La meccanica italiana traina ancora un Paese fermo. Ma se a farlo sono i robot…

[16 dicembre 2014]

Delle 4 A che tradizionalmente vengono associate all’Italia in ambito d’eccellenza manifatturiera, quella dell’automazione (che va dalle macchine utensili ai robot industriali) tende ad essere dimenticata. Le altre tre A sono alimentari, arredamento e abbigliamento, ben più note all’italiano medio, eppure il settore della meccanica è uno dei pochi rimasti dove l’Italia riesce ancora a fare la differenza sui mercati internazionali, e che contiene in sé i semi potenziali per continuare a progredire unendo l’alta tecnologia con i saperi tradizionali nostrani.

Solo 5 paesi al mondo possono vantare un surplus commerciale manifatturiero superiore a 100 miliardi di dollari. L’Italia è uno di questi, e in questo quadro di eccellenza, uno dei settori driver del made in Italy è l’industria meccanica.

A ricordarlo ci pensa oggi il Dossier 10 verità sulla competitività italiana – Focus sul settore Machinery realizzato da Fondazione Symbola, Unioncamere e Fondazione Edison per Fondazione Ucimu. «L’Italia – spiegano gli estensori del rapporto – è in crisi, una crisi profonda. Ma non è un Paese senza futuro. Dobbiamo affrontare problemi che vengono da lontano, che vanno ben oltre il pesante debito pubblico. E la crisi mondiale si è innestata proprio su questi mali. Rimediare non è facile, ma non è impossibile. Basta guardare con occhi nuovi al Paese e avere chiaro quali sono i nostri punti di forza».

Con 53 miliardi di surplus nel 2012 e una prima stima di 70 miliardi nel 2013, la meccanica italiana è infatti terza nella graduatoria mondiale per saldo della bilancia commerciale, preceduta dai competitor tedeschi e giapponesi, ma davanti a cinesi e sud coreani, nella classifica di competitività calcolata sulla base del Trade performance Index (elaborato dall’International Trade Centre dell’ Unctad/Wto),  l’industria italiana della meccanica risulta seconda solo a quella tedesca.

E sono infatti le imprese italiane le principali concorrenti di quelle tedesche nel settore della meccanica. L’Italia infatti vanta 179 prodotti “meccanici” aventi un surplus di bilancia commerciale più elevato di quello della Germania presa come benchmark: una performance migliore di quella realizzata da altri colossi mondiali quali Cina, Giappone e Usa (Indice Fortis-Corradini calcolato su dati un Comtrade).

In definitiva, l’Italia è il paese con il saldo attivo più alto in 62 dei 496 prodotti che caratterizzano il settore meccanico nel commercio mondiale. Se si estende l’analisi alle prime tre posizioni, l’industria italiana di settore risulta al top per ben 235 prodotti, circa la metà del totale (elaborazione su dati Istat, Eurostat e Un Comtrade).

«In questo dossier – sottolinea Ermete Realacci, presidente di Fondazione Symbola – c’è ben più che una replica a tanti falsi luoghi comuni. C’è un’idea di futuro per il l’industria meccanica che vale per tutta la nostra economia, esperienze che possono diventare l’avanguardia di un nuovo modello di sviluppo: più sapere e innovazione, meno risorse consumate e meno inquinamento, con ambiente e green economy che diventano driver del cambiamento». Gli fa eco Alfredo Mariotti, segretario generale di Fondazione Ucimu, società del Gruppo Ucimu che cura analisi dedicate all’industria costruttrice di macchine utensili, robot e automazione, quando afferma che «il merito di questo documento è l’aver messo in luce in modo chiaro e evidente punti di forza e potenzialità del manifatturiero italiano e del machinery in particolare, nel quale rientra il settore delle macchine utensili».

La partecipazione di Ucimu allo studio è invero particolarmente interessante, in quanto consente di approfondire la complessità di uno spaccato industriale che rimane d’eccellenza, ma non è esente da ombre. Per lo meno sul fronte del saldo occupazionale. Come già accennato, l’associazione riunisce essenzialmente tre comparti: macchine utensili a deformazione, ad asportazione (entrambe circa al 44% sul totale) e dalle tecnologie per l’asservimento delle macchine utensili (11%), ovvero di robot industriali.

La progressiva automatizzazione non racchiude solo vantaggi, ma anche posti di lavoro cancellati. Nonostante stime contrastanti, il fenomeno della disoccupazione tecnologica preoccupa molto. «Dopo la Germania, che è un irraggiungibile gigante – ha spiegato sulle nostre pagine il sociologo del lavoro Luciano Gallino – l’Italia è stato tra il 2010 e il 2012 il maggiore acquirente europeo di robot industriali. Più del doppio di quanto non abbiano acquistato ciascuno Gran Bretagna, Francia, Spagna, per non parlare degli altri paesi. Una tendenza che ha un solo significato: anche quando la produzione si continua a fare si sostituisce la manodopera con le macchine». Il rapporto fra nuove tecnologie informatizzate e lavoro (mangiato) – qualcuno avrebbe detto tra lavoro morto e lavoro vivo – è un nodo vero dell’economia dei nostri giorni, in Italia più che altrove, e andrebbe approfondito. Un tema di possibilità ma anche feroce scontro che non è risolvibile non nessun Jobs Act, e che difatti l’attuale governo preferisce bellamente ignorare.