La manifattura verde nuova terza via per un’Europa che è rimasta in balia della crisi

Il lavoro affonda e la finanza è al top: così affoghiamo, ma in un mare di soldi

[2 luglio 2013]

Ormai da anni, raramente, arrivano dall’Istat buone notizie sul lavoro. L’ultimo report non fa eccezione, purtroppo: il tasso di disoccupazione italiano ha toccato a maggio un nuovo massimo storico, arrivando al 12,2%. Una tendenza che ci trova in buona compagnia. Secondo i dati forniti da Eurostat, infatti, la disoccupazione cresce anche nella zona euro: si tratta di «un incremento marcato», come scrive l’ufficio statistico dell’Ue. Solo nel 2012 la disoccupazione nella zona euro era al 11,3% (in Italia allo 10,4%).

La novità per l’Italia riguarda un parziale miglioramento nel tasso di disoccupazione giovanile, che scende al 38,5% di maggio 2013 rispetto al 39,9% di aprile, rimanendo comunque su grandezze siderali. Per sapere se questi dati siano o meno specchio di un’inversione di tendenza occorre tempo, ma una diminuzione di 1,4 punti percentuali non può certo dirsi un successo.

Occorrono mutamenti profondi, e l’ambizione di vedere una nuova rinascita dell’industria europea per creare nuovi posti di lavoro muove nella giusta direzione. «Serve impegnarsi perché entro il 2020 almeno il 20% del Pil Ue derivi dalla manifattura», ha ribadito il commissario Ue all’Industria, Antonio Tajani, ieri all’università Cattolica di Milano.

Adesso l’industria europea viaggia attorno al 15,2% del Pil prodotto nell’Unione: i punti percentuali persi nell’arco di soli 10 anni sono già 5, e il rischio deindustrializzazione adesso si fa sentire. Non si tratta però soltanto di una conseguenza della crisi: 10 anni fa il 2008 era lungi da venire, ma scelte politiche dissennate compiute allora accantonando lo sviluppo della manifattura si ripercuotono con maggior forza oggi, quando la crisi morde di nuovo forte.

In cerca di ossigeno da dare a tassi d’occupazione in picchiata libera, è facile capire come mai adesso si torni ad invocare l’industria. «La rilevanza del manifatturiero ricorda il Sole24Ore – nonostante l’avanzata dei servizi, sembra fuori discussione: le performance in termini di produttività del lavoro per unità impiegate restano le più elevate dell’economia reale […] In Europa un posto di lavoro su quattro dipende dall’industria manifatturiera ed almeno un altro posto su quattro rientra nella sfera dei servizi legati all’industria in quanto fornitori o clienti. L’80% di tutte le iniziative di ricerca e sviluppo condotte nel settore privato è attribuibile all’industria, dalla quale inoltre dipende il 75% delle esportazioni».

Un tuffo nel passato, nella fornaci dell’industria europea così come si presentavano nel secolo scorso, non sarebbe però un grande successo. Il modello sociale sulle quali quell’industria affondava le proprie radici non esiste più e, ancor più importante, la consapevolezza dei limiti fisici alla nostra crescita economica – che è andata maturando da 40 anni a questa parte – ci impongono di guardare ad un’economia più sostenibile, efficiente nell’utilizzo delle risorse fisiche e consapevole dei limiti ecosistemici che il nostro pianeta ci impone di non valicare. Abbiamo già provato una volta ad abbandonare l’industria – anche se non certo su presupposti ecologisti – e abbiamo miseramente fallito. La terza via che abbiamo provato a battere non è quella giusta.

La sbornia dell’economia finanziarizzata, dalla quale è arrivata l’onda che ha travolto cinque anni fa un’economia reale ancora sommersa, non può essere la soluzione ai danni che ha essa stessa portato. Eppure, ancora oggi ne siamo in gran parte innamorati.«Il valore nozionale dei derivati – ricorda la Repubblica con Affari&Finanza – calcolato dalla Banca dei regolamenti internazionali, è di circa 633mila miliardi di dollari, oltre nove volte il Pil del pianeta». Economia reale, tenuta sociale (e ambientale) affogano così lentamente, in un’enorme vasca piena di soldi opachi. Il giusto contrappasso per un modello sociale che si immola in sacrificio al suo dio denaro.

«Non si può pensare di invertire la tendenza di questa crisi – ha dichiarato Susanna Camusso, leader Cgil presente all’incontro in Cattolica – senza pensare di pestare i piedi a chi, durante questa stagione, si è arricchito e ha accumulato: bisogna redistribuire», e i dati sui derivati un indizio di dove andare a pescare già ce lo danno.