Nella Capitale l’evento Ecology at the interface, organizzato dall’European ecological federation

Le frontiere dell’economia ecologica, viste da Roma

L’economista Massimiliano Mazzanti, membro del think tank di redazione, oggi su economia circolare e low carbon

[22 settembre 2015]

ecology at interface economia ecologica

L’economia ecologica viene spesso citata come approccio generico alla sostenibilità, ma è invece complessa e viva materia di analisi accademica. Quali ritiene siano, oggi, le frontiere più interessanti sulle quali si muove la ricerca di settore? 

«L’integrazione di dati ecologici ed economici, al fine di valutare in modo robusto le politiche su criteri di efficacia ed efficienza nelle diverse prospettive; l’analisi delle dimensioni regionali, non solo nazionali; la disamina delle non linearità dei fenomeni ecologici ed economici, guidati da fattori di mercato e dalla politica, che spesso si muovono ‘a scatti’, tramite shock, non linearmente».

Come valuta spazi e possibilità della ricerca in economia ecologica in Italia? E per quanto riguarda l’economia ambientale? 

«Gli spazi sono sempre stretti ma in aumento, anche data la rilevanza dei progetti europei interdisciplinari in ambiti quali low carbon, green e circular economy. La situazione delle discipline in Italia non è forse ‘peggiore’ rispetto ad altri paesi in verità, ciò che paradossalmente manca da anni in Italia è una governance della ricerca ‘ibrida’: siamo tutti chiusi nei rispettivi dipartimenti e non ci conosciamo, né spesso nemmeno parliamo tra noi. Una delle ragioni sta nel fatto che la ricerca disciplinare è spesso meglio valutata dal sistema italiano rispetto a quella che deriva da contaminazioni. Nei paesi ‘nordici’ esistono dipartimenti ibridi e molti economisti, ad esempio, sono integrati nelle scuole di architettura, planning, scienze ecologiche, geografia, energia, etc».

L’ultima proposta del governo Renzi, in materia di politica fiscale, è quella di azzerare le tasse sulla casa con l’imminente legge di stabilità: una scelta sensata per puntare a uno sviluppo sostenibile?

«Le riduzioni fiscali possono dare stimoli nel breve periodo; nel lungo crescita e sviluppo dipendono da investimenti in ricerca e capitale umano: questo ci insegna la teoria e l’evidenza empirica. Ridurre le tasse sul lavoro, dentro questo approccio, è comunque meglio. La riduzione di imposte sulle ‘cose’ va contro a dettami di teoria fiscale (spostare il peso del fisco dalle persone alle cose), all’applicazione di riforme fiscali ecologiche, al Libro Bianco di Delors, che proponeva un ri-equilibrio fiscale a sfavore delle cose, per favorire crescita e sostenibilità, alle quali si può aggiungere equità. La tassazione sugli immobili si può infatti utilizzare, come avviene in molti paesi, per finanziare education e capabilities e aumentare la mobilità sociale».

Nel suo intervento per Ecology at the interface incrocia l’economia circolare e quella a basse emissioni di carbonio. Si tratta di due target distinti o il clima si difende anche gestendo i flussi di materia, oltre che l’energia?

«I target sono integrati, il fine è ridurre la quantità di materiali ed emissioni delle unità di beni pubblici e privati: sia numeratore sia denominatore (impatto ambientale/consumi) influenzano il nostro ‘benessere’. Siamo di fronte alla necessità di un grande cambiamento tecnologico e di comportamento sociale, dove occorre riscoprire il ruolo dello sharing e dei beni pubblici, intesi in un significato ampio, prodotti sia dallo Stato sia dall’azione dal basso dei cittadini».

Meno di tre mesi e partirà a Parigi l’attesa Cop 21, la Conferenza Onu sul clima. L’Italia arriva preparata ai nastri di partenza? 

«L’Italia è in Europa. Nessun paese europeo può giocare queste partite da solo, nemmeno la Germania, pena la sconfitta. L’Europa arriva con un piano chiaro fino al 2030, stringente o meno che sia, sia su clima ed energia sia su risorse. Insufficienti sono gli investimenti europei in ricerca, nemmeno il 3% del Pil, e le politiche messe in atto per abbassare la disoccupazione. Il permanere di tassi elevati di disoccupazione aumenta il rischio di una percezione comprensibile di un conflitto tra obiettivi ambientali ed economici. Le due cose possono essere sinergiche: ambiente, innovazione, capitale umano e sviluppo possono andare avanti insieme, ma occorre mettere in atto tutte le ‘giuste’ politiche. Sul lato fiscale, servirebbe una politica espansiva e una serie di coraggiose riforme ecologiche del fisco, mandando segnali chiari ai cittadini sull’uso del gettito.

L’Europa ha, come si sa, il ‘problema’ dell’emission trading, parzialmente in crisi ma a causa in gran parte della bassa domanda. Una maggiore crescita, permessi in diminuzione nel tempo e politiche ambientali ed energetiche a complemento possono migliorarne l’efficienza nel futuro. Rimane un grande mercato che ha fatto emergere un prezzo per la CO2».