Le 5 più grandi menzogne del capitalismo globale e il precariato

Atavists, Nostalgics e Progressives nell’era dell’odio e della guerra ai salari

[17 gennaio 2017]

Questo articolo è stato pubblicato sul sito del World economic forum iniziato oggi a Davos, con il titolo “The 5 biggest lies of global capitalism”  e fa parte di una serie di contributi per un dibattito sul precariato perché, come scrive lo stesso Guy Standing, «Insieme al cambiamento climatico  e all’impatto della quarta rivoluzione industriale, non c’è una questione più urgente di questa».

 

Coloro che languiscono nel gradino più basso del sistema lavorativo mondiale sono i precari, una classe sociale alla cui mancanza di sicurezza lavorativa e stabilità economica si attribuisce la crescita del populismo in tutto il mondo.

I precari si possono dividere in tra altri gruppi: Atavists, che anelano a un passato perduto; Nostalgics che aspettano invano un regalo, una casa; Progressives che aspettano un futuro perduto. L’ultimo gruppo include soprattutto coloro che vanno all’università solo per finire con un sacco di debiti e poca speranza di carriera o sviluppo personale.

Il primo gruppo, gli Atavists, è quello che ha partecipato allo scompiglio politico del sostegno alla Brexit, al trionfo de Donald Trump, la Lega Nord di destra in Italia, il Front National di Marine Le Pen in Francia e altri populismi nazionalisti in altri posti in Europa. In sostanza, in ogni luogo dove sembra vincere la destra populista.

Però si sono ribellati anche i Progressives, mettendosi fianco a fianco a protagonisti del calibro di Podemos in Spagna, Bernie Sanders negli Usa, Jeremy Corbyn in Gran Bretagna, Alternativet in Dinamarca e i nuovi movimenti di sinistra in Germania, Portogallo e Scandinavia.

Intanto, le minoranze, gli immigrati e i rifugiati, che fanno parte dei Nostalgici, sono latenti e sicuramente non potranno andare avanti ancora per molto senza speranza.

L’era dell’odio

Lì fuori c’è chiaramente molto odio, un grande scontento per le élites e l’ordine stabilito che alimenta abbastanza energia politica. I tre gruppi dei precari stanno reagendo in maniere diverse alla crescita della diseguaglianza e dell’insicurezza economica degli ultimi tre decenni; tutti hanno visto lo smantellamento del sistema di distribuzione dei redditi del XX secolo che vincolava le entrate e i benefici al lavoro.

Nell’interesse della competitività in un’economia mondiale globalizzata, i governi di tutti i tipi hanno introdotto riforme del mercato lavorativo che promuovevano la flessibilità, però accentuavano le insicurezze del precariato. Debilitando le normative per le banche e le compagnie finanziarie, hanno permesso che i finanzieri avessero più entrate, mentre spingevano i precari m verso maggiori debiti. Hanno rafforzato i diritti di proprietà di ogni tipo: fisici, finanziari e intellettuali, che hanno dato una quota maggiore del reddito e della ricchezza ai possessori di azioni a scapito di tutti gli altri. E hanno tagliato le tasse ai ricchi e dato sussidi generosi alle imprese, mentre chiedevano riduzioni della spesa pubblica per riequilibrare i bilanci, tagliavano i benefici per i precari e abbassavano il reddito assoluto e relativo.

In ogni caso, l’argomento era che le misure avrebbero stimolato la crescita economica, ampliando la torta perché tutti potessero condividerla. Invece, quasi tutti i  guadagni sono andati ad una piccola élite mondiale, che,  senza una reale sorpresa, ha fatto pressione per ottenere di più. Non c’è stata nessuna compensazione.

E quando più si presenta questo prospetto fraudolento, più arrabbiate diventano tutte le parti del precariato. Le cattive conseguenze politiche dovrebbero essere chiare a tutti.

Non è troppo tardi perché le democrazie liberali presentino riforme trasformatrici che rispondano ai problemi del precariato mentre promuovono lo sviluppo e la crescita economica. Però finora ci sono state solo parole  dove necessitano azioni. Le élites liberali devono fare concessioni reali o trovare i valori che sostengono di tutelare, tolleranza, libertà, sicurezza economica e diversità culturale, in grande rischio, specialmente quando si tratta dell’ira degli Atavists.

La prima cosa da fare è affrontare l’attuale sistema del capitalismo della rendita. E’ qui dove una quota crescente di ricchezza va ai proprietari di attività già privilegiate (rentiers), mentre i redditi della maggioranza dei lavoratori diminuiscono di valore. Nel 1936, John Maynard Keynes predisse che lo sviluppo del capitalismo durante il XX secolo terminerà con “l’eutanasia dei rentiers”, quando la captazione della rendita diventerà più difficile. La realtà ha dimostrato il contrario. Le imprese finanziarie hanno approfittato della loro crescente influenza per indurre i governi e le organizzazioni internazionali a costruire un quadro globale di istituzioni e normative che permettono alle élites di massimizzare i loro redditi da rendite.

