Per le costruzioni l'alternativa esiste ed è già percorribile: puntare sui materiali riciclati

Legambiente, dalle cave italiane estratti ogni anno 80,9 milioni di metri cubi di materiali

Per i cavatori di sabbia e ghiaia giro d’affari da 1 miliardo di euro, nelle casse pubbliche arriva il 2,3%

[14 febbraio 2017]

Dalle cave italiane sono arrivate nel corso dei secoli le materie prime per opere d’arte di patrimonio mondiale, dal David di Michelangelo al Duomo di Firenze, dall’Arena di Verona al Duomo di Milano. Risorse scarse, ma in questi casi estremamente ben valorizzate. Il problema oggi è la pervasività delle attività di cava, insieme alla velocità incredibilmente più alta con la quale vi vengono estratti i materiali.

Nonostante la crisi nel comparto delle infrastrutture e dell’edilizia, che in Italia ha portato al fallimento di 80mila imprese di settore dal 2008 al 2013, abbia morso duro anche sulle cave. Quelle attive sul suolo nazionale sono calate del 20,6% rispetto al 2010 (ancor più drastico il calo nelle quantità estratte di inerti, -40,6%), ma rimangono un’enormità: sono ben 4.752 le cave attive e 13.414 quelle dismesse nelle Regioni in cui esiste un monitoraggio – documenta Legambiente nella nuova edizione del Rapporto cave presentato oggi a Roma – che salgono presumibilmente a oltre 14mila contando i siti rimasti in un cono d’ombra.

I dati noti suddividono i prelievi di materiali vergini in 53 milioni di metri cubi di sabbia e ghiaia estratti ogni anno, 22,1 milioni di metri cubi di calcare e oltre 5,8 milioni di metri cubi di pietre ornamentali estratti, per un totale di 80,9 milioni di metri cubi. Flussi di materia ai quali si associano ingenti guadagni per le industrie di settore. Nel 2015 le esportazioni di materiali lapidei (soprattutto prodotti finiti e semilavorati) hanno toccato per la prima volta la cifra record di 2 miliardi di euro, mentre arrivano a oltre 1 miliardo di euro i ricavi ottenuti dai cavatori di sabbia e ghiaia per la vendita dei materiali prelevati dai siti estrattivi italiani. Risorse naturali nazionali, dunque soggiacenti a sovranità popolare, per le quali i canoni di concessione pagati da chi cava sono a dir poco inadeguati: per quanto riguarda gli inerti – specificano da Legambiente – in media nelle Regioni italiane si paga il 2,3% del prezzo di vendita, ovvero 27,4 milioni di euro nel 2015 a fronte del già citato volume d’affari di 1 miliardo di euro. Non necessariamente le cose devono continuare ad andare così: se in Italia fossero applicati i canoni in vigore nel Regno Unito (20% del valore di mercato anziché 2,3%) a inerti e materiali di pregio si recupererebbero 545 milioni di euro all’anno di incassi per le regioni.

«Per Legambiente occorre promuovere una profonda innovazione nel settore delle attività estrattive – dichiara Edoardo Zanchini, vicepresidente del Cigno verde –, dove non è utopia pensare di avere più imprese e occupati nel settore, proprio puntando su tutela del territorio, riciclo dei materiali e un adeguamento dei canoni di concessione ai livelli degli altri Paesi europei. La sfida per i materiali di pregio è di mantenere in Italia le lavorazioni dei materiali, dove il tasso di occupazione è più alto. Mentre per gli inerti l’obiettivo è di spingere la filiera del riciclo, che garantisce almeno il 30% di occupati in più a parità di produzione, e che può garantire prospettive di crescita molto più importanti e arrivare a interessare l’intera filiera delle costruzioni. Ma per realizzare ciò servono delle scelte e delle politiche chiare da parte di governo e regioni».

In sempre più casi c’è un’alternativa all’impiego di materiali vergini: l’utilizzo di prodotti riciclati, che potrebbe essere pervasivo nel settore delle costruzioni. I soli rifiuti inerti da costruzione e demolizione italiani ammontano a quasi 53 milioni di tonnellate l’anno, con una capacità di recupero che sfiora a malapena il 10% (l’Olanda arriva al 98%, l’Irlanda al 97%, la Danimarca al 92%, la Germania al 91%). Ridurre il numero di cave e i quantitativi estratti è possibile allargando poi la platea dei prodotti riciclati per edilizia e infrastrutture – non ci sono solo i rifiuti inerti da C&D che possono essere riciclati e impiegati nel settore delle costruzioni – che oggi grazie all’innovazione tecnologica per impieghi nel settore edilizio, prezzi competitivi, e possono sostituire in tutti gli usi sabbia, ghiaia e inerti.

Una richiesta che viene perorata ormai anche dagli stessi costruttori edili, come testimonia il documento Una politica industriale per il settore delle costruzioni – Le proposte dell’Ance. Da Roma si dicono pronti a raccogliere la sfida: «La strategia del Governo è chiara – dichiara la sottosegretaria all’Ambiente Silvia Velo, presente all’iniziativa di Legambiente – serve un mix di norme, tasse e incentivi che favoriscano la riduzione del prelievo della materia prima dal territorio sostituendola con materiale da riciclo in linea coi principi dell’economia circolare».

Eppure in concreto rimane moltissimo da fare, come testimonia ormai dal 2009 il rapporto di Legambiente. Dalla necessità di stabilire un canone minimo nazionale per le concessioni di cava (in modo da equilibrare i guadagni pubblici e privati, tutelando il paesaggio) a quella di fare chiarezza nel quadro normativo per spingere l’impiego di prodotti riciclati, superando ogni barriera ancora presente nei capitolati di appalto o nella discrezionalità da parte di stazioni appaltanti.