L'analisi del portavoce Asvis, l'ex ministro e presidente Istat Enrico Giovannini

L’impegno globale per l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e il ruolo dell’Italia

La prosecuzione delle tendenze in atto degli ultimi 10-20 anni non consentirebbe di conseguire i Sustainable Development Goals – SDGs

[2 agosto 2016]

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Il mese di luglio è stato caratterizzato, rispetto all’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, da una molteplicità di eventi, molti dei quali si sono svolti in occasione dell’High Level Political Forum (HLPF) delle Nazioni Unite, l’organismo cui è demandato il ruolo di monitoraggio e stimolo nei confronti di governi, imprese e società civile del processo orientato al raggiungimento, entro il 2030, degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals – SDGs). Il messaggio emerso da tali eventi è chiaro: l’Agenda 2030 sta diventando il riferimento concreto di un crescente numero di Paesi, di reti di imprese e del non-profit.

Ventidue governi (tra cui quelli di Germania, Francia, Finlandia, Svizzera, giusto per citare alcuni di quelli europei) hanno sottoposto all’HLPF i propri piani orientati al conseguimento degli Obiettivi. Organizzazioni di imprese come il Global Compact link: https://www.unglobalcompact.org/ hanno chiesto alle proprie sedi nazionali di mettere gli SDGs al centro delle loro attività, mentre alcune tra le principali multinazionali che operano nel mondo della consulenza hanno disegnato strumenti per sostenere l’impegno delle singole imprese in questa direzione. Il mondo della filantropia internazionale ha scelto gli SDGs come paradigma di riferimento per le proprie attività. Si moltiplicano gli eventi in tutto il mondo (si pensi, ad esempio, al convegno mondiale del movimento cooperativo) volti a stimolare l’impegno per l’attuazione dell’Agenda 2030.

In occasione dell’HLPF diversi rapporti sono stati pubblicati da organizzazioni internazionali sulla condizione globale, regionale e nazionale rispetto agli SDGs. Il Segretariato delle Nazioni Unite ha pubblicato una prima valutazione della distanza dagli SDGs per le principali aree geo-politiche, dalla quale emerge come la sfida riguardi tutti i paesi, compresi quelli sviluppati. L’OCSE ha pubblicato, a sua volta, un Rapporto  nel quale viene valutata la condizione dei Paesi aderenti all’Organizzazione.

Da tali rapporti emerge chiaramente come, rispetto a molti degli SDGs, la prosecuzione delle tendenze, pur positive, registrate negli ultimi 10-20 anni non consentirebbe di conseguire gli Obiettivi. Ad esempio, circa 800 milioni di persone soffrono ancora la fame e l’attuale trend di miglioramento non sarebbe sufficiente per eliminarla entro i prossimi quindici anni. La stessa cosa vale per la povertà estrema, la mortalità infantile e la mortalità tout-court, anche a causa del forte aumento di quella legata all’inquinamento e ai disastri ambientali; analogamente, nonostante la diffusione della scuola primaria, i trend attuali non sarebbero in grado di assicurare i livelli di educazione previsti dagli SDGs, così come l’eliminazione delle discriminazioni e della violenza nei confronti delle donne; il rallentamento della crescita economica, se non vere e proprie recessioni, hanno reso ancora più difficile il conseguimento degli obiettivi occupazionali e le prospettive future restano molto incerte; la situazione ambientale in diverse aree del mondo è peggiorata, cosicché i trend attuali andrebbero radicalmente mutati per poter conseguire gli obiettivi concordati nel 2015.

Come emerge chiaramente dall’analisi dei diversi fenomeni l’approccio business as usual non solo non sarebbe in grado di realizzare gli impegni assunti, ma in alcuni casi spingerebbe importanti aree del mondo nella direzione sbagliata. Per questo, l’Agenda 2030 viene percepita da molti come l’unica strada possibile per evitare un futuro ancora più insostenibile ed instabile, e le organizzazioni internazionali stanno mobilitando le proprie risorse, finanziarie e intellettuali, per identificare soluzioni in grado di orientare tutte le politiche nella direzione indicata dall’Agenda 2030.

Insomma, se qualcuno aveva pensato che gli impegni sottoscritti a settembre 2015 sarebbero stati rapidamente dimenticati, o relegati all’attività di qualche dipartimento governativo, ciò che sta accadendo sembrerebbe indicare la serietà con cui essi sono stati presi, almeno da un gruppo nutrito di paesi e di stakeholder. Ovviamente, questi primi segnali vanno colti per aumentare l’impegno a convincere governi, opinioni pubbliche e tutti gli operatori economici e sociali a confrontarsi con le sfide dello sviluppo sostenibile, mobilitando risorse e cambiando modelli di comportamento.

L’Italia non è stata in grado di presentarsi a questo primo HLPF con una propria Strategia, ma l’impegno delle istituzioni in questa direzione sta crescendo, anche se con eccessiva lentezza. Per esempio, i partiti e i movimenti politici, così come i media, non sembrano ancora aver colto l’Agenda 2030 come il fulcro intorno al quale costruire il futuro del nostro Paese. Da questo punto di vista i prossimi mesi saranno cruciali: la predisposizione della Legge di Stabilità, la conclusione dell’indagine conoscitiva avviata dal Parlamento, la preparazione della Strategia italiana per lo sviluppo sostenibile sono i tre elementi sui quali dovrà essere valutata la serietà con cui l’Italia intende impegnarsi in questa direzione. C’è poi, all’inizio del 2017, la Presidenza del G7, occasione importante per il nostro Paese per mobilitare non solo i partner internazionali, ma anche l’opinione pubblica nazionale sull’Agenda 2030.
L’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile seguirà da vicino questi sviluppi, contribuendo con idee, proposte e, dove necessario, critiche per far sì che l’Italia divenga, agli occhi del Mondo e dei propri cittadini, uno dei protagonisti, e non solo a parole, dello sviluppo sostenibile.

di Enrico Giovannini, portavoce dell’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile (Asvis)