Si tratta di più del doppio del tasso ufficiale, spiega la Cgil

Non solo disoccupazione: la mancanza di lavoro in Italia colpisce il 23,8% della popolazione

Utilizzare i margini del deficit pubblico per abbassare le tasse non funzionerà. Keynes blog: «Usare lo spazio fiscale per aumentare la spesa pubblica in investimenti»

[11 luglio 2017]

A lanciare per prima il sasso nello stagno, nello scorso mese di maggio, era stata la Bce attraverso uno studio dedicato a indagare tutta l’ampia sfera del non lavoro che affligge l’Unione europea e in particolare alcuni suoi stati membri – come l’Italia –, e che va ben oltre le statistiche che guardano alla disoccupazione ufficiale.

Come spiega l’Istat, i disoccupati (o in cerca di occupazione) comprendono «le persone non occupate tra i 15 e i 74 anni che: hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nelle quattro settimane che precedono la settimana di riferimento e sono disponibili a lavorare (o ad avviare un’attività autonoma) entro le due settimane successive; oppure, inizieranno un lavoro entro tre mesi dalla settimana di riferimento e sarebbero disponibili a lavorare (o ad avviare un’attività autonoma) entro le due settimane successive, qualora fosse possibile anticipare l’inizio del lavoro».

È una dimensione sufficiente a ricomprendere le varie sofferenze del moderno lavoro? Secondo lo studio diffuso dalla Bce nel proprio bollettino economico no, e secondo la più ampia metodologia di calcolo adottata si passa da un tasso di disoccupazione ufficiale del 9,5% a uno “ufficioso” del 18%, quasi il doppio. Per l’Italia cosa cambierebbe, adottando l’approccio suggerito dalla Bce?

A rispondere è la Cgil, con uno studio dedicato al contesto nazionale: «L’economia italiana, come è noto – ricorda il sindacato – è a basso tenore di lavoro, anche perché, nonostante i progressi realizzati dal secondo dopoguerra, il contributo delle donne è ancora modesto, in particolare nelle regioni meridionali del Paese. Nella grande sacca dell’inattività si nasconde tuttavia un pezzo rilevante della disoccupazione, persone fuori dal mercato che il criterio di classificazione tradizionale non cattura. Per meglio conoscere questa situazione occorre definire e condividere anche parametri di valutazione del non lavoro alternativi».

Quello più ampio utilizza un approccio semplice. Oltre alla disoccupazione ufficiale conteggia anche le forze di lavoro potenziali aggiuntive (Flpa), formate «dalle persone in età 15-74 anni immediatamente disponibili a lavorare ma non impegnate nella ricerca di un impiego (in prevalenza scoraggiati) e dalle persone che stanno cercando attivamente ma non sono subito disponibili a lavorare», oltre alla dimensione dei sotto-occupati, ovvero quanti lavorano meno di quanto vorrebbero, magari in part-time involontario.

«La novità metodologica – spiega consiste nel considerare la sottoccupazione insieme alla non occupazione per misurare l’offerta di lavoro potenzialmente disponibile». È proprio dalla combinazione delle stime dei disoccupati nell’accezione larga (disoccupati ufficiali + Flpa) che la Bce è arrivata a stimare il 18% di popolazione in sofferenza di cui sopra, dato che in Italia «è cresciuto notevolmente fino al punto di massimo del 2014 (25%), per flettere poco nei due anni successivi e attestarsi nel 2016 al 23,8%, più del doppio del tasso ufficiale di disoccupazione (11,7%)». In altre parole, poco meno di un quarto della forza lavoro del Paese non trova adeguata collocazione. Una percentuale enorme che, se fossero disponibili indagini per fasce d’età, andrebbe ulteriormente a crescere guardando in particolare i giovani, dove in Italia già oggi la piaga della mancata partecipazione al mercato del lavoro è ben più ampia rispetto a quella della popolazione nel suo complesso.

Come rimediare? L’ultima idea lanciata dal segretario del Partito che regge l’attuale maggioranza di governo, Matteo Renzi, sembra quella di mantenere il deficit pubblico italiano all’interno dei parametri di Maastricht (ovvero, al 2,9% del Pil) per i prossimi 5 anni, liberando così 30 miliardi di euro all’anno da destinare «tutto e soltanto» alla riduzione delle tasse.

Una soluzione, come spiegano gli amici economisti di Keynes blog, che si tradurrebbe in «un errore madornale. Tutte le recenti ricerche sui moltiplicatori fiscali hanno mostrato che i “moltiplicatori delle tasse” hanno valori modesti, molto al di sotto di 1, con il risultato che una grande riduzione delle tasse (Renzi parla di 30 miliardi l’anno) si tramuterebbe in un aumento del PIL di 5-15 miliardi a seconda del tipo di intervento. Ne consegue che il rapporto Debito/Pil aumenterebbe, al contrario di ciò che prevede Renzi, e una parte sempre maggiore di quel 2,9% di deficit andrebbe destinato al servizio del debito, tanto più con i tassi di interesse in risalita. Del resto abbiamo già visto che gli “80 euro” e altre forme di agevolazioni fiscali hanno prodotto esiti alquanto modesti. L’unica strategia sensata è quella di usare lo spazio fiscale aggiuntivo per aumentare la spesa pubblica in investimenti, ad esempio attraverso un piano di messa in sicurezza degli edifici pubblici, poiché la spesa in investimenti ha un moltiplicatore maggiore di 1 e inoltre permette l’aumento della dotazione di capitale del’economia. Solo in questo modo si può coniugare la crescita con la riduzione del debito: “Bada alla disoccupazione e il bilancio baderà a se stesso” diceva Keynes». La stessa politica economica di cui oggi abbiamo bisogno, rivista nell’orizzonte della green economy: investimenti verdi per coniugare le esigenze di economia e società con quelli dell’ambiente.