Cenni (Pd): «Le etichette green grande valore competitivo, ma necessari maggiori controlli»

No al greenwashing, nasce la nuova etichetta “Made Green Italy”

Semplificare e coordinare le certificazioni per ridurre gli spazi della falsificazione

[4 agosto 2016]

greenwashing

La viceministro allo sviluppo economico, Teresa Bellanova ha risposto a un’nterrogazione di Susanna Cenni (PD) e di altri deputati sul fenomeno del greenwashing, «Pratica ingannevole adottata da alcune aziende – dice la Cenni – che, per migliorare la loro reputazione adottano una strategia di comunicazione il cui obiettivo è la costruzione di un’immagine positiva dal punto di vista del rispetto dell’ambiente, senza però di fatto applicare delle regole vere di sostenibilità dei processi produttivi. Un fenomeno che, in alcuni casi, determina vere e proprie falsificazioni delle certificazioni ambientali da parte delle aziende».

La Cenni spiega che «Il nostro Paese, con oltre 24 mila certificazioni è il secondo al mondo per numero di certificati ISO 14001; la prima nazione per numero di certificazioni di prodotto Epd e il terzo per Ecolabel ed Emas. Il tema è serio e con importanti implicazioni economiche, visto che le certificazioni ambientali oggi rappresentano un valore competitivo per i prodotti e per i consumatori, perché aiutano la qualità e l’innovazione delle imprese, aumentano le esportazioni, il fatturato e l’occupazione delle imprese. Come dimostra l’ultimo rapporto “Certificare per competere” di Fondazione Symbola e Cloros, tra il 2009 e il 2013, le imprese “amiche dell’ambiente” hanno visto i loro fatturati aumentare mediamente del 3,5%, rispetto al 2% di quelle non certificate. Ancora meglio nell’occupazione, dove le aziende certificate hanno visto crescere gli addetti del 4%, le altre dello 0,2%. Sul fronte export, poi, le imprese con certificazione ambientale esportano nell’86%  dei casi, mentre le non certificate nel 57%>.

Anche la viceministro ha riconosciuto «l’importanza acquisita nell’ambito della filiera produttiva dalle numerose tipologie di certificazioni e dichiarazioni ambientali volte ad esplicitare la sensibilità, l’attenzione alla sostenibilità e alla provenienza di prodotti artigianali, industriali o alimentari. Tali attestazioni contribuiscono in modo determinante all’incremento delle capacità imprenditoriali delle imprese, in particolare delle medio-piccole, e sono in grado di influenzare le scelte di consumo» e che il greenwashing è un problema emergente: «Detto fenomeno costituirebbe una forma di contraffazione che inganna i consumatori e conseguentemente crea gravi danni all’ecosistema, incentivando di fatto l’acquisto di prodotti e lo sviluppo di metodi di produzione non compatibili con la sostenibilità ambientale, sottraendo, inoltre, risorse allo Stato, all’economia trasparente, al lavoro regolare. Tale fenomeno sarebbe favorito essenzialmente dalla mancanza di controlli in quanto per parte delle certificazioni in discorso è sufficiente un’autocertificazione da parte dell’azienda ed inoltre perché in Italia non esiste un ente preposto a vigilare sulle false campagne pubblicitarie green».

La Bellanova ha sottolineato che il 27 marzo 2016 è entrato in vigore l’art. 12 del Codice di autodisciplina della comunicazione commerciale secondo il quale «La comunicazione commerciale che dichiari o evochi benefici di carattere ambientale o ecologico deve basarsi su dati veritieri, pertinenti e scientificamente verificabili. Tale comunicazione deve consentire di comprendere chiaramente a quale aspetto del prodotto o dell’attività pubblicizzata i benefici vantati si riferiscono». Questo «Impone direttive certe per poter utilizzare claim ambientali, vietando di alludere a caratteristiche del prodotto qualora non vengano provati scientificamente. Va precisato, però, che trattasi di una regolamentazione su base volontaria riconducibile ai Codici di condotta previsti dal Codice del Consumo (artt. 27-bis e 27-ter). Inoltre, si fa presente che anche i diversi sistemi e modalità di qualificazione “ecologica” di prodotti (Marchio Ecolabel – e Dap), processi produttivi (Sistema di gestione ambientale) o “Siti produttivi” (Registrazione Emas), cui fanno riferimento gli Onorevoli Interroganti, hanno in comune il fatto di essere utilizzati dagli operatori economici su base volontaria. Ciò significa che non sussiste l’obbligo di ottenere il marchio Ecolabel per poter vendere determinati prodotti così come non sussiste nessuno obbligo per un’impresa manifatturiera o di servizi di ottenere la registrazione Emas del proprio sito produttivo».

