L’ineguaglianza è la malattia sociale e politica del mondo. E l’Europa è ancora il posto meno ineguale

In questi ultimi decenni, i detentori del patrimonio privato si sono arricchiti, ma gli Stati si sono impoveriti

[18 dicembre 2017]

Occupy Wall Street e Noi siamo il  99% sono i due movimenti più noti nati dopo la crisi finanziaria che hanno portato all’attenzione mondiale le disuguaglianze create dall’ideologia neoliberista e che hanno dato cittadinanza negli Usa a una parola “tabù”: socialismo. La pubblicazione il 14 dicembre del primo “World Inequality Report”, frutto del grande e certosino lavoro di  un team di un centinaio di economisti che hanno dato vita a World Wealth and Income Database (Wid.world) conferma quanto i movimenti antiliberisti abbiano ragione gettando uno sguardo crudo su uno dei grandi temi socio-economici e politici di questo inizio del secolo e che determineranno il nostro futuro.

Come scrive Le Monde presentando il “World Inequality Report”, «Il successo mondiale del libro di Thomas Piketty, Le Capital au XXIe siècle (Editions du Seuil), pubblicato nel 2013 e venduto in più di 2,5 milioni di copie, aveva già l’ampiezza degli interrogativi sul tema in tutto il mondo. Il fenomeno che è ornai ben documentato nei Paesi sviluppati, lo è abbastanza poco in quelli emergenti. Alcuni tra loro sono stati incontestabilmente i grandi vincitori degli ultimi due decenni di apertura dei mercati. Ma sappiamo poche cose dello scarto dei redditi e del patrimonio delle loro popolazioni».

Il team di ricercatori del Wid.world coordinato da Facundo Alvaredo, Lucas Chancel, Thomas Piketty, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, colma queste lacune e completa i rapporti sull’ineguaglianza di Onu, Banca Mondiale e Ocse con un’indagine di lungo periodo che va dal 1980 al 2016 e che riguarda una settantina di Paesi.

Anche se esistono ancora alcune lacune, come per l’Africa, il rapporto dimostra che «In questi ultimi decenni, le ineguaglianze di redditi sono aumentate in quasi tutte le regioni del mondo, ma a dei ritmi differenti. La forte disparità del grado di ineguaglianza osservato da un Paese all’altro, anche quando questi Paesi sono a un livello di sviluppo paragonabile, mette in luce il ruolo determinante delle istituzioni e delle politiche pubbliche nazionali nell’evoluzione delle ineguaglianze».

Non è un caso che sia l’Europa, dove nonostante tutto resiste un po’ di welfare socialdemocratico, il continente dove la disuguaglianza è più debole, mentre è più forte nel Medio Oriente da dove i profughi arrivano in Europa.  Il rapporto sottolinea che «Nel 2016, la parte di reddito nazionale che andava  al solo 10% dei redditi più grossi(parte del reddito del decile superiore) era del 37% in Europa, del 41% in Cina, del 46% in Russia, del  47% negli Usa (destinato ad aumentare dopo la riforma delle tasse di Trump, ndr) e intorno al 55% nell’Africa sub-sahariana, in Brasile e in India. In Medio Oriente, la regione del mondo la più ineguale secondo le nostre stime, il decile superiore capta il 61% del reddito nazionale».

Dal 1980, le ineguaglianze di reddito sono aumentate rapidamente in America del Nord, Cina, India e Russia, in maniera più moderata in Europa e Wid.world avverte che «In una prospettiva storica più lunga, questo accrescimento di ineguaglianza segna la fine del regime ugualitario che aveva preso forme differenti in queste regioni dopo la Seconda Guerra Mondiale» ( cioè comunismo e socialdemocrazia o liberalismo “compassionevole”). Questo schema generale ha delle eccezioni: in Medio Oriente, Africa sub-sahariana e Brasile le ineguaglianze di reddito già altissime sono relativamente stabili per che queste regioni non avevano conosciuto dopo la Guerra Mondiale nessun tipo di politica egualitaria, ma purtroppo sono proprio queste aree  che «disegnano  un “orizzonte di ineguaglianza” per il mondo». Neoliberismo, razzismo, xenofobia, conflitti per le risorse ci stanno portando dritti verso un passato oscuro spacciato per futuro dai super-ricchi e dai loro volonterosi carnefici con le teste rasate e le camice nere.

