I dati Istat e la (de)crescita infelice italiana a -0,2%

L’Italia torna in recessione, e anche per l’ambiente è una cattiva notizia

Meno consumi e meno emissioni, ma non c’è da rallegrarsi neanche per il pianeta. Ecco perché

[6 agosto 2014]

Alla fine è ufficiale: l’Italia ripiomba nella decrescita, nella recessione economica. Si tratta di tecnicismi – non essendone di fatto mai uscita -, ma di quelli che fanno la differenza. Come di consueto, l’accurata operazione di decimazione dei decimali è stata completata con accuratezza; i margini di crescita del Pil sono andati assottigliandosi dall’ottimismo che caratterizza ogni inizio anno, si sono congelati al +0,8% ancora previsto dal Def del governo, fino a tornare negativi oggi nei numeri dell’Istat.

L’Istituto nazionale di statistica rileva infatti che «nel secondo trimestre del 2014 il prodotto interno lordo (Pil) è diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dello 0,3% nei confronti del secondo trimestre del 2013», aggiungendo poi con un punta di sapidità come «nello stesso periodo il Pil sia aumentato in termini congiunturali dell’1% negli Stati Uniti e dello 0,8% nel Regno Unito; in termini tendenziali, si è registrato rispettivamente un aumento del 2,4% e del 3,1%».

Si tratta di un dato peggiore delle aspettative, che fino a stamattina si fermavano a -0,1%, ma non c’è da stupirsi. Nell’estate 2013 la crescita stimata era di un punto percentuale inferiore a quella comunicata a inizio anno: «Si è passati dal -0,9% al -1,9% – osservò allora il Manifesto – con un errore di oltre il 100%».

A beneficio però di quanti potrebbero ancora stupirsi di fronte a un andamento così negativo, ricordiamo che – per dirla col premio Nobel dell’Economia Paul Krugman – la storia di ciò che è andato storto in questa crisi internazionale «è di una semplicità quasi disarmante: abbiamo avuto un’enorme bolla immobiliare e quando la bolla è scoppiata è rimasta una voragine nella spesa. Tutto il resto è marginale».

Una crisi da scarsa domanda aggregata, come ripetono (invano) da anni gli economisti keynesiani, che come cura propongono un aumento degli investimenti pubblici, a coprire la fuga di quelli privati. Il governo Renzi, imbrigliato nell’austerità europea, ha imboccato come i suoi precedenti la strada opposta, e i risultati li certifica ancora una volta l’Istat: recessione. L’intelligente mossa politica degli 80 euro in busta paga, l’intervento principe della cosiddetta renzinomics, come era logico aspettarsi non ha contribuito di molto ad alleviare le pene del Paese.

In questo modo, almeno – si rinfaccerà agli ambientalisti – il pianeta ci guadagna. Chiudono le fabbriche col loro consumo di materia, la domanda di energia (e dunque di combustibili fossili) è in picchiata, le emissioni di gas serra diminuiscono. Meglio così, dopotutto? Certo che no.

Questa decrescita che stiamo vivendo è segnata da un drastico calo degli investimenti, che si ripercuote anche sull’economia verde. Diventa più difficile convincere cittadini e policy maker della necessità di tutelare le risorse ambientali. Soprattutto, è ben lontana sia da quella a-crescita (un addio alla “religione” dell’aumento del Pil) propugnata da Latouche e compagni sia da un’economia di stato stazionario, che non è sinonimo di crescita zero.

La prima si basa si specifici pilastri, che vanno dalla riduzione degli orari di lavoro a una popolazione stabile, da un tetto ai redditi minimi e massimi a quello sulle risorse naturali. La seconda, la nostra recessione, è solamente il risultato di un modello economico che non funziona, che mangia posti di lavoro e porta all’estremo le disuguaglianze economiche tra i cittadini. Senza recuperare la produttività perduta e ridistribuirne realmente i vantaggi nel breve termine, tali divari continueranno a peggiorare.

L’orizzonte a lungo termine, all’interno di un pianeta dai limiti fisici ben precisi, non può essere una crescita economica infinita. Ma sostenere che gli ambientalisti possano esser contenti di una recessione è un’idiozia. Per dirla col grande economista ecologico Herman Daly, «un’economia di stato stazionario non è una crescita economica fallita. Un aeroplano è progettato per andare avanti, e se prova a rimanere fermo in aria, sospeso, precipita. Non è fruttuoso dunque concepire un elicottero come un aeroplano che non riesce ad andare avanti. Un elicottero è un oggetto diverso, progettato per stazionare in aria, come un’economia di stato stazionario non è disegnata per crescere».