Nell’ultimo rapporto Coop appare un Paese minato da disuguaglianze esplosive

L’Italia dei consumi è sempre più verde, anche d’invidia

Il 32% della ricchezza è detenuto dal 5% della popolazione (ed è tutta nel portafoglio degli anziani), mentre 4 giovani su 5 si sentono ai margini della società

[9 settembre 2016]

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I moderni aruspici non sventrano animali per sbirciare nel destino dei popoli, ma guardano ai consumi che gonfiano (o meno) il carrello della spesa. Nell’ultimo rapporto Coop, appena presentato, si stima che se il Pil italiano crescerà nel 2016 di un +0,6%, in consumi delle famiglie “correranno” quasi il doppio, con un +1,1% (e la produzione di rifiuti urbani, cresciuta di 83mila tonnellate già nel 2014 è lì a testimoniarlo), un risultato comunque assai magro se paragonato con anni di crisi e tagli; ma più interessante delle previsioni, spesso così difficili da cogliere, è la miriade di dati che il rapporto Coop accumula sui consumi italiani, disegnando un Paese invecchiato ma non imbruttito, più attento alla sostenibilità anche se drammaticamente spaccato in disuguaglianze economiche e generazionali ormai esplosive.

Per riportare il reddito sui livelli pre-crisi, sottolineano dalla Coop, all’Italia servirebbero 105 miliardi di euro. Intanto le famiglie continuano a fare i salti mortali e  per rimanere a galla erodono i risparmi, fomentando disuguaglianze già acute. Arriva a 9.600 miliardi di euro il valore della ricchezza delle famiglie italiane (a fronte di 900 miliardi di euro di debiti), una somma di tutto rispetto ma racchiusa in pochissime mani. Il 32% è detenuto dal 5% più ricco della popolazione (che sale al 68% se si guarda al 20% delle famiglie più ricche), mentre il 60% delle famiglie più povere detiene appena il 14% della ricchezza totale. Paghiamo al contempo «lo scotto dei sempre più evidenti divari generazionali: la ricchezza è tutta nel portafoglio degli anziani (la silver economy fa faville) e lascia sempre più scoperti gli under 35 (la ricchezza finanziaria degli over65 si aggira intorno ai 154.000 euro contro i poco più di 18.000 degli under 35). Su questa generazione (millenials) e sulle altre a seguire (generazione delle reti) grava un tasso di disoccupazione pari al 37,6% e 4 su 5 di loro – superati in questo solo dai loro coetanei bulgari – ammettono di sentirsi ai margini della società».

Come risultato finale, la «ricchezza media delle famiglie con capofamiglia tra i 18 e i 34 anni è ora meno della metà di quella del 1995, mentre quella delle famiglie con capofamiglia con almeno 65 anni è aumentata di circa il 60%: il rapporto tra la ricchezza delle famiglie anziane e quella dei giovani è passato da 1 ad oltre 3». Anche sui crudi numeri e dunque sul peso politico non c’è paragone: il numero delle persone con 65 anni e oltre è cresciuto del 17% in 15 anni, arrivando a circa 13,4 milioni (di cui 6,8 milioni con 75 anni e oltre), contro gli 8,6 milioni gli italiani “millennials” nati tra il 1980 e il 1995.

Dopo la gaffe governativa sul Fertility day, ci pensa il rapporto Coop a ricordare perché in Italia si fanno pochi figli, nonostante il desiderio dei giovani di averne: cumulando il divario di spesa tra famiglie con e senza bambini è possibile quantificare il costo di un figlio sino al raggiungimento della maggiore età in oltre 80 mila euro, che diventano 105 mila euro arrivando fino ai 30 anni, dato che l’uscita di casa dei figli si allontana sempre di più. Difficile che, con disoccupazione alle stelle e precarietà elevata, una campagna informativa sulla fertilità possa invertire il trend demografico.

Nel mentre però il problema si autoalimenta, considerando che il trend di invecchiamento della popolazione, unitamente al calo delle nascite, scoraggia gli investimenti con tempi di rientro più lunghi. Ma la “ripresa” dei consumi delle famiglie, di poche famiglie, non basta a sostenere tassi di crescita significativi. Mancano appunto gli investimenti privati (dal 2007 ad oggi sono persi 77 miliardi di euro), e quelli pubblici continuano a non arrivare in misura sufficiente a colmare il gap.

Eppure le preferenze di consumo degli italiani suggerirebbero l’esistenza di importanti spazi di investimento, verso una domanda di beni e servizi più qualificata e sostenibile. Nel quotidiano gli italiani adottano comportamenti e acquisti sempre più attenti all’ambiente e al territorio, sopratutto quando la spesa si associa ad un risparmio economico o al benessere e alla salute personali: la vendita di prodotti bio è in solida crescita, andiamo pazzi per le bici elettriche (nel 2015 ne sono state vendute in Italia più di 56 mila, +10%), l’economia della condivisione piace (il 5% usa le piattaforme sharing, sebbene i loro risvolti occupazionali non siano sempre altrettanto piacevoli) e aumentano a ritmo sostenuto le vendite di veicoli a ridotto impatto ambientale (+48% auto ibride nei primi sei mesi dell’anno).

Il problema rimane che queste sono linee di tendenza sì positive, ma senza alcun disegno comune che riesca a unirle e indirizzarle verso uno sviluppo sostenibile per la società italiana. «L’incertezza sulle prospettive – si legge – è molto aumentata soprattutto fra le classi medie, che hanno iniziato a maturare consapevolezza circa le difficoltà a mantenere gli standard di vita del passato».

A questa motivata depressione sociale la risposta politica non può (o meglio non potrebbe) essere che una, neanche così originale e invocata dalla stessa cittadinanza: «Politiche economiche di carattere redistributivo», che possono «concorrere anche a fornire un sostegno alla crescita della domanda, nella misura in cui riescono a conseguire lo spostamento di potere d’acquisto verso famiglie a basso reddito, caratterizzate da una maggiore propensione al consumo». Unendo a queste investimenti – pubblici, che possano catalizzare i pavidi e spaventati capitali privati – su innovazione e sviluppo verde, il quadro sarebbe completo. Purtroppo però, lo è solo in teoria e per niente in pratica. Con il risultato finale che vede 2 italiani su 3 – una percentuale da brivido – ritenere «inutile fare progetti sul futuro».