L’Italia e il disaccoppiamento che non c’è: Ispra, i rifiuti urbani tornano a crescere

Diminuisce il ricorso alla discarica e alla termovalorizzazione. Ancora caos sul riciclo

[29 ottobre 2015]

produzione rifiuti urbani italia

L’Ispra ha diffuso oggi il nuovo rapporto Rifiuti urbani, che nell’edizione 2015 fornisce dati aggiornati all’anno 2014 sui vari aspetti di questo mondo: produzione, gestione, import/export, raccolta differenziata degli imballaggi. Nel merito, si tratta del quadro più dettagliato accessibile in Italia, ma sotto molteplici aspetti rende comunque un’immagine lontana dalla realtà dei fatti, che rimane oscura. Certo non per lacune nel lavoro dell’Ispra: si pensi ai dati sulla raccolta differenziata, raccolti senza una metodologia standard lungo lo Stivale. Un vulnus che avrebbe dovuto essere sanato entro 6 mesi dalla stesura del decreto Ronchi (correva l’anno 1997), ma che ancora persiste e inficia l’affidabilità di tutte le estrapolazioni seguenti relative ai tassi di riciclo.

In un siffatto contesto i dati diffusi derivano necessariamente da operazioni di stima, e anche per il mondo dei rifiuti urbani vale – seppur in misura minore – quanto recentemente denunciato proprio da Bernardo de Bernardinis, presidente dell’Ispra: «La certezza dell’informazione, che è fondamentale  per conoscere e agire le decisioni più corrette, nel nostro Paese è un’utopia».

Come abbiamo ricordato anche in occasione della pubblicazione del rapporto Anci-Conai sui rifiuti urbani, tre giorni fa, non è dunque possibile procedere nell’attività di analisi e reporting sui rifiuti prescindendo da simili premesse. Nonostante ciò, sono molti e determinanti gli spunti di riflessione offerti dal nuovo rapporto Ispra.

In primo luogo, duole notare come il disaccoppiamento tra consumi e produzione di rifiuti urbani sia ancora un lontano miraggio. «Nel 2014 – rileva l’Ispra – la produzione nazionale dei rifiuti urbani si attesta a circa 29,7 milioni di tonnellate, facendo rilevare una crescita di 83 mila tonnellate rispetto al 2013. Tale incremento, sebbene di entità ridotta, evidenzia un’inversione di tendenza rispetto al trend rilevato nel periodo 2010-2013, in cui si era osservata una riduzione complessiva della produzione di circa 2,9 milioni di tonnellate (-8,9%)».

Il perché di questa inversione di marcia si ritrova nell’andamento dei consumi: anche se il Pil è sceso dello 0,4%, nell’ultimo anno sono tornati a crescere sia le spese delle famiglie (valori concatenati 2010) sia la produzione dei rifiuti urbani. I due indicatori hanno marciato esattamente di pari passo, registrando in entrambi i casi una crescita dello 0,3%. Il Programma nazionale di prevenzione dei rifiuti prevede che entro il 2020 gli urbani calino del 5% rispetto al 2010, ma «l’andamento rilevato a partire dal 2012 non fa apparire così scontato – evidenzia l’Ispra – il raggiungimento dell’obiettivo». Anche perché non risulta il governo nazionale abbia finora intrapreso una politica industriale che intervenga a monte della produzione di rifiuti, per ridurne all’origine (l’unico luogo dove sia possibile intervenire efficacemente) la successiva proliferazione.

Insieme a pesanti ombre, dalla lettura del rapporto Ispra emergono però anche dei timidi segnali di miglioramento nella gestione dei rifiuti urbani. Diminuisce infatti di 6 punti percentuali rispetto al 2013 lo smaltimento in discarica, che tocca ora quota 31% – esattamente la media rilevata anche nell’Ue a 28. Ciò non toglie che in giro per l’Europa si «segnalano percentuali di ricorso alla discarica inferiori all’1% in Germania, Svezia e Belgio, mentre altri tre Paesi (Paesi Bassi, Danimarca e Austria) si collocano su percentuali inferiori al 5%». Sotto questo aspetto, rimane dunque ancora molto da lavorare.

Come non risulta semplice spiegare, in Italia, come alle nostre latitudini i rifiuti termovalorizzati siano in realtà molti in meno rispetto a quelli bruciati nei virtuosi paesi del nord Europa. Nel 2014 in Italia erano operativi 44 impianti di incenerimento per rifiuti urbani (29 al Nord, 8 al Centro e 7 al Sud) e «la percentuale di incenerimento in relazione alla produzione di rifiuti urbani è, nel 2014, il 17,4% contro il 18,2% del 2013». Germania e Francia, al contrario, da sole bruciano 29,4 milioni di tonnellate di rifiuti urbani l’anno (ovvero il 47,7% di tutti quelli inceneriti in Europa). Molti dei quali, tra parentesi, provengono proprio dall’Italia. Solo nel 2014 l’Italia ha esportato infatti 321mila tonnellate di rifiuti urbani, pagando perché altri si accollassero il problema (o la “risorsa”, dipende dai punti di vista), al nostro posto.

Sia che si parli d’Italia sia che lo sguardo si rivolga all’intera Ue, è dunque chiaro che gli elementi dov’è più necessario migliorare rimangono la prevenzione e il riciclo effettivo. Ovvero, i due elementi più importanti di tutta la catena, specialmente per un Paese come il nostro: una potenza manifatturiera senza risorse naturali, che dovrebbe far tesoro delle miniere urbane che possiede.