L’effetto benefico dei migranti sull’economia dell’Europa occidentale

Studio del CNRS anche sull’Italia: «gli effetti sono positivi, il che va contro le convinzioni diffuse»

[22 giugno 2018]

Un nuovo studio “Macroeconomic evidence suggests that asylum seekers are not a “burden” for Western European countries”, pubblicato da Hippolyte d’Albis (Paris School of Economics, CNRS), Ekrame Boubtane (Centre d’Etudes et de Recherches sur le Développement International – CNRS, université Clermont Auvergne) e Dramane Coulibaly (EconomiX-CNRS, université Paris Nanterre) su Science Advances, rivela che in Europa  i flussi migratori hanno avuto un effetto positivo sull’economia nel corso degli ultimi trent’anni. Inoltre, i richiedenti asilo non peserebbero sulle finanze pubbliche dei Paesi che li accolgono.

Vi proponiamo l’intervista esplicativa concessa al CNRS le Journal dal principale autore dello studio, l’economista Hippolyte d’Albis, direttore di ricerca CNRS a Paris-Jourdan Sciences économiques (CNRS/École des hautes études en sciences sociales/École normale supérieure de Paris/École nationale des ponts et chaussées/Inra/Université de Paris 1 Panthéon-Sorbonne) e professore alla PSE-École d’économie de Paris.

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Avete appena pubblicato su Science Advances uno studio macroeconomico riguardante l’effetto dei flussi migratori sull’economia europea. Su quali elementi si basa questa analisi?

Hippolyte d’Albis: I dati provengono da Eurostat e dall’Ocse e coprono il periodo dal 1985 al 2015. Consideriamo l’insieme dei Paesi dell’Europa dell’Ovest  – tra i quali certamente la Francia [insieme ad Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Germania, Irlanda, Islanda, Italia, Norvegia, Olanda, Portogallo, Regno Unito, Spagna e Svezia] – ma lasciando da parte alcuni Stati come la Grecia perché i dati fiscali pre-1990 non sono disponibili. Questi sono i principali Paesi di accoglienza dei richiedenti asilo: nel 2015 totalizzavano l’89% di queste domande. Abbiamo distinto, nei flussi migratori, il flusso di migranti permanenti – la differenza tra il numero di immigrati e il numero di emigrati, che chiamiamo anche saldo migratorio – e il flusso di richiedenti asilo. Un richiedente asilo è ammesso al soggiorno temporaneo per il tempo di istruzione della sua domanda di asilo e non rientra quindi nella prima categoria dei migranti permanenti. Durante il periodo studiato, abbiamo osservato un aumento importante dell’afflusso di richiedenti asilo in seguito alle guerre nei Balcani tra il 1991 e il 1999 e a partire del 2011 con l’inizio delle Primavere arabe. Osserviamo anche un aumento dei flussi migratori permanenti in seguito all’allargamento dell’Unione europea nel 2004 ai Paesi dell’Europa dell’’Est.

Quali tendenze emergono maggiormente da questi flussi: migranti permanenti o richiedenti asilo?

H. A.: C’è un effetto positivo molto visibile del flusso dei migranti permanenti. Dopo un aumento di questo afflusso, ad una certa data, osserviamo che il Pil per abitante cresce in maniera significativa durante 4 anni, mentre il tasso di disoccupazione cala. E’ addirittura il contrario di quel che si pensa! Questo miglioramento della situazione economica ha anche un effetto positivo sulle finanze pubbliche, perché anche se si osserva un aumento delle spese pubbliche, le entrate – in tasse e contributi – aumentano anche loro. Per quanto riguarda il flusso di richiedenti asilo, non ci aspettavamo un effetto significativo perché si tratta di un’immigrazione molto specifica. La maggior parte dei Paesi in Europa offre sostegno ai richiedenti asilo durante l’istruzione del loro reclamo, e in genere non sono autorizzati a lavorare. Pertanto, il contributo economico previsto dei richiedenti asilo è inferiore a quello dei migranti permanenti, che non hanno restrizioni sul mercato del lavoro. A volte sentiamo dire che l’accoglienza dei richiedenti asilo rappresenta un costo significativo per i Paesi ospitanti, ma nel periodo che abbiamo analizzato (1985-2015), non abbiamo trovato alcuna prova statistica che indichi un deterioramento delle condizioni economiche dei Paesi dell’Europa occidentale, in termini di tenore di vita, disoccupazione o equilibrio delle finanze pubbliche. Dopo alcuni anni, potrebbe esserci un effetto positivo, piuttosto debole, che si spiega con il fatto che i richiedenti asilo che sono autorizzati a rimanere a lungo termine contribuiranno, lavorando, all’economia del Paese.

Quale metodo avete impiegato per questo studio?

H. A.: È una metodologia comunemente usata in macroeconomia per valutare gli effetti dell’aumento della spesa pubblica. Questo è ciò che chiamiamo in gergo “moltiplicatore keynesiano”, che quantifica l’effetto di un aumento della spesa pubblica sul Pil. L’originalità del nostro lavoro consiste nell’utilizzare questo metodo per analizzare gli effetti dell’aumento dei flussi migratori sugli aggregati macroeconomici e sulle finanze pubbliche. E’ questo ultimo punto che non è mai stato praticato prima. Utilizziamo un modello statistico, che essenzialmente lascia parlare i dati, imponendo pochissime ipotesi teoriche. Questo tipo di modello è stato utilizzato in particolare per valutare gli effetti economici di un aumento della spesa pubblica. Per convalidarlo. abbiamo verificato che il nostro modello riproducesse i risultati ottenuti in precedenza. Una volta completato questa prima tappa, il nostro obiettivo è quello di utilizzarlo per valutare gli effetti economici e fiscali degli shock migratori.

