Economia circolare per «competitività economica. Servono regole chiare e stabili»

L’Italia del riciclo produce in un anno 10,6 milioni di tonnellate di materie prime seconde

Ma il sistema economico del Paese consuma nello stesso periodo 508,6 milioni di tonnellate di materiali

[13 dicembre 2016]

Il nuovo rapporto “L’Italia del riciclo”, realizzato da Fise Unire (l’associazione che rappresenta le aziende del recupero rifiuti) e dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, è stato presentato oggi a Roma, sospeso nell’attesa infinita per il nuovo pacchetto normativo sull’economia circolare che in sede Ue stanno limando ormai da due anni.

Un problema acuto, quello della mancanza di regole chiare e stabili a normare il settore, che punge in Europa come nel contesto nazionale. Nonostante il rapporto evidenzi come «l’Italia abbia compiuto notevoli progressi nel campo del riciclo», una vera circolarità delle risorse «non è stata ancora pienamente realizzata – è il commento di Andrea Fluttero, presidente di Unire – Potrà esserlo solo a patto che si affrontino e si risolvano alcuni nodi da tempo irrisolti. Tra questi, le regole, che devono essere certe, chiare e stabili nel tempo, la semplificazione complessiva del settore, la migliore definizione del sistema consortile, che deve diventare sempre più sussidiario al mercato, il problema delle esportazioni e la necessità di sviluppare ricerca ed innovazione tecnologica. Tutti elementi indispensabili per dare ulteriore slancio al settore e senza i quali sarà difficile migliorare i risultati del nostro settore sia dal punto di vista economico che ambientale».

Risultati che ad oggi rimangono assai variegati a seconda del contesto analizzato. Limitando l’osservazione al macromondo degli imballaggi, ad esempio, si spazia dalle ragguardevoli performance raggiunte nell’avvio al riciclo della carta (3.653mila tonnellate nel 2015, l’80% dell’immesso al consumo in Italia) a quelle dell’avvio al riciclo delle plastiche che mantengono ampi spazi di miglioramento (867mila tonnellate nel 2015, ovvero il 41% rispetto all’immesso al consumo). È importante inoltre notare come non tutti i materiali “avviati a riciclo” vengono poi effettivamente riciclati e re-immessi sul mercato come materie prime seconde.

La novità in quest’ultima edizione del rapporto “”’L’talia del riciclo” consiste proprio in un nuovo capitolo dedicato sulla «produzione nazionale di materie prime seconde derivanti dallo svolgimento di attività di recupero dei rifiuti», focalizzando l’indagine «sui materiali secondari di carta, vetro, plastica, legno e organico» presenti «sia nel flusso dei rifiuti urbani che in quello degli speciali». Come si dettaglia nel rapporto (una sintesi è disponibile in allegato a quest’articolo, ndr), dall’analisi svolta sui dati Mud – e dunque frutto come noto di stime e proiezioni – si rileva «una produzione complessiva di materiali secondari di carta, vetro, plastica, legno e organico pari a 10,6 milioni di tonnellate nel 2014, che risulta, sulla base di un campione dei dati trasmessi nel 2016, in crescita del 2% nel 2015». Si tratta di tonnellate di materiali concretamente in uscita da cartiere, vetrerie, fonderie e tutti gli altri impianti industriali presenti nel Paese che costituiscono un elemento indispensabile nel processo di riciclo. Come da tutti i processi industriali, anche dal riciclo esitano poi ulteriori rifiuti cui è necessario trovare adeguata collocazione: «Gli scarti in uscita dai processi di riciclo – si ricorda nel rapporto – sono quantificabili in 2,5 milioni di tonnellate nel 2014 per i cinque materiali analizzati». Ovvero, quasi un quarto rispetto alle 10,6 milioni di tonnellate di materie prime seconde ottenute.

Che fine fanno? «Per la maggior parte – si argomenta nel rapporto – tali scarti vengono sottoposti ad altre operazioni di recupero, in misura differente a seconda del materiale considerato. Le percentuali più alte di avvio a recupero di materia, in particolare, sono relative agli scarti della produzione dei materiali di legno e vetro, che si aggirano intorno all’80%. Circa il 9% degli scarti complessivi, con una percentuale più alta per la sola plastica, viene avviato a ulteriori operazioni di trattamento o stoccaggio, non consentendo quindi l’individuazione diretta di un trattamento finale dei residui a valle del processo di riciclo. Il recupero di energia e l’incenerimento superano la quota del 10% solo per gli scarti di legno e carta, mentre per gli altri materiali rappresentano un’alternativa decisamente meno rilevante. In media l’11% degli scarti dei cinque materiali considerati viene conferito in discarica, una percentuale non irrilevante, e sicuramente migliorabile, ma spiegabile in termini gestionali».

Realismo e senso delle proporzioni rimangono dunque essenziali per guardare con pragmatismo alla fondamentale filiera del riciclo, e ancor più alla ben più vasta dinamica dell’economia circolare. Anche ottenendo 10,6 milioni di tonnellate di materie prime seconde, è necessario dunque aver presente che ad oggi il Dmc (ovvero Domestic material consumption) italiano ammonta a qualcosa come 508,6 milioni di tonnellate l’anno. «L’uso efficiente dell’energia e dei materiali sono ormai indispensabili fattori non solo di qualità ambientale, ma di competitività economica. Occorre quindi – chiosa Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile – produrre sempre meno scarti e meno rifiuti e riciclare il massimo possibile».