L’aggiornamento congiunturale 2017 di Assobiotec

Luci e ombre delle biotecnologie italiane, un settore ad alto tasso di innovazione

Il comparto Green Biotech raggiunge il 9% circa del fatturato complessivo del settore

[23 maggio 2017]

Secondo il “Terzo rapporto sulla Bioeconomia” realizzato da Assobiotec e Intesa Sanpaolo «il comparto biotech è cuore della bioeconomia – ovvero quella economia che utilizza le risorse biologiche, provenienti dalla terra e dal mare, ma anche i rifiuti come input per la produzione energetica, industriale, alimentare e mangimistica. Il nostro Paese è tra i leader in Europa nella bioeconomia con 251 miliardi di euro di fatturato e 1 milione e 650.000 occupati».

L’Associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie (Assobiotec), che fa parte di Federchimica di Confindustria, ha pubblicato l’aggiornamento congiunturale 2017, sviluppato in collaborazione con l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (Enea), dal quale emergono «Elementi positivi e grandi opportunità, ma anche limiti evidenti». Al 31 dicembre 2016, in Italia erano attive 541 imprese biotech, nel 2015 erano 553 e la fotografia del biotech italiano dimostra  che «Il comparto è attivo e potenzialmente strategico per la crescita economica futura, considerati gli oltre 10 miliardi e mezzo di fatturato generati nel 2015».

Riccardo Palmisano, presidente di Assobiotec, sottolinea che «dopo anni di crescita continua, in controtendenza rispetto a ogni altro settore industriale, questa leggera flessione è indicativa di una certa sofferenza per un comparto dove convivono segmenti che mostrano forte vitalità accanto ad altri che non riescono a fare il salto di qualità e che restano in affanno In particolare il riferimento va a quelle aree, numerose nel biotech, sottoposte a regolamentazioni che impongono iter di sviluppo particolarmente lunghi e onerosi». Assobiotec sottolinea che «pur restando soddisfacente il numero complessivo delle imprese italiane, nella maggior parte dei casi si tratta di imprese piccole e micro che fanno fatica a fare quel salto dimensionale indispensabile per competere nel mercato globale. Più del 75% delle imprese specializzate nella R&S biotech sono, infatti, di piccolissima dimensione, mentre le grandi rappresentano poco meno del 3%».

Il 54% delle imprese è impegnata nel settore delle biotecnologie della salute (Red Biotech). Crescono dello 0,5% delle imprese attive nell’area industriale (White Biotech) e del 2% quelle impegnate nell’ambito delle biotecnologie applicate al settore agricolo e zootecnico (Green Biotech), che così raggiungono circa il 9% del fatturato complessivo nel 2015, con un incremento di quasi il 50% rispetto al  2014.

Aumentano, anche se di poco, anche gli investimenti totali, mentre si registra una flessione degli investimenti delle imprese specializzate nella R&S biotecnologica, in particolare di quelle a capitale italiano. Secondo Palmisano, «le imprese di minori dimensioni, impiegando la quasi totalità delle risorse disponibili per il finanziamento delle proprie attività di ricerca e sviluppo, soffrono maggiormente e vedono diminuire nel lungo periodo la capacità di mantenere i propri livelli di investimento, non riuscendo peraltro a trarre beneficio da un credito d’imposta in ricerca solamente incrementale. Siamo convinti che il biotech possa diventare un motore per la crescita di Pil e occupazione, e in ultima analisi per lo sviluppo complessivo del Paese. Perché ciò si realizzi è necessario continuare a lavorare per creare un ecosistema favorevole alla ricerca, all’innovazione e al suo finanziamento, rendendo l’Italia competitiva all’interno di uno scenario globalizzato».