L’apertura di Draghi non basta, servono riforme alle basi dell’economia

Non solo Bce. Ecco quanto vale la sostenibilità per la competitività delle imprese italiane

Secondo il World economic forum considerando ambiente e sociale addirittura la performance del Paese peggiora

[5 settembre 2014]

«Puoi portare il cavallo alla fonte, ma non costringerlo a bere». L’economista Leonardo Becchetti sintetizza così il giudizio sulla mossa più roboante di quelle annunciate ieri dalla Bce, nella persona del presedente Mario Draghi: il taglio dei tassi dallo 0,15 allo 0,05% porta il costo del denaro praticamente a zero, ma non è automatico che riesca a tramutarsi in un vantaggio per la competitività delle imprese europee. A questo scopo, forse, potrebbe rivelarsi più utile l’altra decisione assunta dal board della Banca centrale, ovvero il via libera all’acquisto di Abs: crediti di aziende e famiglie, cartolarizzate e vendute (con conseguente trasferimento del rischio) per spingere le potenzialità di un credito altrimenti anemico. La Bce non lancerà i soldi dall’elicottero, come la Fed negli Usa, ma con questo credit easing la banca fa un passo avanti verso la possibilità del ben più sostanzioso quantitative easing.

Sarà risolutivo? Nonostante il riscontro positivo delle borse, la risposta è che un allentamento della politica monetaria – soprattutto se blando – non cambierà da solo le sorti del Vecchio continente. Lo ricorda oggi l’apertura del Forum Ambrosetti a Cernobbio, che riunisce a Villa D’Este buona parte del gotha economico e politico, non solo nazionale.

Il premier Renzi ha già detto che non sarà presente, suscitando uno scalpore poco giustificato (sei ministri del suo esecutivo rientrano tra gli ospiti), ma i problemi dell’economia italica sono gli stessi da anni e “Lo scenario di oggi e di domani per le strategie competitive” – titolo del Forum – è d’altronde una pièce teatrale già vista. L’Observatory on Europe, il think tank a marchio Ambrosetti, comunica infatti d’aver individuato cinque elementi prioritari su cui intervenire in questo contesto di crisi: «L’accesso al credito, la formazione del capitale umano, la propensione all’innovazione, la diffusione dell’imprenditorialità e la digitalizzazione». Sono questi i “fattori abilitanti per la competitività” che verranno discussi al Forum: niente di nuovo sotto il sole, ma a fare la differenza è l’approccio con il quale avvicinarsi a tali criticità. Quello dell’economia neoliberista finora adottato, pare chiaro, per l’Italia non ha funzionato.

Lo ricordano indirettamente i dati appena diffusi dall’annuale Rapporto globale sulla competitività del World economic forum. Le performance del Paese inchiodano l’Italia al 49esimo posto rispetto ai partner internazionali (immediatamente prima di noi c’è Panama, dopo il Kazakhstan). Su una scala di valori da 1 a 7, all’Italia viene affibbiato un giudizio pari a 4,42: un risultato sconsolante, riportato con dovizia di particolari da tutti i media.

Quel che è invece per lo più sfuggito è che il World economic forum ha redatto un indice alternativo, che sperimenta da 3 anni, e che aggiusta il tiro includendo nel computo economico anche la sostenibilità sociale e quella ambientale, valutando qual è il loro contributo alla competitività delle nazioni. Le conclusioni per l’Italia non sono scontate. Il già magro indice di competitività economica misurato passa da 4,42 a 4,40 se aggiustato con i criteri di sostenibilità adottati dal Wef. La sostenibilità, in Italia, non è dunque valorizzata come fattore di vantaggio messo in campo dalle imprese, ma anzi su questo punto rimaniamo tanto indietro da indietreggiare addirittura nella valutazione complessiva.

Per dare un’occhiata a come le cose potrebbero andare ben diversamente basta guardare alla prima della classe, la vicinissima Svizzera. Da un indice di competitività già svettante dall’alto dei suoi 5,7 punti, quello del paese elvetico se aggiustato con i criteri di sostenibilità sfiora i 7 punti (il massimo), fermandosi a 6,8. Una performance che aiuta a spiegare  anche come mai la sua competitività economica “semplice” sia ai vertici mondiali: la sostenibilità potrà essere resa invisibile dagli indici ufficiali, ma all’interno delle ecosistema imprenditoriale – quando c’è – rappresenta un grande valore aggiunto. Ha fatto bene il premier Renzi a non andare al Forum di Cernobbio, stavolta; visto che ha un momento libero, però, farebbe forse meglio a dare un’occhiata in Svizzera, pochi chilometri più a nord.