Il report dell'Istituto Toniolo e le tre "i" per uscire dal tunnel

I Neet sono un problema di tutti: tenerli fermi ci costa 32,6 miliardi di euro l’anno

Un peso che già oggi grava sul presente del Paese. Perché non spendere (almeno) le stesse risorse per dare un futuro ai giovani?

[18 luglio 2017]

L’acronimo Neet (Not in education, employment or training) è tornato a campeggiare nelle cronache italiane per denunciare il record negativo piovuto ieri da Bruxelles: nessuno in Europa fa peggio dell’Italia su questo fronte, con il 19,9% dei giovani tra i 15 e i 24 anni senza un lavoro o un percorso di formazione. Una condizione, è bene ricordare, che non si esaurisce come per magia al compimento del 25esimo anno di età: come riporta l’Istat, in Italia sono 3,3 milioni i giovani e giovani adulti (ovvero, fino ai 35 anni) che si trovano bloccati in una condizione di marginalità su più fronti.

Come spiega il corposo volume Una generazione in panchina – Da Neet a risorsa per il Paese realizzato dall’Istituto Toniolo – e redatto tra gli altri da Alessandro Rosina, demografo in forze al think tank di greenreport – l’Italia «si distingue non solo per l’alto numero di Neet ma anche per l’alta quota di chi lo è da oltre un anno, molti dei quali hanno smesso di cercare. Tale condizione produce un effetto corrosivo, come evidenziano i dati dell’Osservatorio Giovani (Istituto Toniolo, 2017): al ‘non’ studio e lavoro tendono ad associarsi anche altri ‘non’ sul versante delle scelte di autonomia, di formazione di una famiglia, di partecipazione civica, di piena cittadinanza».

L’effetto corrosivo, beninteso, non riguarda solo i singoli giovani intrappolati nella categoria Neet, ma l’intera società. Con costi elevatissimi: quelli stimati da Massimo Maccherini della Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro (Eurofound) sommano i «costi delle risorse (entrate previste) e dei costi della finanza pubblica (trasferimento in eccesso)», ovvero rispettivamente «la differenza tra le entrate prodotte dai Neet e le entrate prodotte dai lavoratori», insieme alla «differenza tra la somma totale dei benefici ricevuti dai Neet e quelli ricevuti dai lavoratori». Il risultato è disarmante: «La mancata partecipazione dei Neet al mercato del lavoro nel 26 paesi presi in considerazione costa 3 miliardi di euro alla settimana ai loro cittadini. Il totale annuale di circa 150 miliardi di euro, corrispondente a più del 1,2% del loro Pil aggregato. A livello di paese, il costo più elevato in euro viene sostenuto annualmente dall’Italia (32 miliardi di euro)».

Non si tratta di costi futuribili, ma di un peso che già oggi grava sul presente (e il futuro) dell’Italia. La sottintesa scelta economica e politica è chiara: continuare a pagare i costi della negligenza bloccando al contempo le generazioni più giovani e produttive, oppure investire (almeno) lo stesso ammontare di risorse provando a riattivare un’enormità di capitale umano sprecato. Come?

Nel report dell’Istituto Toniolo si dettaglia come non siano necessarie soltanto politiche standard di attivazione (come quelle promosse da Garanzia Giovani) ma «servano altre tre ‘i’, due precedenti l’attivazione e una successiva».

«La prima ‘i’ è quella dell’intercettazione: molti ragazzi che vivono nei contesti più svantaggiati, con carenza di supporto, sfiduciati verso il futuro, sono fuori dal radar delle politiche pubbliche, vanno quindi prima di tutto individuati e raggiunti. Esperienze promettenti sono quelle in alleanza con le associazioni, il privato sociale e chi opera sul territorio. Anche i social network possono essere utili. La seconda ‘i’ è quella dell’ingaggio: una volta intercettati serve una proposta in grado di riaccenderli e motivarli, di (ri)metterli in moto. Senza queste premesse le misure di attivazione rischiano di non raggiungere gli utenti potenziali o fallire nel far sentire il giovane responsabilmente inserito in un percorso di miglioramento della propria condizione. L’obiettivo non è infatti quello di offrire una mera attività che lo faccia uscire dalla statistica dei Neet, ma di (ri) convertirlo da spettatore passivo di un presente senza prospettive a soggetto attivo nel progettare la propria vita: in grado di trovare il proprio posto nel mondo, prima ancora che un posto di lavoro. La terza ‘i’ è quella di impatto, inteso sotto vari aspetti. Una volta conclusa la misura di attivazione, i giovani beneficiari devono essere aiutati ad acquisire consapevolezza dell’impatto che tale esperienza ha avuto su se stessi, ovvero del percorso fatto». Si tratta di un percorso possibile, che aspetta solo di essere messo in atto.

L. A.