Le Città metropolitane per lo sviluppo sostenibile: firmata la Carta di Bologna per l’ambiente

In queste aree vive il 36,4% della popolazione nazionale e lavora il 35% del totale degli occupati

[9 giugno 2017]

All’interno delle 14 Città metropolitane italiane (Bologna, Milano, Torino, Firenze, Catania, Bari, Cagliari, Napoli, Reggio Calabria, Genova e Palermo e Roma) si snoda buona parte della vita dell’intero Paese: qui risiede il 36,4% della popolazione nazionale (22,1 milioni di persone) e viene prodotto oltre il 40% del valore aggiunto nazionale (circa 600 miliardi di euro, nel 2014) grazie a 1,8 milioni di aziende che occupano 7,9 milioni di persone (circa il 35% del totale degli occupati). Al contempo, questi preziosissimi hub – dal punto di vista economico, storico, paesaggistico e culturale – sono tra i più esposti alle derive di uno sviluppo insostenibile: basti pensare al caso di Genova, ripetutamente flagellata dal dissesto idrogeologico.

Consapevoli del loro posto nel Paese, le altre 13 Città metropolitane sono stati chiamati a raccolta da Bologna – che ospiterà il G7 ambiente l’11 e 12 giugno – per sottoscrivere un documento che si presenta ambizioso, la Carta di Bologna per l’ambiente – Le Città metropolitane per lo sviluppo sostenibile declinata in 8 punti. Al primo c’è l’economia circolare, che secondo i sindaci firmatari «può consentire alle Città metropolitane di slegare lo sviluppo dal consumo delle risorse naturali esauribili ed evitare la distruzione di valore insita nel modello economico attuale. E proprio da qui parte la Carta di Bologna per l’ambiente. Le Città metropolitane si impegnano infatti a raggiungere gli obiettivi europei più ambiziosi: riciclo 70% e discarica max 5% dei rifiuti al 2030, riducendo la produzione dei rifiuti al di sotto della media europea e portando la raccolta differenziata ad almeno il 70% nel 2025 e all’80% nel 2030 (47,5% nel 2015 a livello nazionale)». Ovvero, le Città metropolitane promettono di inseguire gli obiettivi indicati dalla commissione Ambiente dell’Europarlamento – che a sua volta ricalca la proposta avanzata dalla Commissione Ue a guida Barroso –, riferendosi dunque al solo settore dei rifiuti urbani, che in Italia sono circa ¼ degli speciali.

Per quanto riguarda gli altri sette punti, come riassumono dall’ASviS – l’Associazione italiana per lo sviluppo sostenibile, che ha contribuito all’adozione del documento –  sul fronte della «tutela del territorio, l’obiettivo è di ridurre del 20% il consumo netto di suolo al 2020. Per la transizione energetica e la qualità dell’aria, la Carta di Bologna punta alla riduzione delle emissioni del 40% nel 2025 e al 27% di produzione di elettricità da fonti rinnovabili. Il documento lotta anche contro gli sprechi di acqua, con obiettivi che puntano a disperdere due terzi di acqua in meno rispetto al livello di sprechi attuale. Tra gli altri obiettivi, la Carta individua anche quello di raddoppiare la superficie di verde urbano per abitante e di limitare, entro il 2020, l’uso di auto e moto al 50% degli spostamenti urbani». Buoni propositi sui quali, come sempre, sarà necessario vigilare per una piena attuazione.

Nel frattempo, il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti battezza la Carta di Bologna come «un documento particolarmente importante perché le città metropolitane sono determinanti per la qualità dell’aria e delle acque, per la gestione dei rifiuti, per tutti i problemi ambientali e per la mobilità sostenibile. La gran parte dei cittadini italiani vive nelle città metropolitane che sono molto antropizzate – ha concluso il ministro – E se noi riuscissimo, come speriamo di fare e abbiamo già fatto con molte azioni in questi anni, a migliorare la situazione ambientale nelle città metropolitane, di fatto diamo un grande contributo a tutto il Paese. Questa carta non è fatta solo di buoni intenti ma ha delle azioni concrete, nei contenuti, che le città si impegnano a realizzare».