Figueres: l'obiettivo dell'Accordo di Parigi di limitare l'aumento della temperatura globale a 1,5 gradi Celsius è molto in pericolo

Margaret Atwood: «Se l’oceano muore, moriamo anche noi»

Troppe poche donne dei negoziati globali sul clima, eppure molte soluzioni sono nelle loro mani

[4 giugno 2018]

Intervenendo alla conferenza Under Her Eye: Women and Climate Change che si è tenuta a Londra,  La celebre autrice Margaret Atwood ha ricordato che «Il futuro dell’umanità è legato alla sopravvivenza degli ecosistemi oceanici» e, commentando l’ewmergenza globale del momento, l’inquinamento marino da plastica ha detto che «Qualcosa deve essere fatto … Se l’oceano muore, per noi è la fine di noi».

Dalla conferenza tenutasi alla British Library è arrivata anche la conferma che a livello globale il cambiamento climatico colpisce in modo sproporzionato le donne e che le loro voci – nonostante gli ultimi due segretari esecutivi dell’United Nations framework convention on climate change (Unfccc) siano donne –  le donne  sono «ascoltate troppo raramente» nei colloqui ad alto livello sui cambiamenti climatici.

Under Her Eye aveva l’obiettivo dichiarato di  «affrontare le questioni ambientali chiave da una prospettiva femminile» e ha ospitato una serie di politiche, artiste e scienziate e la Atwood, che nei suoi romanzi ha scritto spesso degli impatti dei cambiamenti climatici, ha descritto le condizioni che ritiene che attualmente svantaggino le donne: «In molte parti del mondo le donne sono di fatto i produttori di cibo, e sono anche le persone che si prendono cura delle loro famiglie: più diventa caldo, più basso sarà il raccolto, se c’è un diluvio, le spazzerà via. Le donne in quelle situazioni soffriranno in modo sproporzionato».

L’ex ministro dell’Ambiente del Marocco, Hakima El Haité è d’accordo e ha fatto l’esempio del tempo che le donne e le ragazze passano a prendere e trasportare l’acqua nelle loro case, stimato dall’Unicef in 200 milioni di ore al giorno a livello globale: «Il legame tra cambiamento climatico, povertà e donne è molto, molto stretto».

La deputata del Green Party britannico, Caroline Lucas, ha sottolineato il ruolo delle donne nell’attivismo climatico  di base: «Le donne sono in prima linea nei cambiamenti climatici – organizzazione e resistenza – Le donne sono una parte essenziale della soluzione. [Abbiamo] storie diverse da raccontare in base alla nostra diversa esperienza. Non è sufficiente sfidare una vecchia narrazione … devi sostituirla con una migliore».

La ex direttrice esecutiva dell’Unfcc, Christiana Figueres, che ha svolto un ruolo essenziale nella firma dell’Accordo di Parigi del 2015, ha denunciato il fatto che «Non ci sono abbastanza donne intorno al tavolo nei negoziati  di alto livello sul clima. Eppure hanno  un ruolo vitale da svolgere nel processo decisionale. “Le donne che ci sono sono fantastiche … Penso che la natura collaborativa dell’accordo di Parigi dabba molto alla guida di un gruppo di donne».

Parlando del  prossimo rapporto dell’Intergovernmental panel on climate change, previsto per quest’autunno, la Figueres ha avvertito che «L’obiettivo dell’Accordo [di Parigi] di limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 gradi Celsius è molto in pericolo. Direi che abbiamo a malapena due secondi prima di chiudere la porta a 1,5 gradi».

Per la El Haité, «Le soluzioni allo squilibrio di genere sono diverse. Prima dobbiamo aumentare le donne negoziatrici … Questa è ancora un’arena maschile». Ma non ci sono solo gli accordi globali di alto livello: le vittime degli eventi climatici estremi sono soprattutto le donne e i bambini dei Paesi in via di sviluppo e la El Haité ha detto che sono necessari cambiamenti sociali e culturali. Per esempio più donne contadine devono imparare a nuotare per non essere travolte dalle inondazioni : «Non è un caso che l’80% dei morti registrati nei disastri climatici siano donne».

Donne che probabilmente sanno poco o nulla delle possibili soluzioni per i cambiamenti climatici e per problemi ambientali che però le donne sarebbero più attrezzate ad affrontare.

BBC News riferisce che Kath Clements, dell’azienda  britannica Mooncup, che produce coppette mestruali riutilizzabili come alternativa ai prodotti sanitari monouso, ha citato l’impatto ambientale di «1,5 miliardi di prodotti mestruali buttati nelle fogne ogni anno nel Regno Unito». Altre organizzazioni, come la Women’s Environmental Network, stanno  lanciando la campagna “periods without plastic” che punta a ridurre l’utilizzo di prodotti mestruali usa e getta e una maggiore educazione intorno alle opzioni riutilizzabili.

«Anche Bloody Good Period, che dona prodotti sanitari ai richiedenti asilo nel Regno Unito, sta cercando di utilizzare articoli più ecologici» ha detto la fondatrice Gabby Edlin.

Per quanto riguarda l’ inquinamento da plastica degli oceani, la Atwood si è detta favorevole al divieto delle cannucce in plastica proposto dal governo conservatore britannico: «Bisogna fare qualcosa per la plastica che entra nell’oceano e deve essere fatto abbastanza velocemente … Ecco da dove viene il 60-80% dell’ossigeno che respiriamo. Abbiamo bisogno che quell’oceano rimanga in vita, se vogliamo avere qualche speranza».