I risultati del rapporto Ue “Eco-Innovation Scoreboard” spiegati

Migliora l’eco-innovazione italiana, ma il Paese è ancora decimo in Europa

Rimangono barriere economico-strutturali, nell’istruzione e nel mercato del lavoro

[18 novembre 2016]

eco-innovazione

Il tema dell’eco-innovazione ha recentemente catturato l’attenzione di accademici e policy maker quale strumento che permetterebbe non solo una più rapida ripresa dalla crisi economica – che ha investito le economie occidentali alla fine del primo decennio degli anni 2000 – ma anche il raggiungimento di quegli obiettivi di politica ambientale, legati al cambiamento climatico e all’eccessivo sfruttamento delle risorse, che sono oggi centrali sia a livello nazionale che sovranazionale.

Con il termine eco-innovazione si indica l’introduzione di un nuovo prodotto o processo produttivo o ancora sistema gestionale, che non solo è in grado di migliorare gli impatti ambientali di un’attività economica ma permette contestualmente un miglioramento delle performance economiche dell’impresa o dell’impianto che la introduce. I benefici a livello di singola attività produttiva si estendono quindi al livello aggregato, dove l’eco-innovazione sembra essere la chiave per il raggiungimento di una crescita economica sostenibile.

Data la rilevanza di questo tema, l’Unione Europea ha lanciato alla fine del 2011 l’Eco-innovation Action Plan (Eco-AP, COM/2011/0899) che, da un lato, ha formalizzato quelle che sono le azioni da intraprendere per l’incentivazione alla ricerca e all’adozione di questo tipo di innovazione e, dall’altro, ha stabilito l’utilizzo dell’Eco-innovation Scoreboard quale indicatore sulla base del quale monitorare e rivedere le azioni intraprese sia dagli Stati membri che dall’Unione stessa. L’Eco-Innovation Scoreboard è elaborato annualmente dalla piattaforma europea Eco-Innovation Observatory che si propone come mezzo di raccolta e di diffusione di informazioni sullo stato dell’adozione di questo tipo di tecnologie in Europa e che si occupa della redazione dei report sulle performance di eco-innovazione degli Stati membri.

La redazione del profilo italiano relativo al periodo 2014-2015 è stata curata, in collaborazione con l’Osservatorio, da Massimiliano Mazzanti, Claudia Ghisetti e Marianna Gilli, ricercatori afferenti al consorzio interuniversitario Seeds. Il rapporto si focalizza sia sulle performance dell’Eco-Innovation Scoreboard relative all’anno in questione che sull’analisi di alcune realtà, tutte italiane, di eco-innovazione. Infine, è presente anche un’analisi delle barriere allo sviluppo e all’adozione di questi processi innovativi.

Il posizionamento relativo dell’Italia rispetto al resto degli Stati membri è presentato in figura 1 (a fianco), dove sono rappresentati i valori dell’Eco-innovation Scoreboard per tutta l’Unione. Nel 2015, l’Italia si colloca al di sopra della media europea ma ancora in decima posizione in una classifica che vede capolista la Danimarca; rispetto al report precedente (2013) che vedeva l’Italia collocata ben al di sotto della media dell’Unione, il miglioramento nelle performance di eco-innovazione è stato calcolato in 20.6 punti.

Le aree che hanno maggiormente beneficiato dell’incremento in eco-innovazione sono state quelle della gestione dei rifiuti e del trasporto sostenibile mentre le aree che sono risultate essere maggiormente in difficoltà sono quelle della Ricerca&Sviluppo. Secondo il rapporto dell’Osservatorio, in questo settore, gli investimenti sembrano essere sostanzialmente inferiori alla media europea sia per il settore privato (1.29% in Italia contro il 2.03% medio in Europa) che per il settore pubblico, dove la quota di investimenti in ricerca ambientale rappresenta il 6.5% dell’intera spesa pubblica.

Nel settore della gestione dei rifiuti è segnalato un forte incremento nella raccolta differenziata e nel riciclaggio di diversi materiali (dal settore tessile alle batterie); tra le molte, un’iniziativa di spicco è l’adesione di 24 impianti italiani a Weelabex, un progetto condotto a livello europeo il cui obiettivo è la creazione di regole e standard per la gestione dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee). Affine a questo settore, è anche lo sviluppo della metodologia Romeo (Recovery of metals by hydrometallurgy) da parte di Enea (l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo sostenibile) che ha lo scopo di recuperare materie prime di alto valore (oro, argento, stagno, rame) dai Raee.

Nel settore dei trasporti, le innovazioni coinvolgono più che altro i trasporti privati. Le vendite di veicoli alimentati da fonti energetiche alternative, ha visto un incremento del 15.3% rispetto al 2013. Inoltre, in base al DM 10 ottobre 2014, la produzione e l’uso di carburanti dai rifiuti e residui biologici sono incentivati. Relativamente a questo aspetto, nel settore dei carburanti è tutta italiana l’introduzione del green diesel, risultato di oltre 10 anni di studio e sviluppo della tecnologia Ecofining™, presso gli stabilimenti Eni di Porto Marghera (Venezia). Questa nuova tecnologia permette l’idrogenazione di vari tipi di olii vegetali ottenendo cosi un carburante pienamente compatibile con quello fossile a cui è miscelato, permettendo così una riduzione dell’inquinamento dell’aria.

Tra le principali barriere all’adozione di eco-innovazione, rilevanti sono quelle economico-strutturali e quelle legate all’istruzione e al mercato del lavoro. Relativamente alle prime, si registra ancora una difficoltà nell’instaurare una vera e propria competizione in quei mercati che sono stati privatizzati; spesso sia la regolamentazione sia i costi di utilizzo della rete rendono difficoltoso per le nuove imprese entrare nel mercato. Collegato a questo primo aspetto, è importate anche considerare che il tessuto imprenditoriale italiano è costituito per la maggior parte di piccole e medie imprese che per definizione hanno un più difficoltoso accesso al credito (il rischio per i finanziatori può essere infatti molto più alto) e la cui scala produttiva può rendere difficile il sostenimento degli elevati costi collegati alla ricerca e sviluppo di nuovi prodotti e processi.

Il secondo grande freno alla crescita e allo sviluppo di eco-innovazione è individuato nella mancanza di competenze adeguate tra il capitale umano. Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), nel 2015 la percentuale di persone tra i 25 e i 64 anni con una laurea magistrale era del 13%, mentre meno del 1% di questi era in possesso di un dottorato di ricerca, specialmente nel campo della scienza e della tecnologia. Di conseguenza, la proporzione di ricercatori che lavorano nel Paese (sia nel settore privato che nelle università) è molto bassa e al di sotto degli standard prevalenti negli altri paesi. Inoltre, l’Ocse ha messo in luce come molti giovani italiani con un’istruzione terziaria preferiscano perseguire una carriera all’estero.

In conclusione, il profilo dell’eco-innovazione in Italia è tutto sommato in linea con la media europea ma ci sono molti potenziali spazi per un miglioramento. Sembrerebbe necessario porre maggiore attenzione a quelle che sono le caratteristiche strutturali del tessuto industriale italiano e rendere il Paese più appetibile anche dal punto di vista della ricerca, affinché i casi di successo che emergono da questo report non rimangano che dei fortunati eventi isolati.