Il caso della toscana Revet, eccellenza che ricicla anche le frazioni più difficili

L’economia circolare della plastica: su 960mila tonnellate raccolte, 550mila avviate a riciclo

Muroni (Legambiente): «Per crescere occorre una prospettiva certa, attraverso un quadro normativo chiaro e trasparente»

[4 aprile 2017]

«Per garantire la crescita e lo sviluppo dell’economia circolare è necessario offrire una prospettiva certa, attraverso un quadro normativo chiaro e trasparente e controlli per promuovere l’innovazione, riconoscendo il valore della materia prima seconda come bene prezioso per il mercato e non più come materiale di scarto». Rossella Muroni, presidente nazionale di Legambiente, tira le fila del nuovo convegno organizzato oggi a Roma dal Cigno verde insieme a Corepla (Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclaggio e il recupero degli Imballaggi in plastica), dall’esplicativo titolo L’economia circolare conviene. L’industria del riciclo della plastica come vantaggio competitivo in Italia e in Europa.

«L’economia circolare conviene all’Italia – spiega Antonello Ciotti, presidente Corepla – Perché il nostro Paese è leader a livello mondiale nelle tecnologie di riciclo. Il contributo del settore, nella bilancia commerciale (minor importazione di materie prime, esportazione impianti e tecnologie) è di tutto rispetto e si creano posti di lavoro. Inoltre i benefici ambientali derivati dal riciclo e dalla gestione ottimale del fine vita degli imballaggi in plastica, comportano meno emissioni e minor consumo di risorse e suolo (discariche evitate) oltre alla diminuzione del marine litter».

Un ciclo virtuoso che sta crescendo e trova casi d’eccellenza assoluta in Italia – tra gli invitati al convegno si annoverano Emanuele Rappa (amministratore delegato Revet), Michele Rasera (direttore generale Contarina) e Palmino Di Giacinto (amministratore unico Cier) –, ma con ancora ampi margini per crescere a livello di sistema.

La raccolta differenziata degli imballaggi in plastica nel corso del 2016 è cresciuta, con 960.000 tonnellate raccolte nei Comuni italiani (+6,9% rispetto al 2015). Un servizio complesso e costoso – Corepla nello stesso anno ha riconosciuto ai Comuni 279 milioni di euro a copertura di quelli che non a caso vengono chiamati maggiori oneri della raccolta differenziata –, indispensabile però per indirizzare i materiali raccolti a riciclo, ottenendo così vantaggi ambientali, sociali e anche economici di sistema. Vantaggi per la collettività che in 10 anni (ricerca Althesys 2014) valgono – documentano dal convegno –  in oltre 7 milioni di tonnellate di CO2 in meno nell’aria, in 3,3 milioni di tonnellate di imballaggi recuperati, una sensibile riduzione del ricorso alla discarica (nel 2015 lo 0,8%), 668 milioni di euro di fatturato derivante da vendita di materia prima recuperata, e infine un indotto industriale stimato in 3 miliardi di euro.

Un ampia fetta di materiali ancora però non entra nella filiera del riciclo. Delle 960mila tonnellate di imballaggi in plastica raccolte nel 2016, “solo” 550mila sono state avviate a riciclo: se lo 0,8% del totale è finito in discarica, il resto – implicitamente, oltre 400mila tonnellate di rifiuti al lordo degli scarti – è andato a recupero energetico. Ha senso che questa enorme mole di materiali venga (costosamente) raccolta, selezionata per poi essere bruciata? Tanto varrebbe termovalorizzarla prima, processo nettamente più vantaggioso rispetto allo smaltimento in discarica, evitando costi in sovrappiù. Oppure, come suggerirebbe la gerarchia europea, favorirne il riciclo, magari stanziando gli stessi incentivi finora destinati proprio ai termovalorizzatori. Casi virtuosi di riciclo delle plastiche “difficili”, il cosiddetto plasmix – che arriva a comporre anche oltre il 50% di tutti gli imballaggi plastici raccolti, una volta divenuti rifiuti –  esistono da tempo in Italia.

È il caso della toscana Revet, che ogni anno raccoglie, seleziona e avvia al riciclo 160mila tonnellate di materiali (plastiche, alluminio, acciaio, vetro, poliaccoppiati come il tetrapak) derivati dalle raccolte differenziate urbane della Toscana e da quelle delle attività produttive: il plasmix (ovvero gli imballaggi plastici che non sono né bottiglie né flaconi) viene infatti riciclato nell’impianto della controllata Revet Recycling che lo trasforma in profili destinati all’arredo urbano o in granuli adatti allo stampaggio di nuovi manufatti plastici anche di alta gamma. Come estenderne il modello? Come osservano dall’azienda toscana, «una corretta e funzionale politica industriale – che guardi alla strategicità degli approvvigionamenti di materia prima (e perciò al riciclo come elemento mitigatore delle turbolenze finanziarie) – è consapevole che i materiali derivati dalle raccolte differenziate possono (e devono) rappresentare dei veri e propri “giacimenti urbani”. L’economia circolare inizia da qui».

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