Come si differenzia questo metodo da altri studi già condotti sul tema?

H. A.: Nell’economia della migrazione, la principale difficoltà metodologica risiede nell’identificazione delle causalità. Se si fa una semplice correlazione tra variabili economiche e migratorie, si troverà spesso una correlazione positiva: ci sono più migranti dove c’è più ricchezza. Tuttavia, la causalità può andare in entrambe le direzioni, i migranti possono aumentare la ricchezza del Paese ospitante, ma possono anche essere “attratti” da questa ricchezza. L’analisi della correlazione non ci dice molto, ed è per questo che dobbiamo utilizzare metodi statistici avanzati per valutare gli effetti dei flussi migratori sulle variabili macroeconomiche. Esistono anche approcci puramente contabili, nei quali viene misurata solo la differenza tra le tasse pagate dai migranti e i benefici che ricevono dalle amministrazioni pubbliche. Tuttavia, questo ci fa dimenticare tutte le interazioni che possono esistere tra le variabili e gli attori economici. Questi approcci dipendono fortemente anche dalla qualità delle indagini utilizzate. Il nostro metodo consente una maggiore quantità di dati e tiene conto delle interazioni tra le variabili. Ad esempio, è un approccio riconosciuto in macroeconomia per identificare l’effetto causale di una politica fiscale. Nel nostro articolo, utilizziamo questo approccio per sottolineare che l’effetto causale dei flussi migratori in Europa è piuttosto positivo.

Lo spazio Schengen in Europa e le convenzioni sul diritti di asilo non complicano questo tipo di analisi, alcuni Paesi non si trovano, a causa della loro geografia, a dover trattare più domande?

H.A.: La nostra metodologia tiene conto del fatto che alcuni Paesi europei registrano più domande di asilo rispetto ad altri. Nello specifico, i dati che utilizziamo valutano il numero di cittadini stranieri la cui domanda di asilo viene elaborata nel Paese alla fine di ogni anno. Ma il flusso di richiedenti asilo che usiamo non riguarda, per esempio, tutte le persone che attraversano il Mediterraneo per arrivare in Europa. Indicano che, in media, nel periodo 1985-2015, i Paesi situati alle frontiere esterne dello spazio Schengen (Italia, Spagna o Grecia) hanno registrato relativamente poche domande di asilo. I Paesi che ne hanno registrato di più sono Germania, Francia, Regno Unito, Svezia e Paesi Bassi. E quando rapportiamo i flussi alla popolazione, i cinque Paesi con il maggior numero di domande di asilo sono Svezia, Austria, Norvegia, Belgio e Germania (in media nello stesso periodo).

Quali dati sono disponibili su questo effetto economico in Francia? Perché, anche se lo studio si concentra sull’Europa, sono ancora le economie nazionali a gestire i flussi dei migranti permanenti e richiedenti asilo.

H. A.: Il nostro studio si basa su un panel di paesi dell’Europa occidentale e i risultati ottenuti sono validi in media per questi Paesi. Utilizzando questa metodologia, non siamo in grado di analizzare gli effetti dei flussi migratori sulle finanze pubbliche di un particolare Paese perché non abbiamo abbastanza dati temporali.

Ma con i miei coautori Ekrame Boubtane e Dramane Coulibaly, stiamo anche lavorando sulla Francia. Le migrazioni extraeuropee in Francia rappresentano in media 189.000 persone ogni anno, metà delle quali per motivi familiari e un quarto per motivi di studio. Abbiamo già osservato gli effetti positivi dell’immigrazione sulla situazione macroeconomica in Francia in uno studio pubblicato nel 2016 [“Immigration policy and macroeconomic performances in France”, Annals of Economics and Statistics]. Usiamo lo stesso metodo per valutare gli effetti sull’economia francese degli afflussi di migranti permanenti provenienti da Paesi terzi . Anche quando si limita alla migrazione familiare, gli effetti sono positivi, il che va contro le convinzioni diffuse.

Questo come si spiega?

H. A. : Ci sono diversi meccanismi. Le persone con un provenienti dall’immigrazione familiare sono particolarmente attive nel mercato dei servizi domestici e alla persona, il che ne facilita l’assunzione da parte di cittadini. Inoltre, il ricongiungimento familiare riduce le rimesse nel Paese di origine e aumenta la spesa dei consumatori in Francia.

Quali raccomandazioni politiche si possono trarre dai vostri lavori?

H. A.: In termini di immigrazione, sarebbe un po’ naïf voler costruire una raccomandazione a partire da una diagnosi basata esclusivamente sull’economia. Il nostro lavoro suggerisce che il dibattito politico sull’immigrazione si concentra troppo sul presunto “costo economico” dei migranti. Noi dimostriamo che la loro presenza, sia di migranti permanenti che di richiedenti asilo, non ha impatti economici negativi. E’ quindi essenziale riorientare il dibattito sulla migrazione nella sua dimensione politica o diplomatica. Allo stesso modo, non è perché ci siano benefici economici legati ai flussi migratori in Europa che dobbiamo necessariamente incoraggiarli. Non dimentichiamo che stiamo parlando di persone! Più in generale, la ricerca sulla migrazione richiede un approccio interdisciplinare. E’ anche ciò che la rende appassionante!