Il ministro Galletti lancia «un New deal ambientale» in vista del G7 di Bologna

Strategia «basata sul taglio dei sussidi "dannosi" per l’ambiente», ma è proprio lo Stato – parola del ministero dell’Ambiente – ad alimentarli con 16,1 miliardi di euro l’anno

[29 maggio 2017]

The show must go on: appena il tempo di chiudere mestamente il sipario sul G7 di Taormina, dove il presidente Donald Trump non ha confermato l’adesione degli Usa all’Accordo di Parigi sul clima neanche dietro le pressioni degli altri 6 leader presenti, che l’Italia si trova a lanciare in pompa magna il prossimo appuntamento internazionale. Ospitando proprio il G7 Ambiente, Bologna potrebbe – nel bene o nel male – entrare nella storia della politica climatica internazionale, e con lei la presidenza italiana.

Al momento le istituzioni nazionali paiono ostentare ottimismo. A Roma è stato lanciato oggi #ALL4THEGREEN, il programma di oltre 70 iniziative per preparare e accompagnare il G7 Ambiente che il governo italiano presiederà l’11 e il 12 giugno a Bologna, con «l’obiettivo – recita la nota per la stampa – di far compiere alla comunità internazionale passi in avanti su tutti gli obiettivi ambientali, dagli impegni per il clima a quelli per contenuti nell’Agenda Onu per lo sviluppo sostenibile, dalla lotta all’inquinamento marino alla finanza verde, allo sviluppo dell’economia circolare».

«Con #ALL4THEGREEN – aggiunge il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti – Bologna diventerà per una settimana capitale mondiale dell’ambiente. L’Italia è una ‘superpotenza’ della biodiversità ed è nostro interesse prioritario favorire una riconversione produttiva incentrata sull’economia circolare e sulla migliore gestione delle risorse della Terra: possiamo arrivarci solo con una grande alleanza tra istituzioni, mondo produttivo e impegno civile, senza le contrapposizioni che ancora oggi mettono contro ambiente e sviluppo».

Come, concretamente? Per il ministro Galletti #ALL4THEGREEN è «un’occasione per lanciare alcune proposte di taglio economico e fiscale. Questa rivoluzione industriale ‘ecologica’ va infatti accompagnata con azioni di stimolo che rendano ‘conveniente’ il cambiamento anche da un punto di vista imprenditoriale. Penso ad esempio a un Piano Marshall ambientale europeo per l’Africa, con l’obiettivo di favorire una crescita economica sostenibile dell’area subsahariana, con i conseguenti positivi effetti anche sul piano sociale e occupazionale e di contenimento alle migrazioni. Inoltre, va messo in campo un ‘New deal ambientale’ basato sul taglio dei sussidi “dannosi” per l’ambiente e conseguente ricollocazione degli sgravi su investimenti imprenditoriali sostenibili. A livello italiano, ritengo opportuno predisporre un ‘pacchetto fiscale green’ che preveda, ad esempio, un taglio del cuneo fiscale premiale per i green job. Il tutto va accompagnato con un cambio culturale che deve caratterizzare gli stessi imprenditori».

Un’ineccepibile lista di buone intenzioni, non a caso supportata da associazioni ambientaliste (come Legambiente e Wwf), aziende di settore o in cerca di un rilancio green (Novamont, Eni e Edison tra le maggiori), consorzi (come Conai). A sorprendere semmai è la verve del governo, che sembra confondere i ruoli. Chi infatti, se non l’esecutivo in tandem con il Parlamento, dovrebbe concretizzare le proposte avanzate?

Si cita un «New deal ambientale basato sul taglio dei sussidi “dannosi” per l’ambiente», ma al Catalogo dei sussidi ambientali, pubblicato con merito proprio dal ministero dell’Ambiente e aggiornato al dicembre 2016, non è ancora seguita alcuna politica fiscale coerente. Anzi, il primo Rapporto sul capitale naturale d’Italia – anche questo pubblicato, nel marzo scorso, su iniziativa del ministero dell’Ambiente – non ha fatto che confermare come ad oggi «la fiscalità ambientale è poco coerente e necessiterebbe di una riforma» nel nostro Paese, dato che da una parte lo Stato dedica appena lo 0,7% della propria spesa primaria all’ambiente, e dall’altra solo «l’1% del gettito delle imposte ambientali (578 su 55.722 Mln € nel 2015) è soggetto ad un vincolo di destinazione riguardante il finanziamento delle spese per la protezione dell’ambiente». Avanti tutta dunque verso il “New deal ambientale”, cominciando magari dando il buon esempio agli altri membri del G7.