A greenreport.it Pier Francesco Ferrari, neuroscienziato di ritorno dal 45° incontro della Società europea per gli studi sul cervello e il comportamento

Dai neuroni specchio al cervello in provetta, il futuro delle neuroscienze per la sostenibilità

Sarà l'empatia a salvare il mondo? «Laddove manca gli effetti sono devastanti. Ma la si può alimentare»

[11 ottobre 2013]

Dalla scoperta dei neuroni specchio – a Parma, negli anni ’90, nel dipartimento del quale anche lei ora fa parte – lo studio sulle basi neurali del comportamento sociale hanno fatto importanti passi avanti. A quali conclusioni si è giunti, per quanto riguarda la specie umana?

«Per capire la funzione dei neuroni specchio è meglio partire esaminandone il meccanismo. L’informazione visiva sul nostro ambiente sociale va ad attivare dentro l’osservatore la stessa rappresentazione motoria dell’azione che osserva: la nostra rappresentazione motoria si attiva come se noi stessi compissimo la stessa azione. Tutte le volte che noi osserviamo un altro compiere un’azione, dentro di noi quelle stesse aree corticali che di norma sono coinvolte nell’esecuzione di quell’azione, si attivano un po’, come se la simulassimo dentro di noi. Quindi abbiamo una comprensione diretta del comportamento degli altri attraverso il coinvolgimento delle nostre rappresentazoni sensorimotorie.

È un meccanismo che ci rende partecipi dei comportamenti e delle emozioni degli altri: negli anni abbiamo scoperto che i neuroni specchio non sono solo un sistema freddo per la comprensione di quelle azioni che vediamo fare – afferrare, aprire o scartare un oggetto, ad esempio – ma hanno anche a che vedere con i gesti facciali e quindi sono un sistema molto importante dal punto di vista dell’empatia, della comunicazione delle emozioni. Infatti vengono anche attivate quelle aree della corteccia che sono coinvolte nell’integrazioni delle risposte viscerali, consentendo quindi anche una comprensione degli stati emozionali che sono spesso associati ad un espressione facciale, come ad esempio il sorriso o il pianto. Quando questo meccanismo è compromesso, si potrebbero verificare dei deficit nella sfera sociale che impediscono soprattutto la capacità di leggere le emozioni ed intenzioni altrui».

L’economista Jeremy Rifkin, nel suo volume La civiltà dell’empatia, attribuisce all’empatia umana radici fisiologiche, affermando che – se sviluppata – tale caratteristica può permetterci di sperare in uno sviluppo all’insegna della sostenibilità e della solidarietà umana. Pensa sia una prospettiva credibile?

«La natura dell’uomo è dualistica: da una parte abbiamo il nostro egoismo genetico che ci porta a perseguire quelli che sono i nostri interessi. Nell’uomo o negli animali molto sociali con l’evoluzione si è sviluppata però anche una particolare sensibilità verso gli altri, l’empatia, che è importante in quanto siamo immersi in una complessa rete sociale che fa leva sulla capacità di cooperare e di agire in maniera altruistica. Noi dipendiamo fortemente dalla comunità, e l’empatia è vantaggiosa per essa come per il singolo individuo. Abbiamo dunque sempre un bilanciamento tra l’egoismo e la propensione alla nostra natura altruistica.

Laddove manca empatia gli effetti sono devastanti: ad esempio, i bambini che hanno subito delle violenze a loro volta sono a loro volta più aggressivi, meno sensibili verso le emozioni e le sofferenze altrui, e questo significa che c’è ovviamente una connessione tra le prime esperienze e il tipo di educazione e le modalità di relazione dell’adulto. Gli studi sui bambini istituzionalizzati dimostrano gli effetti a lungo termine della deprivazione materna sullo sviluppo cognitivo e sociale del bambino»

Crede che i progressi compiuti negli ultimi anni dall’economia comportamentale e dalla neuroeconomia possano essere un valido sostegno per promuovere una visione più “ecologica” del nostro sistema socio-economico?

