Si apre oggi a Roma il IV Ecoforum

Legambiente, l’economia circolare italiana è ostacolata «da una normativa ottusa e miope»

Ferrante (Kyoto club): «Non solo gestione intelligente dei rifiuti, ma più in generale uso efficiente delle risorse»

[20 giugno 2017]

Viste le premesse da cui muove è facile capire perché quello dell’economia circolare è divenuto in breve l’ultimo e più potente mantra a disposizione della green economy: secondo le stime diffuse dalla Ellen MacArthur Foundation insieme al McKinsey Center for Business and Environment e al Stiftungsfonds für Umweltökonomie und Nachhaltigkeit, fatte proprie dalla Commissione Ue, per l’Europa la transizione completa verso un’economia circolare incrocerebbe ciclopici guadagni economici e ambientali. Risparmi pari a 1.800 miliardi di euro al 2030 nei costi di produzione per le aziende europee e un aumento del reddito disponibile dell’11% per le famiglie, un incremento del Pil Ue pari al +7% , nonché 3 milioni di posti di lavoro supplementari.

Quanto basta per dare una decisa scossa economica al Vecchio continente, riducendone al contempo sia gli impatti ambientali sia la dipendenza dall’estero: dal 1998 al 2011 i prezzi reali delle risorse naturali sono aumentati del 300%, come ha riconosciuto il Senato italiano, ma l’Ue ancora oggi importa sei volte tanto materiali e risorse di quante riesca ad esportarne, pagando 760 miliardi di euro l’anno. Dati particolarmente significativi per l’Italia, seconda potenza industriale europea vincolata da una cronica scarsità di materie prime. Eppure, nei fatti le potenzialità dell’economia circolare rimangono ancora oggi in gran parte inespresse: «Il riciclaggio dei materiali e il recupero energetico dai rifiuti ha recuperato solo il 5% degli originali valori delle materie prime – dettaglia ancora il Senato, in una comunicazione nota fin dal 2015 – Anche il riciclaggio più efficiente come quello dell’acciaio, del polietilene tereftalato (Pet), e della carta perde comunque dal 30 al 75% del valore materiale incorporato nel ciclo prima dell’uso. In pratica, l’Europa utilizza materiali una volta sola». Anche l’Italia sul tema, nonostante non manchino le singole eccellenze sul territorio, presenta ancora oggi ampi ritardi.

Come fare dunque per invertire davvero la rotta, puntando verso l’economia circolare? Prima ancora degli incentivi economici – che sono stati generosamente e giustamente erogati per la transizione alle energie rinnovabili, ma in Italia non esistono per la rinnovabilità della materia – è necessario mettere in campo una potente opera di semplificazione normativa. A sottolinearlo oggi con forza è il IV Ecoforum inaugurato oggi a Roma da Legambiente, La Nuova Ecologia e Kyoto Club con la partecipazione del Conou (Consorzio nazionale per la gestione, raccolta e trattamento degli oli minerali usati), dove il direttore generale di Legambiente Stefano Ciafani non ha nascosto le difficoltà di sistema: «Seppure da Nord a Sud sono ormai numerose le esperienze di successo praticate da Comuni, società pubbliche e imprese private che fanno del nostro paese la culla della nascente economia circolare europea, questa prospettiva continua a trovare ostacoli e barriere dovuti a legislazione inadeguata e contraddittoria che vanno rimossi. Le istituzioni nazionali e regionali stanno svolgendo un ruolo di retroguardia, nonostante oggi il Paese abbia tutte le carte in regola per fare da capofila su questo fronte in Europa. Il paradosso è che proprio chi ha investito nello sviluppo pulito e rinnovabile dell’economia circolare rischi ora di doversi fermare ostacolato da una normativa ottusa e miope».

Molti gli esempi concreti portati alla pubblica attenzione dall’Ecoforum: per facilitare lo sviluppo dell’economia circolare – sottolineano ad esempio gli organizzatori – occorre fissare criteri tecnici e ambientali (specifici) per stabilire quando, a valle di determinate operazioni di recupero, un rifiuto cessi di essere tale e diventi una materia prima secondaria o un prodotto, non più soggetto alla normativa sui rifiuti. Occorrono quindi delle disposizioni normative specifiche che stabiliscono i criteri e i requisiti specifici per dichiarare il cosiddetto “End of waste” (come previsto dalla direttiva europea 2008/98/EC e a livello nazionale dall’art. 184 ter del 152/06 ss.mm.ii).

Senza dimenticare, come ha ricordato il vice presidente del Kyoto Club Francesco Ferrante che l’economia circolare «non è solo gestione intelligente dei rifiuti, ma più in generale uso efficiente delle risorse. Ovviamente, però, è proprio dal recupero di materia nel ciclo dei rifiuti, dalla progettazione dei prodotti pensando alla loro riciclabilità, dall’uso di materie prime rinnovabili che può venire la spinta per utilizzare al meglio, anche in chiave di nuova occupazione, le opportunità offerte dall’innovazione tecnologica che in questi anni si è fatta travolgente e che fa apparire il ritardo nell’adeguamento normativo ormai a un livello patologico». E se non sono “solo” gli ambientalisti ma anche Confindustria e le imprese di settore a indicare come massima priorità per lo sviluppo dell’economia circolare italiana quella di un’urgente semplificazione normativa, forse sarebbe opportuno che anche le istituzioni dismettessero le sterili lodi all’economia circolare, prendendo finalmente atto del problema che hanno contribuito a creare.