Nell’unico “Polo cartario” europeo apre la nuova edizione della Miac

Lucca, per l’industria della carta «impossibile realizzare impianti per il recupero dei rifiuti»

L’inchiesta “Demetra” in Consiglio regionale. Sì Toscana a Sinistra: in Toscana «insufficienti impianti «per farsi carico dei rifiuti speciali prodotti in loco»

[13 ottobre 2016]

industria-carta

Si è alzato il sipario sulla 23esima edizione della Miac, la Mostra internazionale dell’industria cartaria organizzata (da Assocarta e Confidustria Toscana nord) non a caso a Lucca. In quest’area risiede l’unico “Polo cartario” riconosciuto ufficialmente a livello europeo: 140 stabilimenti, 6.500 addetti, 2.000.000 di tonnellate di carta e cartone prodotte (tissue e cartone ondulato) per 3,5 miliardi di fatturato, senza contare l’indotto fatto di importanti aziende metalmeccaniche fornitrici di tecnologie, macchinari e servizi che aggiungerebbero altri 2,6 miliardi di euro in fatturato e oltre 8.000 occupati.

Il risultato finale vede Lucca al primo posto per la produzione di carta tissue, con una fetta di mercato pari al 24%. Se questo è lo stato dell’arte, quali sono le prospettive? La risposta è importante non solo sotto il profilo economico e occupazionale, ma anche sotto quello della sostenibilità. Come ha ricordato il presidente di Assocarta Girolamo Marchi, l’industria cartaria «fa economia circolare da sempre, da quando nel Medioevo usava gli stracci, e l’industria manifatturiera è fondamentale nell’economia circolare: il 60% circa delle materia è costituito da carte da riciclare».

Una volta raccolta in modo differenziato, la carta difatti – come ogni altra frazione merceologica – deve essere indirizzata verso impianti industriali per poter essere riciclata, e in questo caso gli impianti sono (naturalmente) quelli dell’industria cartaria. Per il distretto lucchese, questo significa riciclare circa 1,2 milioni di tonnellate di carta ogni anno.

Un meccanismo dunque virtuoso, che ricorda comunque quanto sia impossibile pensare di raggiungere per le attività umane un “impatto zero”. Un esempio sono le rilevazioni dell’inquinamento atmosferico nella Piana lucchese, cui certo le cartiere in parte contribuiscono. Inoltre, come ogni processo industriale, anche il riciclo della carta produrre nuovi scarti, sotto forma di fanghi e pulper. Purtroppo, qui la “circolarità” del processo trova però un intoppo nella «impossibilità – riferisce Marchi – di realizzare impianti per il recupero dei rifiuti che provengono dal riciclo».

«Molti nostri competitor di oltre frontiera – dettaglia meglio oggi sulle pagine del quotidiano confindustriale la vicepresidente di Confindustria Toscana Nord, Cristina Galeotti – seguendo le indicazioni delle migliori tecnologie individuate dalla Comunità europea, bruciano questi scarti per produrre energia, senza costi di smaltimento e con abbattimento dei costi energetici».

Dunque, che fine fa il pulper toscano? Il 62% finisce fuori regione, mentre del rimanente il pubblico dibattito sembra essersi accorto solo recentemente, in occasione dell’inchiesta “Demetra” che – ancora in corso – ipotizza un traffico illecito di rifiuti. Pochi giorni fa l’assessore all’Ambiente Federica Fratoni ha reso sul tema una lunga informativa al Consiglio regionale, affermando “In merito all’attività di spandimento fanghi in Toscana” che: «Fermo restando che la situazione ambientale dei terreni potrà essere valutata alla luce degli esiti dell’indagine in corso, finora non sono note ad Arpat situazioni che necessitano l’avvio di procedimenti di bonifica».

Durante il dibattito in Consiglio regionale che ne è seguito, Tommaso Fattori di Sì Toscana a Sinistra ha sottolineato come «anche l’economia circolare produca rifiuti, ed è ovvio che sia così, considerando i principi della termodinamica. Il tema è quindi come gestire il problema nel modo più sostenibile».

«Bisogna tener conto che – ha aggiunto il consigliere – la Toscana produce in un anno (dati Ispra) circa 10 milioni di tonnellate di rifiuti speciali (4,4 volte l’ammontare dei rifiuti urbani, prima regione dell’Italia centrale con il 7,7% del totale nazionale), comprese 444 mila tonnellate di rifiuti pericolosi. A fronte di questi numeri, da considerarsi pure sottostimati, sul territorio toscano non sono tuttavia presenti sufficienti impianti per farsi carico dei rifiuti speciali prodotti in loco, con numeri esplicativi che vedono la presenza di un altissimo numero di aziende autorizzate per il trasporto di rifiuti, pericolosi e non (quasi quattromila), e pochissime dedicate al trattamento e allo stoccaggio (circa venti)».

Numeri che abbiamo contribuito a illustrare anche sulle nostre pagine, ma il problema – che crea pesanti storture sia economiche sia ambientali – persiste ormai da lustri. La necessità di nuovi impianti è nota, eppure spesso osteggiata dalla cittadinanza come dagli stessi schieramenti politici. Ogni filiera ha esigenze diverse, ma nel caso di quella cartaria Galeotti sottolinea che da molti anni si lavora «a progetti di recupero energetico e di materia che non è mai stato possibile portare avanti per le ostilità locali». Quando si tratta di gestione dei rifiuti la gerarchia è sempre la stessa: riduzione, riciclo, recupero energetico, discarica. Basterebbe dargli seguito.