Presentato a Roma il nuovo rapporto di Legambiente

Non c’è legge che freni gli ecoreati: Ecomafia 2018, illeciti a quota 30.692 (+18,6%)

La repressione da sola non basta, occorre semplificare la normativa ambientale per dare gambe alla legalità

[9 luglio 2018]

Da più di due decenni Legambiente presenta il rapporto Ecomafia, indagando la natura dei crimini ambientali perseguiti in Italia, e in tutto questo tempo il trend appare (quasi) costantemente in aumento. Non fa eccezione lo spaccato della realtà che emerge da Ecomafia 2018, appena presentato a Roma: «Mai nella storia del nostro Paese sono stati effettuati tanti arresti per crimini contro l’ambiente come nel 2017», esordiscono infatti dal Cigno verde, snocciolando le «538 ordinanze di custodia cautelare emesse per reati ambientali nel 2017 (139,5% in più rispetto al 2016)».

Si tratta di un risultato «importante sul fronte repressivo», che Legambiente valuta come «frutto sia di una più ampia applicazione della legge 68, come emerge dai dati forniti dal ministero della Giustizia (158 arresti,  per i delitti di inquinamento ambientale, disastro e omessa bonifica, con ben 614 procedimenti penali avviati, contro i 265 dell’anno precedente) sia per il vero e proprio balzo in avanti dell’attività delle forze dell’ordine contro i trafficanti di rifiuti: 76 inchieste per traffico organizzato (erano 32 nel 2016), 177 arresti, 992 trafficanti denunciati e 4,4 milioni di tonnellate di rifiuti sequestrati (otto volte di più rispetto alle 556 mila tonnellate del 2016)».

Eppure scoraggia osservare che, nonostante tutta questa repressione, gli illeciti ambientali in Italia continuino a crescere di anno in anno. Neanche l’approvazione nel 2015 della legge 68 sugli ecoreati sembra minimamente riuscita a impedire che si verificassero: gli illeciti ambientali documentati da Legambiente nel 2015 erano 27.745 (per un “business delle ecomafie” pari a 19,1 miliardi di euro); nel 2016 erano 25.889 (per 13 miliardi di euro), quando Legambiente notò che «a soli due anni dall’entrata in vigore della legge sugli ecoreati, nel complesso diminuiscono gli illeciti ambientali e il fatturato delle attività criminali contro l’ambiente»; illeciti e fatturato che nel 2017 sono però di nuovo schizzati in alto, a quota 30.692 (+18,6% rispetto all’anno precedente) e 14,1 miliardi di euro. Anche in questo caso per Legambiente la causa sta nella «sempre più efficace e diffusa applicazione della legge 68», oltre «all’impennata delle inchieste sui traffici illegali di rifiuti». Naturalmente la legge 68 non può però essere un anno all’origine della diminuzione degli ecoreati, e un anno alla radice del loro nuovo incremento. È evidente che dietro a queste oscillazioni devono esserci problemi di fondo che portano a un incremento degli ecoreati, e che la sola strategia repressiva non può sperare di eliminare.

Tra la molteplicità di cause, una sembra emergere con particolare violenza: l’esistenza di una normativa ambientale confusa e contradditoria, che impedisce alle aziende sane di operare secondo norma di legge, lasciando (dunque) mano libera alla criminalità. Criminalità che leggi più repressive non possono sperare di fermare, senza essere accompagnate da una robusta e rapida semplificazione normativa che riesca a rendere praticabile e preferibile l’economia legale a quella illegale.

Non si tratta di una grande novità: se da anni è noto che neanche la pena di morte ha un valido effetto deterrente sulla criminalità, perché le leggi sugli ecoreati dovrebbero riuscire a cancellare gli illeciti ambientali? Possono semmai riuscire a infliggere pene più severe agli ecocriminali (e questo è indubbiamente un bene), ma anche innescare una sdrucciolevole spirale di giustizialismo, se non accompagnate dalla necessaria semplificazione normativa.

Sarebbe interessante indagare in tal senso l’escalation di reati che hanno a che vedere con la gestione dei rifiuti: secondo il rapporto Ecomafia presentato oggi, nel 2017 il settore dei rifiuti è quello interessato dalla più alta percentuale di illeciti ambientali (24%), seguito dai delitti contro animali e fauna selvatica (22,8%), incendi boschivi (21,3%), ciclo del cemento (12,7%). Legambiente afferma così che il settore dei rifiuti è «sempre di più il cuore pulsante delle strategie ecocriminali», sottolineando in proposito che «le tonnellate di rifiuti sequestrate dalle forze dell’ordine nell’ultimo anno e mezzo (1 gennaio 2017 – 31 maggio 2018) nell’ambito di 54 inchieste (in cui è stato possibile ottenere il dato, su un totale di 94) sono state più di 4,5 milioni di tonnellate. Pari a una fila ininterrotta di 181.287 Tir per 2.500 chilometri».

Un dato spettacolare, dietro al quale però si nascondono – oltre ai veri ecocriminali – ampie difficoltà per l’intero settore dell’economia circolare: impianti regolarmente autorizzati a operare bloccati da indagini che chiariscano l’effettiva presenza di illeciti o meno, posti di lavoro in apnea, difficoltà crescenti nella gestione dei rifiuti che nel mentre cittadini e imprese continuano a produrre; in Toscana ad esempio la discarica del Cassero è stata 13 mesi in “sequestro preventivo”, mandando in crisi interi settori industriali (come quello del tessile) che non sapevano come smaltire i propri scarti, per poi essere stata autorizzata a riprendere normalmente la propria attività (rimasta però ad oggi claudicante visto il clima di sospetto insorto nel mentre nella cittadinanza)

Com’è possibile, se non risolvere, almeno affrontare simili paradossi? La via la indica proprio Legambiente, che ricorda spesso come in tutta Italia sull’economia circolare «le istituzioni nazionali e regionali stanno svolgendo un ruolo di retroguardia, nonostante oggi il Paese abbia tutte le carte in regola per fare da capofila su questo fronte in Europa. Il paradosso è che proprio chi ha investito nello sviluppo pulito e rinnovabile dell’economia circolare rischi ora di doversi fermare ostacolato da una normativa ottusa e miope». Sarebbe ora di rimettervi mano, a questa normativa.