Le proposte dell'economista Mariana Mazzucato all'attenzione della Commissione Ue

Sorpresa: il lavoro decente, stabile e ben pagato fa bene all’innovazione

Troppa flessibilità invece la danneggia: la ricerca economica aiuta a capire lo stallo del Paese (e il risultato delle elezioni)

[9 marzo 2018]

Il risultato delle elezioni politiche italiane dà la misura di un Paese stufo della classe dirigente che l’ha guidato durante lunghi, pesanti anni di crisi economica, e che si getta nelle braccia del nuovo a caccia di un po’ di tutele economiche (il reddito “di cittadinanza” ad esempio, pietra angolare del successo M5S) e di sicurezza (che la Lega traduce in una chiusura a riccio verso l’esterno, che sia nei confronti dell’Ue o dei migranti). Eppure, osservando lo stato di salute dell’Italia attraverso i numeri del lavoro, tali timori parrebbero infondati. Come ricorda l’economista Leonello Tronti sull’ultimo Menabò di etica e economia, l’Istat descrive una crescita occupazionale ininterrotta per 49 mesi (dall’ottobre 2013 al novembre 2017), pari a circa 21mila occupati aggiuntivi al mese: quanto è bastato per tornare a raggiungere i 23 milioni e 133 mila occupati, poco meno del record storico toccato ad aprile 2008. Numeri che sono però stati bocciati dal voto dell’elettorato: perché?

Come è stato più volte sottolineato (anche) su queste pagine, è imprescindibile guardare non solo alla quantità del lavoro ma anche alla sua qualità: «Con la crisi – argomenta Tronti – si è ridotta la quantità di impieghi standard, a orario pieno e a tempo indeterminato e, corrispondentemente, il mercato del lavoro si è trasformato profondamente […] Il carattere temporaneo degli impieghi di segmenti crescenti dell’occupazione fa sì che tra le due condizioni di occupato e disoccupato, mutualmente esclusive secondo la rappresentazione statistica tradizionale, venga a frapporsi un continuum di posizioni di “semioccupazione” (o, all’inverso, di “semidisoccupazione”), che inevitabilmente indebolisce il valore della tradizionale rappresentazione del mercato del lavoro restituita dalle statistiche ufficiali».

Il lavoro è sì, dunque, tornato a crescere, ma degradandosi, con una percentuale crescente di «contratti a tempo determinato, lavori in somministrazione, lavori stagionali, collaborazioni, lavori a chiamata, lavori occasionali, lavoretti nella gig o nella sharing economy, lavori irregolari». Ma non è forse questo il prezzo da pagare per l’innovazione, motore trainante di ogni moderna economia di successo? Non è solo l’elettorato ad essere – comprensibilmente – assai poco intenzionato ad abbracciare tale prospettiva. Anche la teoria economica sembra suggerire l’opposto: un’eccessiva flessibilità nel mercato del lavoro non incoraggia l’innovazione. La danneggia.

Sono questi i risultati della ricerca Weaker jobs, weaker innovation. Exploring the temporary employment-product innovation nexus, messa nero su bianco da economisti dell’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (Inapp) e della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, riassunti ancora una volta sul Menabò. Osservando l’effetto «di uno degli elementi cardine della flessibilità del lavoro in Europa – l’uso di contratti temporanei – sulla propensione ad introdurre nuovi prodotti» da parte delle industrie (manifattura e servizi) di Italia, Spagna, Francia, Germania e Paesi Bassi nel corso degli anni 1998-2012, i ricercatori hanno documentato che l’intensivo uso di contratti temporanei «sembra penalizzare la dinamica innovativa nell’intero campione di industrie e paesi presi in considerazione. Al contrario, la presenza di mercati del lavoro relativamente più ‘rigidi’ sembra andare di pari passo con una maggiore propensione a inserire innovazioni di prodotto». Per questo «le future riforme del mercato del lavoro che interesseranno le economie europee dovrebbero tenere in seria considerazione le eterogeneità strutturali ed i possibili ‘effetti collaterali’, in termini di minore capacità innovativa, che nuove dosi di flessibilità potrebbero determinare». Cosa che evidentemente non è avvenuta con le ultime riforme, a partire dal Jobs Act di renziana memoria, che hanno lasciato al contempo lavoratori poveri di tutele e un tessuto economico povero d’innovazione, con nessuna politica industriale che potesse – a compensazione – offrire prospettive di sviluppo inclusivo. Un mix esplosivo deflagrato nell’urna elettorale.

È possibile però rimediare, puntando (insieme) su innovazione e sostenibilità. «L’innovazione non solo stimola la crescita e le attività economiche ma può anche attivamente orientarle al fine di fronteggiare le sfide globali, trasformando queste in missioni concrete, misurabili e, più importante di tutto, raggiungibili», ha spiegato l’economista Mariana Mazzucato presentando alla Commissione europea lo studio Mission-oriented research and innovation in the European Union – a problem-solving approach to fuel innovation-led growth, in qualità di proposta formale per il prossimo Programma Quadro (FP9), che l’esecutivo europeo elaborerà a giugno.

«Se infatti i tre obiettivi più importanti per l’Europa sono crescita, inclusione e sostenibilità,  è necessario capire – osservano dall’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile – in che modo l’innovazione possa essere il volano con il quale intervenire su queste emergenze». Non sarebbe male iniziare a pensarci anche in Italia.