Da Enel e Fondazione Symbola lo studio 100 Italian circular economy stories

L’economia circolare italiana tra eccellenze nazionali e una regia politica che non c’è

L’Italia è il primo stato europeo per produttività delle risorse naturali, ma continua a consumarne 508,6 milioni di tonnellate/anno. E dal Governo una strategia nazionale in merito ancora non è arrivata

[14 marzo 2018]

Lo studio 100 Italian circular economy stories, promosso da Enel e Fondazione Symbola e presentato oggi a Roma, ha l’ambizione di spiegare come le sfide ambientali stiano delineano nuove opportunità che, anche grazie alle nostre tradizioni produttive, possono essere a portata di mano per l’Italia: l’economia circolare è una delle più promettenti. Dai rottami di Brescia agli stracci di Prato alla carta da macero di Lucca, l’Italia, povera di risorse, ha sempre praticato forme di uso efficienti, intelligenti e innovative della materia: quelle che oggi sono parte dell’economia circolare, e che il rapporto vuol provare a descrivere approcciando 100 imprese, centri di ricerca, enti non profit.

«L’economia circolare – afferma l’amministratore delegato e direttore generale di Enel, Francesco Starace – permette di creare nuovi modelli di business che integrano innovazione e sostenibilità come scelta strategica di competitività  Il rapporto presentato oggi dimostra che tra le 100 eccellenze dell’economia circolare in Italia non ci sono solo grandi imprese, ma anche piccole e medie realtà, istituzioni, associazioni, cooperative che hanno avuto la capacità di anticipare i tempi e di adottare pratiche e processi industriali virtuosi, sottolineando la competitività del sistema italiano anche in ambito internazionale e contribuendo alla lotta ai cambiamenti climatici». Con vantaggi comuni.

La maggiore efficienza che caratterizza l’economia circolare si traduce per il nostro Paese in minori costi produttivi, minore dipendenza dall’estero per le risorse, maggiore competitività e innovazione, che intreccia anche le tecnologie dell’industria 4.0.

«Le cento eccellenze di questo rapporto – commenta il presidente della Fondazione Symbola Ermete Realacci – descrivono un Paese che, nonostante i tanti problemi e ritardi, ha esperienze avanzate su temi cruciali come la sostenibilità ambientale, la gestione della scarsità delle risorse e il contrasto ai cambiamenti climatici. Il recupero dei materiali ci fa risparmiare energia primaria per oltre 17 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio all’anno, ed emissioni per circa 60 milioni di tonnellate di CO2. E questo contribuisce a rendere più efficiente e competitiva la nostra economia».

Già oggi tra i grandi Paesi europei, come certifica Eurostat e ricordano da Symbola, siamo infatti quello con la quota maggiore di materia circolare (materia prima seconda) impiegata dal sistema produttivo: quasi un quinto del totale (18,5%), ben davanti alla Germania (10,7%) unico Paese più forte di noi nella manifattura. Sempre secondo Eurostat l’Italia, con 256,3 tonnellate per milione di euro prodotto, è il più efficiente tra i grandi Paesi europei nel consumo di materia dopo la Gran Bretagna (che impiega 223,4 tonnellate di materia per milione di euro e che ha però un’economia più legata alla finanza). L’Italia ha migliorato la sua performance rispetto al 2008 dimezzando il consumo di materia, facendo molto meglio rispetto alla Germania che, oggi, impiega 423,6 tonnellate di materia per milione di euro.

Come abbiamo però già avuto modo di spiegare su queste pagine, anche quando si parla di economia circolare non è tutto oro quel che luccica. Una parte significativa dei progressi raggiunti dall’Italia in questi anni in fatto di produttività delle risorse naturali – dove secondo Eurostat spicca al primo posto in Europa – non sono dei meriti del sistema produttivo, quanto conseguenze della crisi economica che ha fatto precipitare del 17 in soli sette anni, tra il 2007 e il 2014, il valore aggiunto del nostro settore manifatturiero; al contempo è sceso il contributo offerto dalla manifattura al Pil italiano, incrementando la rilevanza di settori dove il consumo di materie prime è minore. Insieme a questi fattori esogeni vivono però singole, vere eccellenze industriali che da sempre fanno dell’efficienza e nel recupero di materia dei segni distintivi, e che danno la possibilità all’Italia di candidarsi come modello per l’economia circolare.

Per ottenere questo risultato al contempo straordinario e a portata di mano occorrerebbe però un’adeguata regia istituzionale che però continua a latitare, come ci ricorda un rapporto datato 2016 dell’Agenzia europea dell’ambiente.

Da allora non è cambiato molto. L’economia nazionale per funzionare continua a fagocitare 508,6 milioni di tonnellate/anno di risorse naturali, e l’ultimo Governo italiano ha promosso una consultazione pubblica che ha dato vita (nel novembre 2017), alla pubblicazione del documento Verso un modello di economia circolare per l’Italia, con l’obiettivo di fornire un inquadramento generale dell’economia circolare nonché di definire il posizionamento strategico del nostro Paese sul tema. Compito che ha però lasciato al prossimo di Governo, se e quando vorrà impegnarsi su questa strada. Nel frattempo, l’economia circolare nazionale viaggia a vista: tra una «normativa ottusa e miope», come la definiscono da Legambiente e sentenze (come l’ultima arrivata dal Consiglio di Stato) che si trovano puntualmente a sopperire alla politica, vincolando e frenando lo sviluppo dell’economia circolare. Nell’ultimo rapporto – pubblicato oggi – dell’Agenzia europea dell’ambiente non a caso si spiega che la politica e le istituzioni pubbliche avranno un ruolo essenziale per coordinare e indirizzare la sostenibilità a lungo termine: è l’ora che anche la classe dirigente nazionale ne prenda coscienza.