Presentata a Roma la ricerca Censis-Conad

Nell’Italia del rancore ci rimettono i giovani, ma il governo pensa alle pensioni

Dal 1951 a oggi si sono persi 5,7 milioni di giovani, e i pochi rimasti sono marginalizzati: una famiglia unde35 ha un reddito più basso del 15% e una ricchezza inferiore del 41% rispetto alla media

[27 settembre 2018]

Aspettative in calo, disuguaglianze crescenti e paura di scendere nella scala sociale hanno generato la società del rancore, una società frammentata, debole, chiusa, regressiva: è questa la fotografia dell’Italia scattata da Censis e Conad nel corso della ricerca Miti del rancore, miti per la crescita: verso un immaginario collettivo per lo sviluppo, presentata ieri a Roma. La crisi che blocca l’Italia è dunque economica, ma anche sociale (oltre che ambientale), e si concretizza in un forte disagio per il presente.

Secondo l’analisi Censi l’Italia ha una grande nostalgia del passato (7 italiani su 10 sostengono che «si stava meglio prima») ed è incapace di investire nel proprio futuro. Le ragioni sono tante: dalla bassa natalità (dal 1951 a oggi si sono persi 5,7 milioni di giovani) alla progressiva scarsità di reddito che – anche in questo caso – colpisce soprattutto il naturale motore del cambiamento, ovvero i giovani: rispetto alla media della popolazione, in Italia le famiglie under35 hanno un reddito più basso del 15% e una ricchezza inferiore del 41%. Così il Paese ha smarrito la capacità di guardare avanti, e si limita a utilizzare le risorse di cui dispone senza tuttavia seguire un preciso programma: lo dimostra anche l’incidenza degli investimenti sul Pil, scesa al 17,2%, che colloca l’Italia a distanza dalla media europea (21,1%), da Francia (23,5%), Germania (20,1%) e Spagna (21,1%).

In questo drammatico contesto la risposta della politica, che sarebbe chiamata a guidare il Paese, continua a mostrare tutti i suoi limiti nonostante il “cambiamento” annunciato dal nuovo governo. I giovani arrancano e gli investimenti – in special modo i più inclusivi, ovvero quelli in sostenibilità – sono bloccati? La risposta che il governo gialloverde si appresta ad approntare nel Def, l’atteso Documento di economia e finanza, si concentra tutta sulle pensioni, che siano quelle di “cittadinanza” proposte dal Movimento 5 Stelle o la revisione della riforma Fornero sulla quale marcia in primis la Lega. Il tutto finanziato naturalmente i deficit perché nonostante il mantra “i soldi ci sono” nessuno dei due partiti sembra averli ancora trovati; ma così andrebbe ad aumentare il già vertiginoso debito pubblico, che come sempre grava sul futuro e dunque sui giovani.

Altra cosa sarebbe impiegare il deficit per investimenti sullo sviluppo sostenibile, in grado di creare lavoro e migliorare i parametri sociali e ambientali cui tutti rispondiamo, ma tutto questo non sembra essere in agenda. Eppure molte risorse da redistribuire e investire ci sarebbero già: come sottolinea il Censis, nell’ultima fase della recessione e nella timida ripresa congiunturale gli italiani dispongono di una liquidità totale di 911 miliardi di euro (cresciuta di 110 miliardi tra il 2015 e il 2017), pari al valore di un’economia che, nella graduatoria del Pil dei Paesi europei post-Brexit, si collocherebbe dopo Germania, Francia e Spagna.

Piuttosto che provare a governare questa ricchezza, partiti (e ormai anche istituzioni) preferiscono cavalcare la rabbia che cova feroce, un tema ben più spendibile per la propaganda. Ecco dunque che crescono, alimentati dal rancore, i pregiudizi verso ciò che è «diverso»: 7 italiani su 10 sono contrari al matrimonio con una persona più vecchia di almeno vent’anni o dello stesso sesso, oltre che a quello con persone di differente religione, in particolare islamica. 4 su 10, poi, non vedono di buon occhio l’unione con immigrati, asiatici o africani. Il 95% degli italiani è convinto che per fare strada nella vita occorra conoscere le persone giuste, oppure provenire da una famiglia agiata (l’88% rispetto al 61% dei tedeschi, il 54% degli inglesi, il 44% dei francesi, il 38% degli svedesi) o avere fortuna (il 93% rispetto all’89% dei tedeschi, il 77% dei francesi, il 69% degli svedesi e il 62% degli inglesi).

«Malanimo, fastidio per gli altri, soprattutto se diversi, e tante paure: ecco – sintetizza il direttore generale del Censis, Massimiliano Valerii – l’immaginario collettivo degli italiani oggi, in cui ogni sfida è percepita come una minaccia, mai come una opportunità. L’opposto dei miti, dei sogni e dei desideri dell’Italia dello sviluppo, della ricostruzione e del miracolo economico: un progresso sociale interrotto dalla grande crisi del 2008. Un tempo erano tv, cinema e carta stampata a diffondere miti positivi, obiettivi da raggiungere e riti collettivi, mentre oggi domina l’autoreferenzialità di internet e social network. Vincono immaginari personalizzati e reversibili, uniti da risentimento e paura».