: in queste settimane di sisma ci sarebbe piaciuto poter dire che le bambine e i bambini italiani erano di certo al sicuro se a scuola. Invece così non è e Legambiente lo denuncia da anni con numeri, esperienze e presidio territoriale. Quest’anno NonTiScordarDiMè e il dossier ecosistema scuola debbono a maggior ragione saper dare risposte e proposte al Paese e questo passa per una loro profonda valorizzazione: non è questione “di quelli che si occupano di scuola” ma deve essere un impegno centrale per tutta Legambiente.

Esattamente per lo stesso motivo i parchi devono smettere di essere un semplice “settore associativo” e devono diventare luogo di impegno e di azione per tutta Legambiente: dalla dura battaglia politica sulla riforma della legge 394 (su cui abbiamo spiazzato molto ottenendo un protagonismo assoluto, indipendente ma non isolato) fino alla nostra presenza territoriale dobbiamo assumere questo come un fronte innovativo e privilegiato di impegno legambientino. Basta con le commissioni di esperti, apriamoli sti parchi all’economia civile, alle scuole sostenibili, alla battaglia per la legalità, alla costruzione di un turismo alternativo, a progetto di mobilità dolce e sostenibile.

Infine le sfide urbane:  le città tra inquinamento e disagio sociale rischiano di diventare le realtà insediative principali e più infelici del nostro paese. Anche qui però possiamo dare di più ed essere protagonisti di nuovi progetti innovativi dal Grab alla pedonalizzazione dell’Appia Antica, dalla mobilità alternativa alla battaglia dei pendolari. Un modo nuovo di fare associazione – ad assetto variabile – su progetti specifici che riconoscano le specificità territoriali e contemporaneamente la possibile valenza nazionale ed internazionale. Parliamone tutti insieme ma diamoci un piano di lavoro, delle priorità e delle strategie mirate.

Saranno tempi difficili ma entusiasmanti, ci vuole coraggio e visione: non abbiamo paura della tempesta in mare aperto e possiamo evitare le secche lungo la costa!

di Rossella Muroni, presidente Legambiente

Intervento all’Assemblea dei delegati del 21 gennaio 2017