Le stime McKinsey volte al 2035 guardano a petrolio, carbone, gas, ferro e rame

Migliorare l’industria delle materie prime potrebbe farci risparmiare 1.600 miliardi di dollari

Asvis: «Negli ultimi 15 anni passati da “superciclo” a depressione». Ora il quadro sta cambiando di nuovo

[1 marzo 2017]

L’estrazione, la lavorazione e l’impiego produttivo delle materie prime è alla base dell’economia e della stessa struttura sociale nella quale noi uomini moderni siamo costantemente immersi. Sappiamo che l’umanità sta prelevando sempre più risorse naturali dal pianeta – 70 miliardi/anno di tonnellate estratte nel 2010 contro le 22 del 1970 –, e che se la tendenza dovesse proseguire allo stesso ritmo fino al 2050 le tonnellate arriverebbero a 180 miliardi. Numeri che difficilmente potremmo permetterci, e che aumenterebbero ancora del 250% – a livelli del tutto insostenibili – se tutti i cittadini del mondo consumassero quanto noi occidentali.

Non si tratta però di un destino ineluttabile. Secondo il rapporto Al di là del superciclo: come la tecnologia sta rimodellando le risorse, elaborato dal McKinsey global institute e passato in rassegna dall’Asvis (Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile) esistono ancora ampi margini per incrementi di efficienza e produttività nella gestione delle materie prime.

«La ricerca e la diffusione sempre maggiori di robotica e intelligenza artificiale, le applicazioni di internet, le tendenze macroeconomiche e il cambiamento delle abitudini dei consumatori – sintetizzano dall’Asvis – sta velocemente trasformando il modo in cui le materie prime e l’energia vengono prodotte e consumate», tanto da attendersi che «la riorganizzazione dei modelli di produzione e consumo legati al mondo delle merci possa generare una risparmio tra gli 800 miliardi e i 1.600 miliardi da qui al 2035 sull’economia globale, una somma pari a quella del Pil del Canada o dell’Indonesia».

Secondo il McKinsey global institute i due terzi di questi guadagni arriveranno da una riduzione della domanda di energia dovuta a maggiore efficienza (anche se l’Agenzia internazionale dell’energia non sembra così ottimista, tanto da immaginare un incremento nel fabbisogno energetico mondiale del 30% da qui al 2040) mentre il rimanente terzo arriverà da incrementi di produttività da parte dell’industria delle materie prime.

«Ma quando è iniziato questo cambiamento? Negli ultimi 15 anni – osservano dall’Asvis – si è passati da un “superciclo” produttivo che ha fatto schizzare i prezzi di petrolio, gas e metalli a una deprtessione che li ha poi fatti precipitare rapidamente. Ora, sottolinea il McKinsey global institute, ci troviamo in un epoca in cui le industrie che lavorano con le materie prime e i Paesi esportatori ricompongono il quadro, grazie agli elementi finora descritti, promettendo scenari del tutto nuovi».

Il rapporto redatto dal  McKinsey global institute pecca forse nel prestanre un focus quasi esclusivamente concentrato sulle materie prime energetiche (petrolio, gas e carbone), aggiungendo al computo solo due metalli: minerale di ferro (per il quale si immagina un calo della domanda nel 2035 pari al -14% rispetto al 2015, a causa di una domanda di acciaio indebolita e di incrementi nel riciclo) e rame (attribuendogli al contrario un incremento della domanda del 43%, fino a 31 milioni di tonnellate nel 2035).

Ha però il grande merito di mettere da una parte in evidenza l’estrema volatilità che ha caratterizzato il mercato delle materie prime soprattutto (si veda grafico a fianco, ndr) a partire dal 1970 – andamento dal quale potremmo tutelare le nostre economie valorizzando il più possibile le materie prime seconde estraibili dalle nostre “miniere urbane” –, e dall’altra di delineare un futuro possibile, dove la tecnologia permetterà alla società di farsi meno impattante sull’ambiente senza rinunciare a grandi fette di benessere.

Attenzione però: questo è solo uno degli scenari possibili. Come già avvenuto in passato, ricorda un’altra ricerca firmata stavolta dal Mit di Boston, tecnologie migliori potrebbero facilmente condurci verso strategie estrattive più rapaci, anziché parsimoniose. Anche in quel caso un orizzonte di sostenibilità ambientale non potrà essere cancellato, ma solo per esaurimento delle risorse naturali. Un processo assai doloroso per il genere umano, oggi ancora evitabile. La tecnologia permette dunque di guardare con ottimismo al futuro, ma sta a noi la responsabilità di guidarla.