L’Italia ancora a metà del guado della crisi: Visco, il Pil tornerà ai livelli del 2007 nel 2025

La soluzione nella green economy. Per il commissario Ue all’Ambiente «non si tratta di promuovere nuovi posti di lavoro per colletti bianchi o blu, ma di passare ai colletti verdi»

[31 maggio 2017]

Oggi l’Istat è tornato ad aggiornare il bilancio del lavoro, pesando (con dati provvisori) l’andamento di occupati, disoccupati, inattivi sul nostro territorio. Ne esce un quadro sfaccettato, come mostra ad esempio la diminuzione dei disoccupati nell’ultimo mese (-106mila) ma la contemporanea crescita degli inattivi (+24mila), che Francesco Seghezzi – direttore della Fondazione Adapt, fondata da Marco Biagi nel 2000 per promuovere studi e ricerche nell’ambito delle relazioni industriali e di lavoro – riassume con semplicità: «Crescono gli occupati, soprattutto maschi, over 50 e con contratto a termine. Meglio di niente, ovviamente». Il resto dell’Ue nel mentre, come confermo i dati aggiornati oggi da Eurostat, continua a fare meglio. Ma per avere un’istantanea più precisa di quanto ancora sia lontana la risoluzione della crisi del lavoro nel nostro Paese è meglio fare un passo indietro.

L’occasione la offre il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, che nelle sue Considerazioni finali – e con il proprio mandato in scadenza ad ottobre – si è soffermato lungamente sul lavoro che non c’è.

«È soprattutto nel mercato del lavoro – argomenta Visco – che vediamo l’eredità più dolorosa della crisi: nel 2014 il tasso di disoccupazione è stato pari a quasi il 13%, più del doppio che nel 2007; quello dei più giovani (tra i 15 e i 24 anni) dal 20 ha superato il 40%; i valori sono più alti nel Mezzogiorno. Si è ampliato il divario tra la qualità degli impieghi offerti e le aspirazioni dei lavoratori: la quasi totalità degli occupati dipendenti a termine vorrebbe un contratto di lavoro permanente; due terzi dei lavoratori a tempo parziale desidererebbero un impiego a tempo pieno, contro il 40% dieci anni fa. Sono peggiorati gli standard di vita delle famiglie, soprattutto di quelle più disagiate. Nell’ultimo biennio si sono registrati miglioramenti grazie alla ripresa ciclica, agli sgravi contributivi e ai provvedimenti volti a migliorare l’efficienza del mercato del lavoro. Tuttavia, alla fine del 2016 meno del 60% delle persone tra i 20 e i 67 anni aveva un impiego; era occupata appena una donna su due. Tra i giovani con meno di 30 anni, circa un quarto, un terzo nel Mezzogiorno, non aveva un lavoro né era impegnato in un percorso formativo. Sono valori lontani da quelli di gran parte degli altri paesi europei. La questione del lavoro è centrale». Tanto più considerando che «agli attuali ritmi di crescita il Pil tornerebbe sui livelli del 2007 nella prima metà del prossimo decennio», ossia attorno al 2025: circa 18 anni dopo l’inizio di una crisi che non vuole finire. In termini di Pil perso e da recuperare, oggi l’Italia sarebbe dunque appena a metà del guado. È impensabile immaginare di dover prolungare tanto l’attesa.

«Restano ampi spazi di razionalizzazione nell’allocazione delle risorse pubbliche che vanno indirizzate verso obiettivi di medio-lungo periodo – osserva in proposito Visco – Deve tornare a crescere la spesa per gli investimenti pubblici: in calo dal 2010, la sua incidenza sul prodotto era appena superiore al 2% nel 2016, circa un punto in meno che negli anni precedenti la crisi e tra i valori più bassi nell’area dell’euro». Investimenti per cosa?

Se la volontà non è quella di tornare a riproporre le stesse condizioni economiche che ci hanno portato diretti alla Grandi crisi, è necessario che gli investimenti – in primis quelli pubblici – sappiano scegliere con lungimiranza i settori ai quali rivolgersi. L’imbeccata giusta è arrivata ieri da Bruxelles, dove si sta svolgendo la Green week dedicata proprio al tema del lavoro (verde).

«Non si tratta di promuovere nuovi posti di lavoro per colletti bianchi o blu, ma di passare ai colletti verdi – ha dichiarato il commissario Ue all’Ambiente Karmenu Vella – È necessario rendere ecocompatibili le professioni esistenti, favorendo l’acquisizione di competenze verdi da parte dei lavoratori che possiedono già abilità professionali, ma non conoscenze di carattere ambientale specifiche, che farebbero la differenza. Dobbiamo individuare dei metodi atti a promuovere l’ecocompatibilità come nuovo standard, sfruttando come supporto le iniziative correlate al piano d’azione dell’Unione europea per l’economia circolare e l’agenda per le competenze».

I risultati portati sul tavolo dalla green economy, anche dal punto di vista occupazionale, sono assai incoraggianti. Dal 2000 al 2014 i lavori verdi sono cresciuti nell’Ue 8 volte più velocemente degli altri, e oggi «il settore dell’ecoindustria europea genera un fatturato di circa 700 miliardi di euro, equivalente al 2,1 % del Pil europeo, ed è tra i settori leader del mercato globale, un mercato che si prevede dovrebbe triplicare entro il 2030. Altre cifre indicano che le politiche per l’efficienza delle risorse promuovono la crescita». In particolare, una «riduzione di un punto percentuale nel consumo di materiali in Europa avrebbe un valore di 23 miliardi di euro per le imprese e consentirebbe di creare tra i 100 000 e i 200 000 nuovi posti di lavoro». Eppure, come ricordano dall’ASviS, ancora oggi sulla transizione verso gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sdgs), l’Italia occupa il 30esimo posto su 34 Paesi considerati». Rimane molto da lavorare.