Neanche la morte è a impatto zero: il caso dei forni crematori in Toscana

Sono nove quelli attivi sul territorio. Quali le ricadute ambientali, e come vengono regolamentate?

[23 luglio 2018]

La vita di ogni essere umano è scandita dalla continua interazione con l’ambiente che lo circonda, che a seguito di quest’interazione non rimane mai uguale a sé stesso: se ne deduce che il traguardo di un “impatto ambientale zero” è una tensione ideale da inseguire per ogni attività umana, senza per questo dimenticarsi di fare i conti con la realtà. Non a caso una delle quattro leggi fondamentali dell’ecologia avanzate da Barry Commoner è che non esistono pasti gratis. Vale la pena notare che anche l’estrema conseguenza di ogni vita umana, la morte, non si esime dall’impartirci questa lezione.

L’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana (Arpat) ha recentemente dedicato un approfondimento molto concreto al tema, affrontando l’impatto ambientale dei forni crematori. Si dirà che al forno crematorio si potrebbe sostituire la più tradizionale inumazione del cadavere, ma in questo caso l’impatto ambientale dell’operazione potrebbe riproporsi in altri termini (ad esempio il consumo di suolo adibito a cimitero), e torneremmo alle leggi fondamentali dell’ecologia. Vale dunque la pena approfondire il caso specifico dei forni crematori.

Come nella migliore delle tradizioni, il caso italiano vuole che la Legge 130/2001 “Disposizioni in materia di cremazione e dispersione delle ceneri” prevedesse l’emanazione di uno specifico provvedimento interministeriale in materia, che dopo 17 anni risulta però non ancora pervenuto. Il risultato è che «ad oggi in Italia non esiste una norma unitaria che disciplini l’installazione degli impianti di cremazione e le loro conseguenti emissioni; ogni Regione o Provincia stabilisce quindi dei limiti specifici in relazione alla localizzazione dell’impianto ed alla tecnologia adottata».

Le Regioni elaborano inoltre “Piani regionali di coordinamento” per mettere a sistema le esigenze del territorio in termini di forni crematori (attualmente sono 9 i forni crematori attivi in Toscana, e 5 i forni adibiti per la cremazione delle carcasse di animali non umani), mentre la gestione dei singoli impianti «spetta ai Comuni, che ne approvano i progetti di costruzione e vigilano sulla loro conduzione». Anche perché, come già accennato, si tratta di un’attività – come tutte – lontana dallo slogan “impatto zero”.

«Il principale impatto ambientale di questo tipo di impianti – ricorda l’Arpat – riguarda l’aria, poiché durante la cremazione nei forni si ha produzione di inquinanti atmosferici, in particolare: polvere, monossido di carbonio, ossidi di azoto e zolfo, composti organici volatili, composti inorganici del cloro e del fluoro e metalli pesanti. Possono aggiungersi, inoltre, emissioni di mercurio (dall’amalgama presente nelle otturazioni dentarie), zinco (specialmente nel caso delle cremazione di tombe estumulate), diossine-furani e IPA». Oltre agli impatti sulla qualità dell’aria ci sono poi quelli relativi alla produzione di rifiuti – alcuni dei quali definiti come pericolosi – connessi all’incenerimento della salma: «Durante il processo di incenerimento e durante il processo di abbattimento degli inquinanti presenti nei fumi, vengono prodotti rifiuti speciali che vanno smaltiti in discariche autorizzate in conformità alle norme di legge. In un crematorio si producono rifiuti rappresentati soprattutto da: polveri, fanghi, filtri, reagenti ed altri rifiuti derivanti dalla depurazione dei fumi; materie solide che restano nell’interno delle camere di combustione o che possono da queste essere evacuate». Neanche bruciare un corpo umano è dunque un processo a “rifiuti zero”.

Se questi sono gli impatti, com’è possibile contenerli? In attesa che venga finalmente definita la normativa nazionale di settore, è bene ricordare che attualmente la disciplina dei forni crematori non è affatto lasciata al caso: oltre ai Piani regionali di coordinamento cui abbiamo già accennato è di fondamentale importanza l’Autorizzazione unica ambientale (Aua), che regolamenta le emissioni dei singoli impianti. Per la fissazione dei limiti di emissione di inquinanti «devono essere considerate le migliori tecnologie disponibili, anche al fine di rispettare i valori e gli obiettivi di qualità dell’aria», sottolinea al proposito l’Arpat, aggiungendo la necessità che «i forni crematori abbiano adeguati sistemi di abbattimento dei fumi, che garantiscano un’adeguata efficienza anche in relazione della discontinuità del processo dovuta all’abbassamento delle temperature ad ogni ciclo, per il recupero delle ceneri». Il che non significa appunto “impatto zero” ma gestione e minimizzazione dell’impatto, raccordandosi con la ricerca di una sostenibilità del territorio a livello più ampio (ambientale, sociale, economico).

L. A.