La Commissione aggiorna le proprie stime, l’Italia si muove sotto la media Ue

L’inverno dell’Europa: nuovi rischi per l’economia, giù le previsioni di crescita

Quale sviluppo? Nel nostro Paese tra due anni la disoccupazione sarà diminuita solo dello 0,6%

[4 febbraio 2016]

potere europeo europa ue numeri

Il commissario Ue per gli Affari economici, il francese Pierre Moscovici, ha presentato oggi le Previsioni economiche d’inverno 2016, un documento che aggiorna le prospettive dell’Europa (e dei singoli paesi membri) su crescita, lavoro, finanze pubbliche. Nonostante le premesse altisonanti – «l’economia europea – scrive la Commissione – entra nel quarto anno di ripresa» -, in realtà le previsioni economiche mostrano il segno meno, con il vicepresidente responsabile per l’Euro, Valdis Dombrovskis, che parla di «un numero crescente di ostacoli, dal rallentamento della crescita nei mercati emergenti, come la Cina, alla debolezza del commercio mondiale, oltre alle tensioni geopolitiche nel vicinato europeo». Significativo che, in tale carrellata, non trovi spazio alcuno il progressivo deterioramento delle condizioni ambientali, sebbene il World economic forum abbia appena segnalato che il cambiamento climatico è «il rischio numero uno» per l’economia globale nel 2016.

All’interno della zona euro in particolare, le stime diffuse dalla Commissione Ue a novembre vedevano il Pil crescere dell’1,8% nel 2016, limato oggi a un più prudente +1,7% (a fronte di un +1,6% nel 2015). Per l’Ue nel suo complesso la Commissione prevede invece «che la crescita economica rimanga stabile all’1,9% quest’anno, portandosi al 2,0% l’anno prossimo». In tutta Europa, a sostenere timidamente la crescita ci sono sempre i soliti, soli tre fattori: bassi prezzi del petrolio, condizioni di finanziamento favorevoli (grazie alla Bce) e del basso tasso di cambio dell’euro.

L’Italia, da par suo, si assesta al ribasso: +0,8% del Pil nel 2015, seguito da un +1,4% per il 2016 (-0,1% rispetto alle ultime previsioni), e un +1,3% nel 2017 (ancora una volta, -0,1%). Nonostante le italiche dichiarazioni di facciata, dunque, il Paese sembra muoversi al di sotto della media europea. A spingere (lentamente) in avanti la crescita del Pil, secondo la Commissione Ue, non diversamente dal resto dell’Europa saranno i consumi interni: «Si prevede che la continua caduta dei prezzi del petrolio e una politica di bilancio espansiva sosterranno la domanda interna, compensando il rallentamento delle esportazioni».

In realtà, è corretto precisare che la «politica di bilancio espansiva» dell’Italia rappresenta in realtà una fantasiosa interpretazione dei dati operata a Bruxelles. La Commissione Ue stima che il deficit del nostro Paese sarà del 2,5% nel 2016, rispetto al 2,3% stimato a novembre e al 2,4% indicato dal governo Renzi nel Def. Da qui la politica «espansiva», aggettivo pronunciato masticando assai amaro dalle parti della Commissione. In realtà, nel 2015 il deficit italiano era al 2,6%: dunque, quale che sia la previsione che a fine anno si rivelerà azzeccata, i cordoni del bilancio pubblico italiano sono comunque destinati a stringersi ancora in questo 2016. Nonostante ciò, da Bruxelles arrivano accuse di lassismo all’Italia, troppo “flessibile”, senza azioni incisive per ridurre il deficit.

Nonostante gli anni di crisi e i milioni di posti di lavoro persi, l’austerità continua a rimanere il totem di questa Europa. Innumerevoli osservatori di stampo keynesiano ormai da tempo immemore fanno notare che, forse, le deludenti perfomance economiche dell’Europa sono collegate – in assenza di investimenti privati – al declino degli investimenti pubblici, anche in deficit. Anche la famosa economia circolare –  che secondo la stessa  Ue avrebbe le potenzialità per creare in Europa migliaia e migliaia di posti di lavoro, con risparmi netti per le imprese europee pari a 600 miliardi di euro e una riduzione nell’emissione di gas a effetto serra del 2-4% – ha bisogno di investimenti per crescere, ma dall’Europa è arrivato solo un pacchetto normativo al ribasso.

Senza un’identità comune, senza un progetto di società condiviso, senza una visione propositiva del futuro, il grande sogno dell’Europa continuerà a rimanere ancorato a una meschina conta di percentuali che ne mascherano il declino. Anche quella che ad oggi rimane la più autorevole istituzione europea, la Bce, si trova schiacciata dalla finanza globale: «Ci sono forze nell’economia globale di oggi – ha dichiarato a Francoforte il presidente della Banca centrale, Mario Draghi – che cospirano per tenere bassa l’inflazione». Nonostante gli sforzi profusi, e le centinaia di miliardi di euro impegnati nel quantitative easing, anche la Bce non riesce a tenere fede al suo compito,e a bada il tasso d’inflazione.

Senza un’Europa forte e ragionevole, il Vecchio continente rimane in balia di forze che non riesce a dominare. E a farne le spese sono i cittadini. Il tasso di disoccupazione, che in Italia era dell’11,9% nel 2015, si stima sarà ancora all’11,3% tra due anni: alla faccia dello sviluppo sostenibile.