Non ci sarà mai sviluppo sostenibile senza una riduzione della disuguaglianza

Dal Festival promosso dall’ASviS sì un reddito minimo in Italia, coniugato «con un welfare locale di comunità» e senza rinunciare a risolvere «il problema del basso tasso di occupazione»

[23 maggio 2017]

Il primo Festival italiano dello sviluppo sostenibile, che ha aperto ieri i battenti a Napoli, ha messo in chiaro qual è oggi il più grande problema del mondo: la crescita incontrollata della disuguaglianza, in molteplici forme. Un problema che riguarda molto da vicino anche l’Italia, tanto che nella sessione “Un reddito per tutti?” Maurizio Ferrera (Università degli Studi di Milano) ha «confermato – come spiegano dall’ASviS, che del Festival è l’organizzatore – la necessità di un reddito di inclusione contro la povertà, come esiste negli altri Paesi europei, ma ha avvertito che se non si risolve il problema del basso tasso di occupazione in Italia questo strumento può rivelarsi molto costoso».

«Sì al reddito minimo – ha aggiunto l’economista Fabrizio Barca, ministro per la Coesione territoriale durante il governo Monti – ma solo se coniugato con un welfare locale di comunità che sia in grado di estrarre e far pesare la conoscenza necessaria per un disegno a misura di ogni singola persona».

È proprio a Fabrizio Barca (insieme a Carlo Borgome, presidente della Fondazione con il Sud) che sono state affidate le conclusioni della prima giornata del Festival, che ha approfondito il legame inscindibile che unisce la lotta alla disuguaglianza con la promozione di uno sviluppo sostenibile. Non esiste l’uno senza l’altro, come illustra bene l’economista (qui l’intervento integrale, ndr):

«Sostenibilità e diseguaglianza. Chiediamocelo con franchezza: è solo una coppia di parole politicamente corrette che è bello mettere assieme? No, non è così. Proprio lavorando con molti di voi per il progetto di cui ho fatto cenno, abbiamo approfondito la connessione. Che ci aiuta. E che dovremmo elevare a principio. Ancora una volta è Amartya Sen a venirci in aiuto. Ci invita a partire dalle definizioni iniziali, di rottura di “sviluppo sostenibile”. Quella del Rapporto Bruntland, che definisce sostenibile lo sviluppo se soddisfa “i bisogni di oggi senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare i loro bisogni”. Bob Solow la raffina, argomentando che la sostenibilità consiste nel mettere la prossima generazione nelle condizioni di “raggiungere uno standard di vita non inferiore a quello di oggi e di consentire la stessa cosa alla generazione successiva”. Uno schema ricorsivo affascinante e che mette al centro, come metro, non i bisogni ma lo standard di vita.

È un passo avanti. Ma con Sen compiamo l’ultimo miglio. A dover essere salvaguardata e ove possibile espansa per la prossima generazione non è la possibilità di soddisfare bisogni o assicurare standard di vita, ma è la libertà sostanziale. “Libertà sostanziale sostenibile”, ossia la libertà di scegliere cosa fare della propria vita e di dare alla “prossima generazione la possibilità di godere della stessa libertà di cui godiamo noi”. E si badi bene che questa libertà, vista la maggiore potenza della nostra specie rispetto ad altre specie, include la possibilità di prendersi cura di altre forme viventi e dell’ecosistema, non solo per la ricaduta sul nostro benessere, ma anche per il loro valore intrinseco e per il rapporto fiduciario verso di esse.

Non sono solo parole. Nella passione e nella ragione di tanti che tornano alla terra, che costruiscono e praticano nuove forme di welfare di comunità, che disegnano nuovi modelli produttivi rivolti a soddisfare un consumo sempre più differenziato, di tante idee ascoltate oggi da studiosi e da operatori, vedo sia la conoscenza sia l’impegno per perseguire la libertà sostanziale sostenibile narrata dagli SDG».