Possibile creare oltre 2,7 milioni di unità lavorative in 13 anni

Non solo ambiente, l’energia pulita italiana vale 233 miliardi di euro in investimenti

Dal X Forum QualEnergia? una ricerca per elaborare un Piano nazionale clima-energia che incroci lotta al riscaldamento globale, economia circolare e posti di lavoro

[28 novembre 2017]

Entro il 2018 l’Italia – come tutti i Paesi Ue – dovrà presentare il proprio Piano nazionale clima-energia con obiettivi al 2030 coerenti con quelli su energia e decarbonizzazione dell’Ue, e una proiezione al 2050. Gli obiettivi proposti nella Strategia energetica nazionale (Sen) appena adottata rappresentano un cambio marcia rispetto agli ultimi anni, quando gli investimenti nelle rinnovabili italiane sono letteralmente crollati a meno di un trentesimo rispetto al picco raggiunto nel 2011. L’attuale Sen rappresenta un lavoro apprezzabile, sancendo ad esempio l’addio del Paese al carbone entro il 2025, ma monco. A completarlo ci pensa la ricerca Roadmap di decarbonizzazione al 2030 e oltre – Scenari e proposte di policy per il Piano clima-energia italiano elaborata per Legambiente dalla società di consulenza indipendente Elemens e presentata oggi a Roma, durante la prima giornata del X Forum Qualenergia? organizzato dal Cigno verde con Editoriale La Nuova Ecologia e Kyoto Club, in partenariato con Cobat.

L’Italia ha tutto l’interesse ad essere in prima linea nella sfida della sostenibilità, con obiettivi coerenti e più ambiziosi – spiega il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini – che vanno a vantaggio delle imprese e dei cittadini, oltre che dell’ambiente. Grazie alle tecnologie di cui disponiamo, già oggi possiamo immaginare un futuro fossil free. La decarbonizzazione non è solo l’unica strada possibile per combattere i cambiamenti climatici, ma è anche una grande opportunità di modernizzazione e sviluppo del Paese. Al governo chiediamo di mettere subito in campo politiche coerenti, a partire dalla legge di Bilancio».

Gli spunti di riflessione non mancano. Oltre a confermare l’uscita dal carbone, la ricerca presentata oggi al decimo Forum QualEnergia? fa delle fonti rinnovabili e dell’efficienza la chiave con cui ripensare i settori dell’edilizia, dei trasporti, dell’industria e dell’agricoltura, mettendo in evidenza non solo i vantaggi ambientali ma anche quelli economici di una simile scelta.

Oltre a puntare verso obiettivi al 2030 coerenti con l’Accordo di Parigi (-55% di emissioni di CO2 invece del 40% previsto dalla Sen), nello scenario presentato da Legambiente l’Italia del 2030 eviterà d’importare combustibili fossili per 49 Mtep/anno, risparmiando – anche al netto del minor gettito fiscale legato alle accise sui prodotti petroliferi – qualcosa come 5,5 miliardi di euro all’anno. Una somma cui si dovranno aggiungere il taglio degli 11,5 miliardi di euro in sussidi (diretti e non) alle fonti fossili individuati dal ministero dell’Ambiente nel 2016. Inoltre, l’adozione delle policy individuate nella ricerca possono essere la base per innescare un significativo ciclo di investimenti nel settore energetico pari a 233 miliardi di euro al 2030; risorse che dal punto di vista occupazionale permetterebbero di creare oltre 2,7 milioni di unità lavorative (permanenti e temporanee) da qui a 13 anni.

Obiettivi ambiziosi e possibili, che dimostrano come la vagheggiata contrapposizione tra lavoro e ambiente sia solo un anacronismo. Attenzione però: una trasformazione di tale portata, benché assolutamente sostenibile, non potrà essere a impatto zero – come del resto ogni attività umana. Un esempio concreto? Il rapporto Green technology choices: the environmental and resource implications of low-carbon technologies elaborato dall’International resource panel (Irp) sotto il cappello del Programma Onu per l’ambiente (Unep) afferma chiaramente che per rimanere all’interno degli obiettivi climatici siglati con l’Accordo di Parigi il mondo dovrà consumare circa  600 milioni di tonnellate di metalli per sostenere l’industria che sta dietro rinnovabili ed efficienza energetica. Come può l’Italia rispondere a questa sfida? «Impianti fotovoltaici e auto elettriche rischiano di non bastare – commenta il presidente di Cobat Giancarlo Morandi – se poi non pensiamo al corretto recupero, riciclo e se possibile riutilizzo di tutti i prodotti che rendono possibili queste tecnologie. L’economia circolare è la base da cui partire se davvero l’Italia vuole ridurre le emissioni di CO2 e creare nuovi posti di lavoro. Il nostro Paese, tradizionalmente povero di materie prime, ha tutto l’interesse a recuperare e riciclare quanti più materiali possibile e diventare capofila della circular economy nel mondo. Ora dobbiamo creare le condizioni affinché l’industria dell’economia circolare diventi il fiore all’occhiello di un’Italia sempre più votata all’innovazione e al rispetto dell’ambiente».

Ma per riuscire a cogliere questi vantaggi occorrono scelte coerenti – avvertono da Legambiente – per avviare già nel 2018 il rilancio delle fonti rinnovabili e lo sviluppo di auto elettriche, sistemi di storage e di autoproduzione. «A commento della conclusione della Conferenza di Parigi su cambiamenti climatici si disse di avere messo i combustibili fossili dalla parte sbagliata della storia – conclude il vicedirettore del Kyoto club, Francesco Ferrante – Ma la strada dell’innovazione, della decarbonizzazione, di un futuro più pulito sembra avere ancora molti ostacoli. Specialmente nel nostro Paese, dove le scelte politiche degli ultimi anni hanno messo molti bastoni tra le ruote a tutte quelle imprese, amministrazioni, cittadini che su rinnovabili e uso efficiente delle risorse vogliono puntare. Questo studio dimostra invece che chiunque voglia governare deve prioritariamente lanciare un grande piano ‘clima ed energia’ per la modernizzazione e la decarbonizzazione italiana».