Ma la viceministro evidenzia che «In base al regolamento (CE) n. 765/2008 che pone norme in materia di accreditamento e vigilanza del mercato per quanto riguarda la commercializzazione dei prodotti, tutte le certificazioni rilasciate da Organismi di valutazione della conformità accreditati da un Organismo nazionale di accreditamento di uno Stato dell’Ue, anche se rese su base volontaria, sono e devono essere riconosciute in tutto lo Spazio economico europeo. Spetta, pertanto, agli Organismi nazionali di accreditamento, sottoposti a vigilanza statale, il compito di controllare gli organismi di valutazione della conformità ai quali hanno rilasciato un certificato di accreditamento. Il ministero dell’ambiente, sentito al riguardo per quanto di competenza, ha altresì comunicato che le “dichiarazioni  ambientali di prodotto” sono accompagnate obbligatoriamente da  una verifica di “parte terza” (ISO 14024 e ISO 14025),  indipendentemente dall’esistenza di un obbligo di legge. Infatti, anche nel caso di autodichiarazioni rilasciate in base alla norma 14021, è richiesto che le stesse siano verificate da parte terza».

La vera novità è però quanto annunciato dopo «Il ministero dell’ambiente ha segnalato che a quanto sopra indicato, si aggiungerà nel prossimo futuro anche il “Made Green Italy” che sostanzialmente si configurerà come una etichetta di tipo III, quale la DAP, che contiene  una quantificazione degli impatti ambientali associati al ciclo di vita del prodotto».

Per quanto riguarda le preoccupazioni contenute nell’interrogazione Cenni sul fatto che le pratiche di greenwashing potrebbero configurare ipotesi di pratiche commerciali sleali e/o di pubblicità ingannevole, la Bellanova ha ricordato che «Tali materie rientrano nell’ambito di competenza dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato. A tal proposito, si ricorda che la vigente normativa in materia di pratiche commerciali scorrette a danno dei consumatori e delle micro-imprese trova disciplina nel c.d. Codice del consumo (Decreto Legislativo 6 settembre 2005, n. 206) e, in particolare, negli artt. 21-23, nonché negli artt. 24-26 contenenti le correlate tutele e rimedi in caso di riscontrata violazione mediante l’intervento della predetta Autorità la quale può inibire la continuazione delle pratiche commerciali scorrette, eliminarne gli effetti nonché irrogare le correlate sanzioni. Inoltre, con specifico riferimento alla pubblicità ingannevole si richiama il decreto legislativo 2 agosto 2007, n. 145, di attuazione dell’articolo 14 della direttiva 2005/29/CE che modifica la direttiva 84/450/CEE, il quale ha lo scopo di tutelare i professionisti dalla pubblicità ingannevole e dalle sue conseguenze sleali, nonché di stabilire le condizioni di liceità della pubblicità comparativa. In particolare, l’art. 8 del citato decreto legislativo reca la disciplina della tutela amministrativa e giurisdizionale della materia, attribuendo, sempre all’AGCM ampio potere d’intervento».

La Cenni si è dichiarata abbastanza soddisfatta, in particolare per l’annuncio del “Made Green Italy”, ma conclude: «Importante è proseguire nell’attività di contrasto a forme di contraffazione che colpiscono sia i consumatori più attenti che le imprese che sono invece impegnate a certificare le loro filiere di qualità.  Nella sua risposta la viceministro ha precisato che le competenze in materia di controllo sono nelle mani degli enti di certificazione e dell’autorità garante della concorrenza e del mercato, che sono quindi chiamate a vigilare e intervenire. Ovviamente le risposte sono state adeguate e precise, anche se resta il fatto, e su questo mi sono permessa di sollecitare nuovamente il Governo, che una utile attività di semplificazione e coordinamento anche sul numero di certificazione può rendere più riconoscibili e controllabili i prodotti e aiutare così il consumatore a restringere gli spazi della possibile falsificazioni.  Sono convinta che avere in tempi brevi una regia unica in materia di contrasto alla contraffazione aiuterebbe a raggiungere obiettivi di tracciabilità e informazioni sicure, ma su questo, come noto, c’è una proposta di legge depositata, che spero possa essere calendarizzata quanto prima».