Infatti, il rapporto mette in chiaro che in questo non c’è niente di inevitabile: «La diversità delle tendenze osservate nei diversi Paesi dal 1980 dimostra che le dinamiche nazionali in materia di ineguaglianza dei redditi sono il risultato di vari contesti istituzionali e politici. Questo è illustrato dalle differenti traiettorie che hanno seguito in questi ultimi decenni degli ex Paesi comunisti o dirigisti: la Cina, l’India e la russia.  Infatti, con delle politiche diverse attuate da questi Paesi in materia di deregulation e di apertura, la crescita delle ineguaglianze è stata particolarmente brutale in Russia e moderata in Cina e relativamente graduale in India. La divergenza è particolarmente estrema tra l’Europa occidentale e gli Usa, che avevano dei livelli di ineguaglianza simili nel 1980, ma si trovano oggi in delle situazioni radicalmente diverse. Mentre la parte dei redditi del centile superiore nelle due regioni nel 1980 era prossimo al 10%,  nel 2016 era salito un po’ in Europa (12%), ma si è involato al 20% negli Usa. Nello stesso tempo, negli Usa,  la parte quota per il  50% dei più poveri è passata dall’oltre  20% nel 1980 al 13% nel 2016». Eppure la ricetta statunitense è ancora oggi quella che ci viene proposta come salvifica da Berlusconi e dai suoi alleati della destra estrema e neo-populista (che intanto si lamentano per la disuguaglianza dandone la colpa ai migranti e non ai super-ricchi come Berlusconi). Quella che si spaccia per destra sociale farebbe bene a leggere quanto scrivono gli economisti di Wid.world: «La traiettoria seguita dagli Usa si spiega in gran parte con una ineguaglianza considerevole in materia di educazione, associata a una fiscalità sempre meno progressiva, questo anche se dagli anni ’80 sono esplose le più alte remunerazioni del lavoro e se i redditi da capitale hanno fatto altrettanto negli anni 2000. Durante questo tempo, in Europa la progressività delle imposte calava, ma in proporzioni minori; anche le ineguaglianze salariali erano state frenate da politiche educative e salariali relativamente più favorevoli alle classi medi e e popolari. Nelle due regioni, le ineguaglianze di reddito tra uomini e donne sono calate, ma restano particolarmente marcate al vertice della distribuzione».

Insomma, nella prossima campagna elettorale italiana, per uscire dalla crisi e dall’ineguaglianza, ci verranno riproposte le solite ricette e i soliti slogan degli anni ’80 e ’90 che ci hanno precipitato nella crisi dell’ineguaglianza, ricette a favore dei ricchi che verranno votate da molti poveri e impoveriti, compresi quelli ai quali CasaPound porta il pacco di pasta purché siano di sangue puro italiano.

Il rapporto rivela come si siano evolute le ineguaglianze tra gli abitanti del pianeta e sottolinea che per quanto riguarda la crescita del reddito mondiale dal 1980, «L’1% degli individui che ricevono il i redditi più alti del mondo hanno approfittato due volte di più di questa crescita del 50% degli individui più poveri. Questo 50% sul fondo ha però beneficiato dei forti tassi di crescita, mentre la classe media media mondiale (nella quale si trovano il 90% degli individui più poveri in Europa e negli Usa) vede compressa la crescita del suo reddito». A livello mondiale dagli anni ‘80 le ineguaglianze sono fortemente aumentate: la metà più povera della popolazione mondiale ha visto il suo reddito aumentare in maniera significativa grazie alla forte crescita in Asia (soprattutto Cina e India) però a livello nazionale  le ineguaglianze si sono ingigantite, anche se in maniera irregolare: «Se la parte del reddito del centile superiore è salita dal  16% nel 1980 al 22% nel 2000 – spiega il rapporto – è in seguito leggermente regredita fino al 20%. La parte del reddito che va al 50% degli individui più poveri nel mondo fluttua intorno al 9% dagli anni ‘80. La rottura di tendenza osservata dopo gli anni 2000 è legata a una diminuzione delle ineguaglianze dei redditi  tra Paesi, perché le ineguaglianze all’interno dei Paesi hanno continuato a progredire».

Le semplificazioni che vanno per la maggiore in Italia non servono e il nocciolo del problema resta quello denunciato da un certo Karl Marx: «Le ineguaglianze economiche il prodotto dell’ineguale ripartizione del capitale – ribadisce il nuovo rapporto –  Questo può essere detenuto sia dal settore privato  sia dal settore pubblico. Noi dimostriamo che, dal 1980, in quasi tutti i Paesi, ricchi o emergenti,  si sono prodotti dei trasferimenti molto importanti del patrimonio pubblico alla sfera privata. Mentre la ricchezza nazionale è aumentata in maniera sostanziale, la ricchezza pubblica è oggi negativa o vicina allo zero nei Paesi ricchi. Questa situazione limita verosimilmente la capacità di azione degli Stati contro le ineguaglianze e ha sicuramente delle conseguenze importanti per le ineguaglianze di patrimonio tra gli individui. In questi ultimi decenni, i detentori del patrimonio privato si sono arricchiti, ma gli Stati si sono impoveriti».