«È una domanda molto complessa, a cui onestamente non ho una risposta “giornalistica” da dare. Quello che posso dire è che la neuroeconomia ci permette di capire come il nostro cervello risponde a determinate situazioni, dove siamo chiamati a prendere determinate decisioni che possono avere dei costi, minando per esempio un proprio interesse personale. Sapere come il cervello funziona in questi contesti è molto importante, perché la dimensione interpersonale delle decisioni fanno leva sulla capacità dell’individuo di bilanciare costi e benefici di un’azione. Se viene a mancare la dimensione interpersonale, le decisioni di un individuo diventano maggiormente orientate ad un personale tornaconto. Diversi studi dimostrano che le nostre decisioni in campo economico sono più altruistiche se siamo sottoposti a compiti di natura cooperativa e che implicano una maggiore conoscenza diretta dell’altro. Sarà dunque un grande passo avanti della scienza se le neuroscienze e la neuroeconomia saranno in grado di spostare la propria analisi verso condizioni ecologiche più complesse e più rilevanti da un punto di vista socio-culturale, non solo in una dimensione tipicamente da laboratorio ma all’interno di una situazione sociale più complessa».

A Vienna, ricercatori dell’Istituto di Biologia Molecolare sono recentemente riusciti a ricreare in laboratorio un organoide cerebrale – una versione “mini” del cervello umano – sollevando speranze mediche e scientifiche ma anche dubbi di natura etica: lei come valuta la notizia?

«C’è sempre una valutazione da fare in termini di avanzamento scientifico: spetta poi all’intelligenza umana e al legislatore valutare quali sono i limiti etici di una tecnica. Io vedo in questa ricerca una grande potenzialità. Non dobbiamo aver paura del progresso, ma vedere le potenzialità della sua applicazione. Al momento, noi sappiamo come funziona l’attività di un singolo neurone, o un pattern di attivazione di alcune connessioni neurali, ma nel suo insieme come funzioni il cervello è ancora un mistero: riuscire a riprodurlo e studiarlo in certe condizioni ha importanti applicazioni generali sulla ricerca di base, ma un domani potrà avere delle ripercussione da un punto di vista clinico. E quando i nostri legislatori dicono che è necessario finanziare solo la ricerca applicata non sanno cosa stanno dicendo. La ricerca applicata non esisterebbe se non ci fosse la ricerca di base».

Lo studio sul cervello si preannuncia già come protagonista nella ricerca mondiale, promosso anche dall’appoggio politico europeo e statunitense, da un lato con la Brain activity map Usa e dall’altro con lo Human brain project della Ue. Come valuta le premesse e le possibilità di questi due distinti progetti?

«In modo conflittuale. Da una parte sono molto felice che venga finanziata la ricerca delle neuroscienze, e sono convinto darà un grosso impulso alla nostra comprensione dei meccanismi di funzionamento cerebrale, ma il rischio è che si tolga linfa a molte altre ricerche che sono ugualmente importanti e che probabilmente non potranno essere finanziate perché non ci sono fondi disponibili a sufficienza per la ricerca di base, soprattutto per i laboratori di minore importanza. Andare a monopolizzare le poche risorse e grandissimi progetti – dove dietro non solo ci sono grandi scienziati, ma anche interessi che vanno oltre la scienza – può essere rischioso. Questi due progetti partono da dei presupposti precisi su come esplorare il cervello, ma si tratta di scelte a priori che possono essere opinabili. Penso che ci debbano essere dei progetti di ricerca ambiziosi e ad alto rischio, ma è altrettanto importante che le istituzioni governative garantiscano la pluralità della ricerca. Tutto dipende dunque da dove verranno ricavati i finanziamenti. L’importante è che non si decida di andare semplicemente a spostare soldi da varie ricerche per concentrarli sui megaprogetti, perché se queste andranno bene siamo tutti felici….. ma se invece si dimostreranno fallimentari?».