Lavoro, l’Italia «sotto la media nella maggior parte degli indicatori» Ocse

Ancora pochi gli occupati italiani ma ampie disuguaglianze, con bassa protezione nel mercato e alto stress

[14 giugno 2017]

L’Ocse ha reso disponibile il rapporto Employment outlook 2017, un documento che analizza lo stato di salute nei mercati del lavoro in oltre 35 Paesi in tutto il mondo, compreso naturalmente il nostro – che non brilla per i risultati conseguiti. «In Italia – osservano dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – la percentuale di occupati rispetto al totale della popolazione di età compresa tra i 15 e i 74 anni è tornata quasi al livello pre-crisi, ma al 49,9% resta il terzo tasso più basso tra i paesi Ocse», e anche il tasso di disoccupazione italiano «all’11,1% rimane il terzo tasso più alto tra i paesi Ocse, 4,5 punti percentuali in più rispetto al livello pre-crisi». Questo per quanto riguarda le stime redatte secondo le metodologie statistiche comunemente adottate, anche se è chiaro ormai che tali numeri crudi possano ingannare: come spiegato recentemente dalla Banca centrale europea, tenendo conto in modo più compiuto delle difficoltà occupazionali (oltre ai classici disoccupati, gli inattivi e i sotto-occupati) il tasso di disoccupazione europeo praticamente raddoppia passando dal 9,5% al 18%.

Meglio dunque analizzare il mercato del lavoro italiano privilegiando un approccio più complesso. Qualitativamente, l’Ocse mette in fila i dati su retribuzione, protezione nel mercato del lavoro, stress sul lavoro, reddito, parità di genere, accesso all’occupazione per i gruppi potenzialmente svantaggiati. Ne esce un quadro purtroppo ancora peggiore per l’Italia.

Il mercato del lavoro italiano mostra una performance «sotto la media nella maggior parte degli indicatori» impiegati dall’Ocse: «Oltre a scarsi risultati in termini di occupazione e disoccupazione, l’Italia è poco sopra la media Ocse solo in termini di qualità dei redditi da lavoro, mentre si colloca nella parte bassa della classifica in termini di protezione nel mercato del lavoro e stress lavorativo». Inoltre, il «grado d’inclusione nel mercato del lavoro italiano è sotto la media Ocse. Il divario occupazionale per i gruppi potenzialmente svantaggiati, come madri con figli a carico, giovani che non studiano né sono in formazione, lavoratori anziani, stranieri e disabili è il quinto più alto tra i paesi Ocse».

Pure la «percentuale di persone in età lavorativa che vivono al di sotto della soglia di povertà e il divario di reddito tra uomini e donne sono significativamente più alti della media Ocse», mentre «nell’ultimo decennio, la percentuale di lavoratori sotto stress e il divario occupazionale per i lavoratori più anziani e, in maniera meno marcata, per le madri con figli a carico si sono ridotti. Al contrario, come nella maggior parte dei paesi Ocse, l’insicurezza nel mercato del lavoro è aumentata a causa della crisi e la quota delle persone in età lavorativa che vivono in famiglie povere è aumentata».

Quale soluzione a un quadro così fosco? Paradossalmente, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico suggerisce di proseguire sulla stessa strada: «L’Italia deve continuare nella strada intrapresa con il Jobs Act e rafforzare le politiche attive», nonostante dall’approvazione del documento renziano i posti di lavoro siano sì cresciuti nel Paese – pur molto meno rispetto agli altri Stati Ue –, ma prevalentemente all’interno della fasce d’età più elevate (spinte dalla riforma Fornero sulle pensioni) e/o in modo precario.