Gli ultimi decenni hanno visto un aumento generale del patrimonio privato netto, passato dal  200 – 350% del reddito nazionale nella maggioranza dei Paesi ricchi nel 1970  al 400 – 700% odierno. La crisi finanziaria del 2008 non ha modificato questo trend e non lo ha fatto nemmeno lo scoppio di bolle speculative in Paesi come il Giappone o la Spagna. Dopo la transizione dal socialismo reale al capitalismo, Cina e Russia hanno sperimentato crescite fortissime dei loro patrimoni privati che sono rispettivamente triplicati e quadruplicati. In questi due giganti il rapporto patrimonio privato/reddito nazionale  si avvicina ormai ai livelli di Francia, Gran Bretagna e Usa. Invece, dagli anni ’80 il patrimonio pubblico è diminuito in quasi tutti i Paesi e in Cina e Russia è passato dal 60-70% al 20-30%. Il patrimonio pubblico netto è diventato negativo  negli Usa e in Gran Bretagna ed è ancora leggermente positivo in Giappone, Germania e Francia. I ricercatori evidenziano che questo «limita la capacità degli Stati di regolare l’economia, ridistribuire i redditi e frenare la corsa delle ineguaglianze». Le sole eccezioni  a questo declino generale della proprietà pubblica riguarda i Paesi petroliferi che possiedono grossi fondi sovrani, come la ricchissima Norvegia.

E il rapporto, ci dice anche quanto abbia fatto male l’Italia ad adottare queste ricette neoliberiste: «Delle privatizzazioni di grandi dimensioni, insieme a un’ineguaglianza dei redditi crescente, hanno alimentato delle ineguaglianze di patrimonio tra gli individui». Un fenomeno che ha avuto la sua punta estrema in Russia e negli Usa  e che è stato più moderato in Europa. Comunque, nei Paesi ricchi le ineguaglianze patrimoniali non sono ancora ritornate ai livelli record che avevano raggiunto all’inizio del XX secolo.

Il rapporto però avverte che «In uno scenario di prolungamento dei trend attuali, la classe media mondiale vedrà la sua parte compressa. L’accrescimento delle ineguaglianze del patrimonio a livello nazionale da un colpo di acceleratore alle ineguaglianze patrimoniali nel mondo», Se si suppone che le devoluzioni combinate della Cina, dell’Unione europea e degli Usa diano conto della tendenza, la parte del patrimonio mondiale nelle mani dell’1% dei più ricchi del pianeta tra il 1980 e il 2016 è passata dal 28% al 33%, mentre  la parte del 75% dei più poveri si aggirava intorno al 10% in tutto il periodo. Se la tendenza prosegue, la parte del patrimonio dello 0,1%  dei più ricchi del pianeta (in un mondo rappresentato da Cina, Ue e Usa) nel 2050 raggiungerà quello della classe media mondiale. Nello scenario di prolungamento dei trend, le ineguaglianze di reddito planetarie aumenteranno anche con ipotesi di crescita ottimistiche per i Paesi emergenti.

Ma il rapporto dice anche che «Una tale evoluzione non è però inevitabile»  Infatti, le ineguaglianze di reddito nel mondo aumenteranno se i Paesi rimarranno sulla traiettoria tracciata dagli anni ’80 dall’ideologia neoliberista, e questo anche se saranno rispettate le previsioni di crescita dei redditi relativamente elevate per i prossimi 30 anni in Africa, America Latina e Asia. Il Wid.world  prevede che «Le ineguaglianze si aggraveranno ancora di più  se tutti i Paesi seguiranno la tendenza fortemente non egualitaria degli Usa tra il 1980 e il 2016. A contrario,caleranno leggermente se tutti i Paesi seguiranno la traiettoria dell’Un ione europea dal 1980 a oggi».

L’évoluzione delle ineguaglianze all’interno dei diversi Paesi ha un considerevole impatto sulla lotta alla povertà  e nel 2050 il reddito della metà più povera della popolazione mondiale dovrebbe variare tra i 4,500 e i 9,100 euro procapite all’anno per adulto.

