Il 76,9% della manovra è dedicato tutto alla sterilizzazione dell’Iva

Nella legge di Bilancio 2018 solo le briciole per lavoro, giovani e ambiente

In Francia 7-8 miliardi di euro in investimenti, prima voce la “transizione verde”. In Italia agli investimenti 300 milioni, e la (unica) novità ambientale è rivolta alla cura di giardini e terrazzi

[17 ottobre 2017]

Nelle fase precedenti al varo della legge di Bilancio 2018 – che ieri il Consiglio dei ministri ha approvato, affidandone gli sviluppi all’iter parlamentare – la voce del governo era stata forte e chiara. La manovra avrebbe dovuto puntare tutte le sue risorse, seppur « molto limitate» come precisato a più riprese dal ministro Padoan, su «giovani e lavoro». L’alba del giorno dopo mostra però come a «giovani e lavoro» siano toccate le briciole.

La legge di Bilancio 2018 mobilita complessivamente risorse per 20,4 miliardi di euro, il 76,9% delle quali è però dedicato a “sterilizzare le clausole di salvaguardia” stabilite per assicurare i vincoli di bilancio europei, ovvero ad evitare quell’aumento di Iva e accise che perseguita il nostro Paese ormai dal 2011. Governo dopo governo, sono stati impiegati allo scopo «almeno 70 miliardi di euro» come ricorda oggi il Corriere della Sera, e il conto si ripresenterà anche il prossimo anno ancora più salato: per non far crescere l’Iva ordinaria dal 22 al 25% e quella ridotta dal 10 all’11,15% dovranno essere stanziati altri 18,8 miliardi di euro, con buona pace di «giovani e lavoro».

Per ora questi due capitoli dovranno accontentarsi delle briciole, appunto, e con loro le possibilità di sviluppo sostenibile del Paese: alla riduzione del cuneo fiscale per le nuove assunzioni dei giovani sono stati individuati 300 milioni di euro nel 2018, e altri 300 milioni di euro sono stati destinati per il prossimo ad investimenti pubblici aggiuntivi. Gli stessi investimenti che sono crollati del 35% dal 2009 secondo le ultime stime fornite dalla Cgia di Mestre, perdendo per strada negli ultimi 8 anni 18,6 miliardi di euro. Risorse che avrebbero potuto essere impiegate per dare corpo e direzione allo sviluppo del Paese, moltiplicando a cascata i propri effetti sull’economia. «Oggi – commenta la leader della Cgil Susanna Camusso – valuteremo insieme a Cisl e Uil e la risposta quando non si rispettano gli accordi. Il governo ha fatto una scelta politica. Questa manovra non dà nessuna prospettiva di cambiamento. È solo una sterilizzazione dell’aumento dell’Iva».

Poteva andare diversamente? Guardando a cosa accade nella manovra per il 2018 preparata in Francia e analizzata dal Sole 24 Ore parrebbe di sì, visto che il «Grande piano di investimenti» dei cugini d’Oltralpe lascia intravedere 7-8 miliardi di euro in investimenti nel solo 2018, arrivando a 57 entro il 2022. E non saranno investimenti sparsi a caso: la prima delle quattro aree prioritarie d’intervento sarà «la transizione “verde” a cui sarà destinata la dote più consistente – 20 miliardi in cinque anni – per migliorare l’efficienza energetica degli edifici e favorire l’utilizzo di auto a basse emissioni di gas serra».

Al confronto, il meglio che la legge di Bilancio 2018 italiana ha saputo partorire è stato il ritocco e la proroga (non la stabilizzazione: bene ma non benissimo) dell’ecobonus per le riqualificazioni energetiche degli edifici e l’introduzione del “bonus verde”, ovvero detrazioni al 36% rivolte alla cura di giardini e terrazzi. Una novità sicuramente benaccetta, ma di certo non travolgente.

Di anno in anno gli ambientalisti – l’ultimo appuntamento risale all’anno scorso, con il dossier di Legambiente in vista della legge di Bilancio 2017 – avanzano proposte a costo zero per le casse statali in grado di rivedere le leve fiscali dello Stato per promuovere uno sviluppo reale e sostenibile, ma il governo non vi presta ascolto. Muovendo spesso, anzi, in direzione ostinatamente contraria anche rispetto a quanto indicato da istituzioni come l’Ocse, che chiedono da sempre di spostare il carico fiscale dal lavoro al consumo di risorse naturali.

Se proprio in Italia vogliamo fare il contrario – come impiegare 70 miliardi di euro in 6 anni per sterilizzare aumenti dell’Iva con risorse impiegabili sul versante del lavoro –, perché almeno non declinare l’Imposta sul valore aggiunto su criteri ambientali? Nell’ottobre di ormai tre anni fa anche l’attuale ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, ebbe a dire: «Nei mille giorni che abbiamo davanti mi piacerebbe introdurre l’Iva agevolata al 4% per certi prodotti riciclati». Mille giorni sono abbondantemente passati, ma nonostante le belle parole la green economy attende ancora.