Secondo il Worldwatch Institute ognuno di noi ne consuma 100 kg l’anno

L’invasione della plastica, non riciclata

Dove ce la procuriamo, e soprattutto dove la buttiamo dopo averla usata?

[30 gennaio 2015]

Secondo le ultime indiscrezioni, la data d’inizio dell’Antropocene – ovvero dell’era in cui l’uomo agisce sul pianeta al livello di una forza geofisica determinante – ricadrà sul 16 luglio 1945, quando nel New Mexico scoppiò la prima bomba atomica della storia. Nello stesso periodo stava avvenendo anche un altro fenomeno destinato a segnare a fondo l’influenza dell’uomo moderno sulla Terra: gli anni ’40 sono quelli del boom della plastica, cui contribuì non poco il premio Nobel per la chimica Giulio Natta.

Iniziò allora una corsa frenetica. Dal 1950 al 2012 la produzione di plastica è aumentata in media dell’8,7% l’anno, passando da 1,7 milioni di tonnellate l’anno alle circa 300 dei nostri giorni, sostituendo man mano sempre più materiali: vetro, metallo, carta.

Oggi ogni cittadino nordamericano o europeo consuma in media 100 kg di plastica ogni anno (in Asia i kg sono 20, ma in turbolenta ascesa), e domina molti settori industriali. In primis quello del packaging, che da solo assorbe in Europa il 40% della domanda di plastica, ma anche molti altri: dall’automotive al settore medicale. È come se ognuno di noi ogni giorno consumasse circa 3 etti di plastica. Purtroppo, raramente ci si domanda da dove questa arrivi – e dove vada a finire. Agli sbadati consumatori viene in soccorso l’ultimo rapporto del prestigioso Worldwatch Institute, “Global Global Plastic Production Rises, Recycling Lags“, che porta molti numeri e qualche brutta notizia.

Innanzitutto, il pallino della produzione di plastica da materiali vergini (ossia soprattutto dal petrolio, il 4% di quello estratto al mondo diventa materialmente plastica, e un altro 4% serve per alimentare le fabbriche che producono plastica) non è più nelle nostre mani. È rotolato a est. Nel 2013 l’Asia ha prodotto il 45,6 di tutta la plastica mondiale, la Cina da sola circa il 25% (dopo aver sorpassato l’Ue solo nel 2010). E alla stessa Cina molta di questa plastica torna dopo essere divenuta rifiuto.

L’Europa (Germania in testa) esporta circa la metà della plastica che raccoglie, ed è il più grande esportatore del genere al mondo (senza considerare che ben il 38% della plastica europea finisce in discarica). La Cina, da parte sua, raccoglie generosa questi rifiuti: nel suo immenso territorio finisce il 56%, in termini di peso, dei rifiuti di plastica importati al mondo (l’87% di quelli europei). Per fare quale fine, non è chiaro neanche a quelli del Worldwatch: osiamo immaginare non sia la più sostenibile possibile. Anche per i rifiuti plastici vige dunque da una parte la legge del mercato, dall’altra quella del menefreghismo, lontano dagli occhi lontano… dal fegato, basta non roderselo troppo. Non importa dunque dove finiscano, l’importante è che non vengano diretti in un impianto di termovalorizzazione (ma addirittura talvolta anche in un impianto di riciclo!) dietro casa. Così come a nessuno importa – agli amministratori che dovrebbero farlo per legge, ai comitatisti che potrebbero pretenderlo dai loro interlocutori – acquistare prodotti realizzati con materiale riciclato.

Tutto male, dunque? Certo che no. La plastica è e rimane un materiale molto utile. I progressi tecnologici nel suo riciclo e nella produzione di sostituti “bio” di quella tradizionale rendono ancor più vera questa affermazione. Solo, «i benefici ambientali e sociali delle materie plastiche devono essere valutati rispetto ai problemi che la longevità e il massiccio volume che questo materiale presente nel flusso dei rifiuti». La plastica migliora la conservazione dei cibi, l’efficienza nei trasporti, riduce la massa degli imballaggi rispetto ad altri tipi di packaging, è indispensabile in molte tecnologie rinnovabili. Ma ha i suoi contro, come tutto, che vanno affrontati e magari volti a proprio vantaggio, per quanto possibile.

In primis, la plastica inutile va ovviamente eliminata. E ne produciamo molta, oggi, soprattutto nel packaging. Molte sfide legate alla plastica possono inoltre essere «affrontando la gestione del materiale lungo il suo ciclo di vita». Questo implica un eco-desing a monte del prodotto, e ben fatto. Andrebbero inoltre esplorate le possibilità d’uso delle bioplastiche, anche se – secondo il Worldwatch – i «benefici e gli impatti di questi prodotti sono ancora sconosciuti».

Una volta divenuta rifiuto, la plastica dovrebbe invece essere riciclata o in subordine essere termovalorizzata, certo non finire in discarica (esiste anche un divieto di legge in tal senso, che però anno dopo anno viene sempre derogato). Rimane dunque il riciclo. «Le aziende (e aggiungiamo noi le pubbliche amministrazioni, ndr) dovrebbero passare a un maggior utilizzo di plastica riciclata, e i governi dovrebbero regolamentare la filiera della plastica per monitorarne e incoraggiarne il riciclo», magari ipotizzando situazioni incentivanti come l’Iva agevolata sui riprodotti da materiali riciclati. L’Italia e l’Europa prendano nota. È una questione ambientale, certo, ma anche industriale. Al momento la realtà è che dipendiamo in toto dalla Cina in fatto di plastica. E forse non è la scelta strategica più lungimirante, o sostenibile che dir si voglia.