1 La prima menzogna è affermare che il capitalismo mondiale si basa su mercati liberi. Senza esagerare, possiamo dire che quello che è stato costruito è il sistema di mercato meno libero che si possa immaginare. Inoltre, la proprietà intellettuale risulta essere una delle principali fonti di reddito da rendita, attraverso il potere del mercato creato dalla divulgazione dei marchi (fondamentale per un’identità delle corporazioni), diritti di autore, diritti di design, indicazioni geografiche, segreti commerciali e, soprattutto, brevetti.

Le industrie ad alta applicazione di tecnologia e conoscenza, che ora rappresentano il 30% della produzione mondiale, guadagnano lo stesso o di più in reddito da rendita dai diritti di proprietà intellettuale, che dalla produzione di beni o servizi. Questo rappresenta una scelta politica dei governi di tutto il mondo di concedere il monopolio sulla conoscenza ad interessi privati, consentendo loro di limitare l’accesso del pubblico alla conoscenza e di aumentare il prezzo per farlo, o dei prodotti e dei servizi che essi rappresentano. Non c’è da stupirsi Thomas Jefferson aveva detto che le idee non dovrebbero essere soggette a proprietà.

2 La seconda menzogna è che sono necessari forti diritti di proprietà intellettuale per incoraggiare e premiare i rischi di investimento nella ricerca e sviluppo. Anche se è il pubblico, i contribuenti comuni che sopportano il costo di gran parte di tale investimento. Molte delle mucche da latte del business derivano dalla ricerca finanziata con fondi pubblici, nelle istituzioni pubbliche o nelle università, o tramite sovvenzioni ed esenzioni fiscali. Inoltre, la maggior parte delle innovazioni che hanno dato grandi risultati in reddito da rendita ad aziende o individui, sono il risultato di una serie di idee e sperimentazioni attribuibili a molti individui o gruppi che non vengono ricompensati. E molti brevetti vengono presentati per bloccare la concorrenza o evitare caus, e non sono destinati ad essere sfruttati per la produzione.

3 La terza bugia è che il rafforzamento dei diritti di proprietà è un bene per la crescita. Al contrario, aumentando le disuguaglianze e distorcendo i modelli di consumo, la crescita viene ostacolata e si è resa la crescita esistente meno sostenibile. La crescita economica lenta e instabile sviluppa frustrazione per milioni di persone, per non parlare dei rischi politici che ne derivano.

4 La quarta  è che l’aumento dei profitti riflettono l’efficienza amministrativa e un ritorno alla propensione al rischio. Infatti, l’aumento della partecipazione agli utili è andato soprattutto a coloro che ricevono redditi da rendita, in gran parte legata alle attività finanziarie.

5 “Il lavoro è la strada migliore per uscire dalla povertà”. Questo è la quinta menzogna e la più importante politicamente. Per milioni di persone tra i precari è una burla.

Guerra ai salari

Questa è la chiave. Il sistema di distribuzione del reddito è crollato. In tutta l’Ocse, i salari reali sono stati stagnanti per tre decenni. La quota di reddito che va al capitale è aumentata ed è molto più alta di quanto non lo fosse. E i percettori di redditi alti hanno una quota di reddito maggiore di quella che va al lavoro, il che danneggia di più il precariato.

Tre relazioni economiche illustrano che cosa accade ai salari. Primo, era normale che quando cresceva la  produttività i salari crescevano in parallelo; ora, negli Usa e altrove, i salari rimangono invariati. Secondo,  capitava spesso che quando c’era un aumento dei profitti, i salari aumentavano; ora, i salari non cambiano. Terzo, capitava spesso che, quando aumentava l’occupazione, il salario medio è aumentato; ora, i salari medi possono anche calare, perché i nuovi posti di lavoro vengono pagati meno.

Non importa quanto duramente lavorano il precari, si trovano ad affrontare poche prospettive di fuga da una vita di insicurezza economica. E quanto più verrà mantenuta questa scomoda verità, tanto maggiore è il pericolo che ascoltino i populisti autoritari della post-verità che offrono di riportare indietro la storia. L’unico modo per sfuggire a queste “politiche dell’inferno” è quello di costruire un nuovo sistema di distribuzione dei redditi adeguato per il XXI secolo.

Guy Standing, 

School of Oriental and African Studies, University of London