A Ecomondo l’analisi di Enea e Legambiente

Mari e laghi di plastica: ritratto dei rifiuti abbandonati nelle acque italiane

Oltre all’indispensabile prevenzione, un’opportunità viene dal riciclo: l’85-94% dei rifiuti plastici raccolti è infatti costituita di polimeri termoplastici

[11 novembre 2016]

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Marine litter e beach litter sono anglicismi per rappresentare una realtà che anche all’interno dei confini italiani è sempre più presente: rifiuti abbandonati nei nostri mari o spiaggiati sugli arenili, che oltre a inquinare le nostre acque (e la catena alimentare) rappresentano a livello mondiale un costo pari a 8 miliardi di euro/anno (secondo il rapporto Unep Marine litter vital graphics) e a livello europeo 476,8 milioni di euro/anno (Arcadis-Ue).

E in Italia? Legambiente contribuisce da anni a monitorare il problema, e ha presentato oggi a Ecomondo – insieme all’Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile – un’analisi dei rifiuti campionati durante le campagne estive di Legambiente Goletta Verde e Goletta dei laghi 2016.

Cinque gli specchi lacustri esaminati, Maggiore, Iseo, Garda e i laghi di Bolsena e Albano; nei primi due sono state trovate più particelle, ma in tutti i campioni analizzati sono spuntate le microplastiche, un dato inconfutabile sulla diffusione di questa contaminazione in ambiente lacustre, nonostante le diversità di ogni lago.

«Il risultato emerso dal nostro monitoraggio, che prende in considerazione cinque laghi italiani, il primo a livello nazionale – ha dichiarato Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente – ci conferma purtroppo quanto già osservato per gli studi effettuati in mare. Purtroppo, la cattiva gestione dei rifiuti a monte resta la principale causa del fenomeno e la plastica costituisce il 97% dei rifiuti galleggianti in mare. Al tempo stesso i nostri dati evidenziano come buona parte dei rifiuti che troviamo negli ambienti costieri e marini potrebbero essere riciclati. Elemento da tenere in considerazione nel determinare le azioni per la gestione del problema. Infatti la misura preventiva del fishing for litter, ovvero del coinvolgimento dei pescatori nella raccolta dei rifiuti in mare, indicata nella proposta nell’ambito della Strategia Marina del Ministero dell’ambiente, è buona ma non basta. È indispensabile prevenire il problema attuando campagne di sensibilizzazione e lavorando sull’innovazione di processo e di prodotto e sull’avvio di una filiera virtuosa del riciclo».

Anche per quanto riguarda l’ambiente marino, infatti, durante l’estate 2016 la campagna Goletta Verde ha riscontrato una densità per l’intera area indagata pari di 58 rifiuti per ogni kmq di mare (la più alta è stata registrata nel mar Tirreno, 62 rifiuti/kmq), un ammontare rilevante che potrebbe e dovrebbe essere ridotto. Legambiente ha riscontrato un’ampia presenza di buste (16%), teli (10%), reti e lenze (4%), frammenti di polistirolo (3%), bottiglie (3%), tappi e coperchi (3%), stoviglie (2%), assorbenti igienici (2%) e cassette di polistirolo intere o frammentate (2%). Si tratta di marine litter causato dalla cattiva gestione dei rifiuti urbani e dei reflui civili oltre che l’abbandono consapevole (29%) e le attività produttive, tra cui pesca, agricoltura, industria (20%); sul fronte della cattiva gestione dei rifiuti urbani in particolare, l’83% di questi è costituito da packaging, per lo più di plastica usa e getta. Materiali che incivili non conferiscono correttamente tra i rifiuti lasciano finire in mare o in spiaggia, a danno di tutti.

Dove non arriva la civiltà tenta però di compensare la tecnologia. Una frazione compresa fra 85-94% delle plastiche raccolte e caratterizzate è infatti costituita di polimeri termoplastici, in prevalenza Polipropilene (PP) e Polietilene (PE) a bassa e alta densità, materiali che è tecnicamente possibile riciclare.

«Tra le plastiche raccolte in mare – ha spiegato Loris Pietrelli, ricercatore Enea – c’è una netta prevalenza di polietilene, materiale normalmente utilizzato per shopper e teli. Sulle spiagge inoltre oltre il 50% degli oggetti ritrovati sono frammenti derivanti dalla degradazione/frammentazione di oggetti più grandi e il 28% dei frammenti è costituito da Polipropilene e Polietilene quindi anch’essi avviabili a riciclo. In particolare i frammenti derivano, presumibilmente in base alla forma, da packaging, come per esempio buste e flaconi. Ricordiamo che il PP e il PE rappresentano, ancora oggi, i materiali polimerici più venduti al mondo e che il packaging, da solo, rappresenta il settore che utilizza circa il 40% dell’intera produzione europea di materiali polimerici: 59 milioni di tonnellate nel 2015».

Se si mettessero in campo delle politiche di prevenzione ad hoc, oltre a ridurre i rifiuti in mare, si avrebbero – concludono da Legambiente – risultati non indifferenti. Ad esempio, con l’adozione degli obiettivi Ue, l’utilizzo di un unico standard di valutazione, l’aumento del riciclaggio dei rifiuti e del packaging, la riduzione e l’eliminazione delle discariche, si avrebbe la massima riduzione del marine litter (-35,45%) e un ricavo sui costi di 168,45 milioni di euro all’anno.