I risultati delle ricerche Novamont, Università di Siena e Hydra marine sciences Gmbh

Mater-bi, la bioplastica che si degrada (anche) in ambiente marino

Si biodegrada velocemente come la carta, e non causa microplastiche persistenti. Mitiga il rischio ecologico, ma non per questo l’abbandono in mare è innocuo: «A prescindere dalla biodegradabilità, il rilascio incontrollato deve essere stigmatizzato»

[2 Luglio 2019]

L’inquinamento da plastiche rappresenta una sfida colossale per la salubrità degli ecosistemi marini: nel mondo circa l’85% dei rifiuti presenti in mare è in plastica, e i mari italiani – dove galleggiano 179.023 particelle di microplastica per km quadrato – non sfuggono certo al problema. Per affrontarlo condannare il materiale in sé è poco utile, semplicemente perché se la plastica finisce in mare significa che il rifiuto non è stato conferito e (dunque) gestito correttamente a terra, nell’ambito di impianti industriali che possano garantire il recupero di materia, di energia o lo smaltimento in sicurezza. Una regola cui non sfugge neanche la bioplastica.

«Tutti i prodotti devono essere raccolti e riciclati, compresi quelli biodegradabili in Mater-bi, che devono essere recuperati sotto forma di compost insieme ai rifiuti di cucina – spiega Francesco Degli Innocenti, responsabile della funzione Ecologia dei prodotti e Comunicazione ambientale di Novamont – Niente deve essere abbandonato né in suolo né in mare in maniera irresponsabile, perché questo crea comunque un rischio ecologico potenziale. La biodegradabilità intrinseca dei prodotti in Mater-bi rappresenta un fattore di mitigazione del rischio ecologico che non deve diventare messaggio commerciale ma ulteriore elemento di valutazione del profilo ambientale dei prodotti biodegradabili».

Anche perché altrimenti potremmo ottenere paradossalmente un effetto contrario a quello desiderato: «Etichettare un prodotto come biodegradabile – spiegava l’Unep già nel 2015 – può essere visto come una soluzione tecnica che rimuove la responsabilità dell’individuo, con conseguente riluttanza ad agire». Ecco dunque perché anche le bioplastiche di per sé «non sono la soluzione all’abbandono dei prodotti in mare o in altri ambienti – come ha sottolineato pochi mesi fa Marco Versari, presidente di Assobioplastiche – e nessuno ha mai tentato di accreditarle come tali».

A confermare questa linea sono i risultati delle ricerche condotte da Novamont, Università di Siena e Hydra marine sciences Gmbh presentate oggi a Roma, che hanno però studiato in dettaglio qual è l’impatto della bioplastica Mater-bi – sviluppata proprio dall’italiana Novamont, industria leader di settore, a partire da amido di mais e oli vegetali – se dispersa in mare per errore: in sintesi la bioplastica Mater-bi in mare si biodegrada velocemente come la carta, e non causa microplastiche persistenti. Più in dettaglio, gli studi sono stati articolati su 3 ambiti: la biodegradabilità intrinseca marina (laboratori Novamont), la disgregazione in ambiente marino (Hydra) e l’ecotossicità rilasciata nei sedimenti per effetto della biodegradazione (Università di Siena) di sacchetti per frutta/verdura realizzati in Mater-bi.

Applicando dei nuovi test di biodegradazione standardizzati a livello internazionale (UNI EN ISO 19679:2018) hanno mostrato che la bioplastica esposta a microorganismi marini raggiunge alti livelli di biodegradazione, sostanzialmente uguali a quelli raggiunti dalla carta usata come materiale di riferimento, in un periodo di test inferiore ad un anno; inoltre la velocità di biodegradazione aumenta al diminuire delle dimensioni delle particelle sottoposte a test, il che significa che il Mater-bi non rilascia microplastiche persistenti, in quanto biodegradabili completamente nel giro di 20-30 giorni.

Per quanto riguarda nello specifico la disgregazione del Mater-bi in ambito marino la ricerca condotta dall’Hydra marine sciences Gmbh nella base all’Isola d’Elba dell’istituto ha riguardato i sacchetti compostabili per frutta e verdura, e ha dimostrato che «il tempo necessario per una completa sparizione dei sacchetti frutta/verdura in Mater-Bi si aggira tra meno di quattro mesi a poco più di un anno, a seconda della natura dei fondali presi in considerazione e delle loro caratteristiche chimico-fisiche e biologiche». Riguardo all’ecotossicità, invece, Maria Cristina Fossi e Silvia Casini dell’Università di Siena hanno testato gli effetti di sedimenti marini inoculati con Mater-bi o con cellulosa su alghe unicellulari (Dunaliella tertiolecta), ricci di mare (Paracentrotus lividus) e spigole (Dicentrarchus labrax), arrivando a mostrare «assenza di effetti tossici negli organismi modello esposti in questo studio».

«La capacità di biodegradare in diversi ambienti è una caratteristica essenziale quando sussiste un elevato rischio di inquinamento della materia organica», commenta Catia Bastioli, amministratore delegato Novamont, aggiungendo che in ogni caso anche la bioplastica «va sempre trattata da una rete efficiente di impianti. Ciò permette di ridare ai suoli humus di qualità, con il duplice effetto di contrastare la perdita di   fertilità e di massimizzare il carbon sink.  Un approccio che permette al contempo di prevenire l’inquinamento delle acque, per l’80% imputabile alla cattiva gestione dei rifiuti sulla terra».

L. A.