Lavoro, avanza la rivoluzione dei robot: 240mila in più nell’ultimo anno

Nel mondo lavorano 66 robot industriali ogni 100mila operai. In Italia sono più del doppio

[2 maggio 2016]

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Anni di crisi economica hanno aperto baratri profondi nel mondo del lavoro, ma accompagnato il silenzioso ingresso nelle fabbriche e negli uffici di una nuova categoria di occupati: i robot, moderni servi della gleba. Si tratta come noto di impiegati assai apprezzati dai loro datori di lavoro: non chiedono aumenti di salario, non mettono in piedi sindacati, non scioperano. E sono sempre di più.

Secondo gli ultimi dati diffusi dall’International federation of robotics (Ifr), nel corso dell’ultimo anno i robot industriali hanno tagliato per il terzo anno consecutivo un nuovo record di vendite: 240mila unità nel mondo – +8%, a fronte di un Pil globale cresciuto del 3% -, un incremento all’incirca pari a quello di tutti i lavoratori (umani) dipendenti in Italia nello stesso periodo.

Il +8% segnato dalle vendite di robot industriali è un dato medio, che racchiude una realtà complessa. Ad oggi la più grande domanda di mercato continua ad arrivare dal settore automobilistico, e riguarda soprattutto i robot articolati grazie alla vasta gamma di applicazioni e modelli disponibili: su 240mila unità totali vendute, 150mila rientrano in questo segmento. Spostando il confronto sul terreno dei mercati nazionali, è la Cina a mostrare la più alta domanda di robot industriali (+16% delle vendite nel 2015).

Non è un caso. Come spiega un’indagine appena condotta per il Mit di Boston, oggi il settore manifatturiero della Cina vale il 36% del Pil locale, e impiega circa 100 milioni di persone (in  tutti gli Usa sono 12 milioni). È qui che si concretizza un quarto della produzione manifatturiera di tutto il mondo, quando solo 16 anni fa la percentuale era ferma al 3%. Una crescita vorticosa che ha finito per riguardare inevitabilmente anche i salari degli operai, cresciuti del 12% annuo a partire dal 2001: adesso i paradisi dello sfruttamento e del lavoro sottopagato si sono sposatati altrove. Vietnam, Thailandia e Indonesia offrono ad esempio operai con salari che costano meno di un terzo rispetto agli omologhi dei centri urbani cinesi; il pianeta Terra rimane però uno spazio finito, e presto anche in questi paesi i lavoratori reclameranno maggiori diritti. I robot, invece, no. Per questo oggi la Cina guarda con appetito all’automazione industriale, con l’obiettivo di diffondere le cosiddette “dark factory”, fabbriche completamente automatizzate. Un orizzonte che, al contrario di quanto si possa pensare, ad oggi vede la Cina indietro rispetto ai competitor occidentali (Italia compresa).

La Cina sta infatti importando un numero enorme di robot industriali, ma al momento sono 36 le unità presenti ogni 10mila dipendenti umani in fabbrica. Ai vertici della “densità robotica”, che misura il grado di automazione di un Paese, svetta oggi la Corea del Sud con 478 unità ogni 10mila dipendenti, seguita sul podio da Giappone e Germania. Gli Usa sono settimi in questa particolare classifica, l’Italia nona.

In media, nel mondo oggi lavorano 66 robot industriali ogni 100mila operai, ma le macchine cresceranno velocemente. Già 21 paesi hanno una densità superiore alla media, e i due terzi di questi si trovano nell’Unione europea: l’Italia stessa presenta una media superiore al doppio di quella mondiale, e gli acquisti di robot sul territorio nazionale continuano a crescere velocemente: nel primo trimestre 2016, secondo i dati diffusi da Ucimu – Sistemi per produrre, gli ordini di macchine utensili sul mercato italiano sono schizzati in alto del 31,8% rispetto allo stesso periodo del 2015, allungano la striscia positiva delle vendite per l’11esimo trimestre consecutivo. Percentuali assai distanti da quelle registrate dal lavoro umano, dove il Paese rimane il penultimo in Europa per tasso d’occupazione: in Italia, oggi, fa molto più gola un robot di un dipendente. Una rivoluzione che riguarda sempre più non solo gli operai, ma anche i colletti bianchi: nel mirino ci sono soprattutto i lavori ripetitivi, ma il target non fa che allargarsi al crescere delle possibilità incrociate di intelligenza artificiale e robot.

Come insegna la storia, con tutta probabilità non si tratta di una rivoluzione che sarà possibile fermare. In ogni caso, potrebbe non essere neanche la scelta più auspicabile. Affidare ai robot i lavori più ripetitivi può significare lasciare maggiore spazio alla creatività umana, alla sua espressione nel tempo libero come nei luoghi di lavoro. Una migliore e maggiore formazione è una delle chiavi per guidare il cambiamento, ma rimane impensabile credere che la società nel suo complesso possa correre verso la rivoluzione delle macchine alla stessa velocità dei robot. Di certo non tutti i 7 miliardi di umani – presto 10 miliardi – potranno diventare programmatori o manutentori di robot.

Con un’originale marcia di protesta dei “robot” lungo le strade di Zurigo, alla vigilia della Festa del lavoro una colorata sfilata per le strade della capitale finanziaria della Svizzera è tornata a chiedere un “reddito di base” (un referendum sul tema si svolgerà nel Paese il 5 giugno). Come Voltaire, crediamo che da solo il reddito non basti. «Il lavoro salva l’uomo da tre grandi mali: noia, vizio e necessità», riteneva già uno dei più illustri padri dell’Illuminismo. Come un lavoro minimo – con le relative riflessioni sul “cosa” produrre, e non solo sul “quanto” – anche un reddito minimo è però sempre più necessario, anche in Italia. La rivoluzione dei robot incalza, e far finta di niente non risolverà il problema.