Sette miliardi di euro per azzerarla, ma si preferisce spendere per Imu e F-35

Lotta alla povertà? Altro che riccometro, non basterebbe vincere alla lotteria

I soldi (da soli) non fanno la felicità e nemmeno trasformano un povero in ricco

[4 dicembre 2013]

È davvero uno strano nome quello del riccometro, per ribattezzare uno strumento che dovrebbe servire a lenire la povertà (viene in mente il disgraziometro di Paolo Villaggio). Ieri è stato il Consiglio dei ministri a vararlo: si tratta del nuovo Isee, l’indicatore della situazione economica equivalente. Lo scopo dichiarato è quello di riuscire a scovare i cosiddetti finti poveri, ovvero coloro che approfittano di un sistema di welfare già in forte sofferenza a scapito di chi ne avrebbe invece davvero bisogno. E che non sono certo pochi. Con la crisi, dal 2007 al 2012 il numero di individui in povertà assoluta, certifica l’Istat, è raddoppiato da 2,4 a 4,8 milioni (il 6,8% delle famiglie, mentre la povertà relativa riguarda una percentuale quasi doppia).

Guardandolo da vicino, l’Isee rappresenta in realtà la tomba dello stato sociale, che nasce per garantire a tutti servizi di base gratuiti (o quasi) e di qualità per tutti – finanziati con una tassazione progressiva -, e non per assicurare uno sconto sui servizi in base al reddito. Ma dato che questa prospettiva appare ora un’utopia, ecco che quello dell’Isee appare il migliore dei mondi possibili, e oggi forse davvero lo è. Il governo, interessandosene in prima persona, incide una piccola ma concreta traccia nella lotta alla povertà, una missione che era sparita da tempo dall’agenda nazionale.

La mossa sull’Isee fa il paio con il potenziamento del Sia – il Sostegno per l’inclusione sociale –, lanciato nei giorni scorsi dal ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, e all’inizio da molti scambiato come una forma di reddito minimo (su cui già oggi sono molte le voci in campo che si eprimono). Per la fase di sperimentazione saranno disponibili 500 milioni di euro nel 2014. Quel che sconcerta è sapere che, secondo la viceministro Maria Cecilia Guerra, tramite questo strumento «azzerare completamente la povertà – dichiara a la Repubblica – costerebbe 6-7 miliardi. Un miliardo e mezzo per portare tutti i poveri al 50% della soglia di povertà». Anche se il riferimento fosse soltanto a quella assoluta, si tratta di obiettivo di grande valore e di certo non ciclopico: basti pensare alla spesa per i caccia F-35, ormai divenuta una bandiera, che spalma su più anni un costo di 15 miliardi di euro, esattamente il doppio del necessario. Oppure alla tragica battaglia sull’Imu, ancora in corso, cui viene dedicata un’attenzione sproporzionata rispetto al suo reale valore. Ma tant’è, a disonore del dibattito politico.

Un merito sicuro però il Sia ce l’ha: quello di accompagnare ad un sostegno al reddito delle forme di sostegno diverse, come promuovere la partecipazione a corsi di formazione. È questo un punto cruciale mai abbastanza dibattuto, sulla cui forma occorrerà un’attenta valutazione politica per scegliere quella più adeguata. Pur essendo strettamente necessari, non bastano infatti i soldi per togliere a risolvere il problema della povertà.

Se un povero vincesse alla lotteria, infatti, come cambierebbe la sua vita? Certo uscirebbe dall’indigenza. E poi? L’economista dell’università di Chicago Hoyt Bleakley si è dato una risposta andando a vedere le conseguenze di una lotteria straordinaria, la Cherokee Land Lottery tenutasi in Georgia nel 1832. Osservando per 50 anni i discendenti dei vincitori (in palio, come si intuisce, vi erano grossi appezzamenti di terra e non aggiungiamo altri commenti), Bleakley scrive che «i figli di vincitori non hanno migliori risultati (ricchezza, reddito, alfabetizzazione) da adulti rispetto ai figli dei non vincitori». La cosa si ripete nel tempo, e vale anche per i nipoti. Simili conclusioni si colgono anche in uno studio condotto dal MIT su un periodo ben più vicino a noi, osservando le dinamiche scatenate da una lotteria in Florida.

La vittoria alla lotteria, quindi, non si traduce automaticamente in un successo nella vita. E anche nel contesto italiano possiamo ben comprendere perché: gli scarsi risultati degli studenti nostrani nei test Ocse-PISA, e ancor più gli impressionanti dati di analfabetismo della popolazione adulta sono un sostanzioso indizio. Senza agire su questi fattori, considerando il problema soltanto sotto l’aspetto dei trasferimenti monetari (peraltro con ben poco impegno), la povertà, invece che diventare un problema aggredibile, rimarrà una piaga sociale ancora per molto tempo. Trascinando in basso le sorti del Paese, e con esse la possibilità di trasformare un povero non solo in un benestante, ma anche in un cittadino più consapevole. E dunque, non lo dimentichiamo, più sostenibile.

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