Per Coldiretti oltre la metà del valore (il 53%) è il margine della distribuzione commerciale

Lo sfruttamento si compra al supermercato: il pomodoro costa meno del suo packaging

«I lavoratori stranieri contribuiscono in modo strutturale e determinante all’economia agricola del Paese e rappresentano una componente indispensabile per garantire i primati del Made in Italy». Il problema non sta nel colore della pelle, ma nell’equa distribuzione del valore

[9 agosto 2018]

In una bottiglia di passata di pomodoro da 700 ml in vendita mediamente a 1,3 euro, oltre la metà del valore (il 53%) è il margine della distribuzione commerciale con le promozioni, il 18% sono i costi di produzione industriali, il 10% è il costo della bottiglia, il 6% ai trasporti, il 3% al tappo e all’etichetta e il 2% per la pubblicità. Solo l’8% è il valore riconosciuto al prodotto che mangiamo, al pomodoro: in questo modo paradossalmente quando si acquista una passata al supermercato si paga in media meno per il contenuto – e dunque la relativa remunerazione per l’agricoltore – che per la bottiglia.

È quanto emerge da una analisi della Coldiretti – che con il suo milione e mezzo di associati è la principale Organizzazione degli imprenditori agricoli a livello nazionale ed europeo – sui costi di produzione relativamente al fenomeno del caporalato sui campi agricoli, dalla quale si evidenzia una un evidente squilibrio nella distribuzione del valore lungo la filiera favorito anche da pratiche commerciali sleali come i casi di aste capestro on line al doppio ribasso che strangolano gli agricoltori con prezzi al di sotto dei costi di produzione, nonostante il codice etico firmato l’anno scorso fra il ministero delle Politiche agricole e le principali catene della grande distribuzione, che avrebbe dovuto evitare questo fenomeno che spinge a prezzi di aggiudicazione che non coprono neanche i costi di produzione.

«Occorre spezzare la catena dello sfruttamento che si alimenta dalle distorsioni lungo la filiera, dalla distribuzione all’industria fino alle campagne dove i prodotti agricoli pagati sottocosto pochi centesimi spingono le imprese oneste a chiudere e a lasciare spazio all’illegalità – spiega il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo – È necessaria una grande azione di responsabilizzazione, dal campo allo scaffale, per garantire che dietro tutti gli alimenti in vendita, italiani e stranieri, ci sia un percorso di qualità che riguarda l’ambiente, la salute e il lavoro, con una equa distribuzione del valore. Per questo – continua Moncalvo – occorre affiancare le norme sul caporalato all’approvazione delle proposte di riforma dei reati alimentari presentate dall’apposita commissione presieduta da Giancarlo Caselli, presidente del comitato scientifico dell’Osservatorio agromafie promosso dalla Coldiretti».

Anche il consumatore riveste un ruolo importante, benché indiretto, nella lotta al caporalato. Sebbene di per sé un alto costo d’acquisto del prodotto sullo scaffale non sia di per sé indice di una filiera di produzione sostenibile alle spalle – che si tratti di agricoltura o meno: come dimenticare il crollo del Rana Plaza in Bagladesh, dove le oltre 1.100 vittime lavoravano anche per importanti firme della moda italiana –, certamente un prezzo eccessivamente basso esclude quest’ipotesi.

Non a caso ieri Slow Food Italia ha rivolto un «appello a tutti i consumatori: quando andiamo ad acquistare i frutti della terra dobbiamo prestare la massima attenzione a non diventare complici di questo neo-schiavismo, evitando di scegliere le offerte al ribasso o marchi della grande distribuzione che praticano politiche dei prezzi aggressive e non etiche. Quando spendiamo i nostri soldi dobbiamo fare la differenza, privilegiando aziende e marchi che facciano della sostenibilità e dell’eticità un pilastro del proprio business. Il cibo deve essere un motore di cambiamento per la nostra società». E per uscire da quello che definisce un «circolo vizioso fatto di sfruttamento, azzeramento dei diritti e violenza», Slow Food Italia chiede al Governo che «sia introdotta l’obbligatorietà del prezzo all’origine: su ogni etichetta deve essere indicato quanto è stato pagato il prodotto agricolo al contadino, in modo che il consumatore possa scegliere catene di trasformazione e di distribuzione che privilegino la remunerazione del lavoro nei campi allo sfruttamento e al nuovo schiavismo». Non un problema di immigrazione dunque, ma un problema di sfruttamento (nella foto la marcia dei “berretti rossi”, ieri in Puglia, per denunciare gli invisibili delle nostre campagne, ndr).

«I lavoratori stranieri – conclude Moncalvo – contribuiscono in modo strutturale e determinante all’economia agricola del Paese e rappresentano una componente indispensabile per garantire i primati del Made in Italy alimentare nel mondo su un territorio dove va assicurata la legalità per combattere inquietanti fenomeni malavitosi che umiliano gli uomini e il proprio lavoro e gettano un’ombra su un settore che ha scelto con decisione la strada dell’attenzione alla sicurezza alimentare e ambientale».