Greco: «La maggiore pressione antropica è avvenuta in Europa (Italia compresa)»

L’industria Ue senza € 400 miliardi di investimenti, ma continua a mangiare risorse naturali

A Bruxelles si festeggia oggi il primo European industry day, ma la sostenibilità della nostra manifattura rimane lontana

[28 febbraio 2017]

Oggi si celebra la prima Giornata europea dell’industria, ma non c’è molto da festeggiare. Secondo i dati forniti dalla Commissione europea, l’industria rappresenta ancora una punta di diamante per il Vecchio continente: utilizzando una definizione piuttosto estensiva (che include oltre alle classiche attività manifatturiere anche quelle per l’attività di estrazione delle risorse, della produzione di energia, delle costruzioni, etc) si giunge alla conclusione che dall’industria dipende oggi il 24% del Pil europeo e un quarto di tutti gli occupati, circa 50 milioni di persone. Come ha ricordato la commissaria europea all’Industria Elżbieta Bieńkowska aprendo oggi l’intervento di alto livello tenutosi a Bruxelles, il surplus commerciale dell’Ue in beni manifatturieri ammonta a 269 miliardi di euro, ma la crisi ha inciso in profondità: «Abbiamo un gap di investimenti pari ad almeno 400 miliardi di euro e questo – ha evidenziato Bieńkowska – ha un costo in termini di produttività». Il resto del mondo non aspetta.

E se da una parte gli investimenti nell’Europa che ha scelto la strada dell’austerità scarseggiano, neanche appare chiara l’idea su cosa sarebbe più utile investire. Il recente rapporto del McKinsey Global InstitutePoorer than their parents? A new perspective on income inequa­lity”, citato nel volume Industria 4.0 senza slogan prodotto dall’Università di Pisa, ci ricorda che nei paesi avanzati «il reddito pro-capite della popolazione si è ridotto al punto che una percentuale compresa fra il 65% e il 70% della popolazione si ritrova al termine del decennio che va dal 2005 al 2014 con redditi fermi o addirittura in calo rispetto al livello di partenza, a causa della prolungata crisi econo­mica e dell’aumento delle disugua­glianze. Non era mai accaduto nulla di simile nei sessanta anni precedenti, cioè dalla fine della Seconda Guerra Mondiale». Riproporsi di perseguire nuovamente questo modello di “sviluppo” significherebbe condannarsi presto o tardi a una nuova crisi. Per questo «l’adozione di una logica orientata alla sostenibilità e all’economia circolare attuata attraverso la riduzione e l’ottimizzazione dei consumi di risorse naturali può essere uno dei driver che contribui­sce a frenare tale processo di impo­verimento».

L’industria europea si sta muovendo concretamente in questa direzione? Nel migliore dei casi, troppo lentamente. Nonostante la crescente retorica su Industria 4.0 ed economia circolare, rimane molto da lavorare. Se dal 1970 al 2010 l’estrazione e il consumo globale di risorse naturali nel mondo è passato da 22 a 70 miliardi di tonnellate, la responsabilità maggiore rimane soprattutto nostra.

«Come c’era da aspettarsi – osserva Pietro Greco per le colonne di Rivista Micron – ancora nel 2010 l’Europa occidentale e il Nord America si confermano come gran consumatori di beni materiali. L’Europa ha il 7% della popolazione mondiale; il Nord America ospita il 5%: in totale, l’occidente atlantico conta il 12% della popolazione mondiale. Mentre l’uso di risorse da parte di noi occidentali ha toccato quota 16%. Insomma, continuiamo a consumare più della media planetaria. Se poi si considera l’uso cumulativo, ebbene tra il 1950 e il 2010 noi, con il 15% degli anni di vita complessivi, abbiamo consumato il 29% delle risorse […] La maggiore pressione antropica è avvenuta in Europa (Italia compresa). Queste cifre confermano che quella impressa sull’ambiente è, soprattutto, un’impronta europea».

In un mondo di risorse sempre più scarse, e per la gran parte localizzate al di fuori dei confini europei, è impossibile pensare a un rilancio della manifattura continentale senza incrementarne drasticamente l’efficienza da una parte, e senza promuovere più sostenibili modelli di consumo dall’altra. La proposta più avanzata proposta nel merito dalla Commissione europea, ovvero quel pacchetto normativo sull’economia circolare che si avvia dopo anni a concludere il proprio percorso legislativo, mostra ancora tutte le sue lacune: a partire da quella che vede la quasi totalità dell’attenzione concentrata sulla gestione dei rifiuti urbani (che in Italia sono appena un quarto del totale prodotto nel Paese), trascurando paradossalmente quelli prodotti dal mondo industriale. Non un buon segnale per chi crede nella necessità di una manifattura sostenibile.