E il rapporto tira in ballo il convitato di pietra (la Sinistra), evidenziando che «Lottare contro le ineguaglianze di reddito e patrimonio nel mondo esige importanti cambiamenti di politica fiscale a livello nazionale e mondiale. Le politiche educative, la governance delle imprese e le politiche salariali dovranno essere riviste in numerosi paesi. Anche la trasparenza dei dati sarà un grande impegno (,,,) La ricerca economica e storica ha dimostrato che l’imposta progressiva è uno strumento efficace per combattere le ineguaglianze. La progressività dei tassi  ha come doppio effetto quello di ridurre l’ineguaglianza post-imposta, ma anche pre-imposta, perché scoraggia gli alti redditi dall’appropriarsi di una parte sempre più importante della crescita negoziando delle remunerazioni eccessive e dal concentrare i patrimoni». Il problema è che a partire dagli anni ‘70 e fino a metà anni 2000 la progressività delle imposte è stata fortemente ridotta nei Paesi ricchi e in alcuni Paesi emergenti. Dopo la crisi finanziaria del  2008, le tasse si sono stabilizzate e in alcuni Paesi sono stati tassati leggermente di più i redditi più alti, «Ma le evoluzioni a venire restano incerte – ricorda il rapporto – e dipenderanno dal dibattito democratico». Un dibattito che in Italia assume aspetti di magia, visto che qualcuno vuole aumentare le pensioni e i servizi sociali e eliminare la progressività delle tasse a beneficio dei soli ricchi.

Il rapporto fa anche notare che «L’imposta sulle successioni è inesistente o vicina allo zero nei paesi emergenti fortemente non egualitari, il che lascia dei margini di manovra per realizzare importanti riforme fiscali in questi Paesi. La creazione di un registro mondiale dei titoli finanziari che permetta di identificarne i detentori darebbe un forte colpo all’evasione ’fiscale, al riciclaggio di denaro e all’aumento delle ineguaglianze. Benché la fiscalità sia uno strumento essenziale per lottare contro le ineguaglianze, si scontra potenzialmente con degli ostacoli. Al primo posto tra questi figura l’evasione fiscale, come illustrano ancora recentemente le rivelazioni dei “Paradise Papers”. I capitali messi nei paradisi fiscali sono considerevolmente aumentati dagli anni ’70 e oggi rappresentano più del 10% del Pil mondiale».

A causa dei paradisi fiscali, all’epoca della globalizzazione è difficile misurare i patrimoni dei super-ricchi e la loro enorme quantità di titoli finanziari.  Il “World Inequality Report” dice che <Esistono diverse soluzioni tecniche per creare un registro finanziario mondiale, del quale le amministrazioni fiscali nazionali potrebbero servirsi per lottare efficacemente contro la frode».

Ma quello di cui sono più che convinti gli economisti di Wid.world  è che «Migliorare l’uguaglianza dell’accesso all’educazione e a dei posti di lavoro ben remunerati è essenziale per rimediare alla stagnazione o alla bassa crescita dei redditi della metà più povera della popolazione. Studi recenti dimostrano che potrebbe esserci un baratro tra i discorsi ufficiali sull’eguaglianza delle chances e la realtà dell’ineguale accesso alla formazione».  Ancora una volta l’esempio è quello del Paese più potente del mondo: negli Usa, su 100 bambini nati da genitori il cui reddito  appartiene al 10% più basso, solo 20 -30 vanno all’università (in Italia molti meno), una percentuale che sale al 90% quando i genitori appartengono al 10% più ricco. Insomma, nei Paesi ricchi come l’Italia si è rotto l’ascensore sociale e la colpa non è certo di migranti e profughi (che in Italia non vogliono nemmeno restarci per le scarse opportunità di lavoro).

Il rapporto segnala però un punto positivo: «Gli studi dimostrano che le università di eccellenza che si aprono maggiormente agli studenti provenienti da ambienti sfavoriti non compromettono per questo i loro risultati. Nei Paesi ricchi così come nei Paesi emergenti può darsi che sarà necessario fissare degli obiettivi trasparenti e verificabili   (riformando allo stesso tempo i sistemi di finanziamento e di ammissione) per permettere un accesso uguale all’educazione. La democratizzazione dell’accesso alla formazione è una leva potente, ma senza meccanismi che garantiscano che gli individui in fondo alla gerarchia avranno accesso a lavori ben remunerati, l’educazione non sarà sufficiente a ridurre le ineguaglianze». E qui ritorna la necessità della politica e di sindacati forti: «Per farlo, saranno strumenti importanti  una migliore rappresentanza dei lavoratori negli organi di direzione delle imprese e dei salari minimi corretti».

IL rapporto conclude: «Per rimediare alle attuali ineguaglianze di reddito e di patrimonio e prevenire il loro aggravamento, gli Stati devono investire nell’avvenire, Combattere le ineguaglianze esistenti e prevenire il loro aggravarsi necessita di investimenti pubblici nell’educazione, nella salute e nella protezione dell’ambiente, ma questo è ancora più difficile da realizzare dato che gli Stati dei Paesi ricchi si sono impoveriti e pesantemente indebitati. Ridurre il debito pubblico è un compito per niente facile, ma esistono diverse soluzioni (passando in particolare dall’imposta sul patrimoniop, all’alleggerimento del debito o dall’inflazione) e sono state attuate nel passato da Stati fortemente indebitati al fine di dare ogni possibilità alle giovani generazioni».